La clinica Villa Mafalda all’avanguardia nella prevenzione

Tecniche innovative per contrastare l’insorgere di infarto miocardico e tumore polmonare

La Casa di Cura Privata “Villa Mafalda”, che si trova a Roma ed è convenzionata con Assidai, si è sempre distinta per tecnologie all’avanguardia e servizi di diagnostica completi per la prevenzione e la scoperta di possibili patologie emergenti. È stata, infatti, tra le prime strutture sanitarie in Italia ad acquisire un’apparecchiatura TC REVOLUTION GE, cioè un Tomografo Computerizzato a Dinamica Volumetrica, che ha inaugurato una rivoluzione nell’ambito della coronarografia non invasiva grazie all’acquisizione ultraveloce dell’intero volume cardiaco. Questo nuovo tomografo, assolutamente all’avanguardia nel mondo, con un tempo di scansione di appena 0,28-0,35 secondi è in grado di coprire un intero distretto anatomico, qual è il cuore, dall’emergenza dei grossi vasi al suo apice.

È questa la vera svolta introdotta dall’imaging cardio-coronarico con TC REVOLUTION: cioè la produzione ultraveloce di immagini volumetriche diagnostiche ad alta risoluzione isotropica. Il tutto con tempi rapidissimi di esecuzione dell’esame e con l’abbattimento di oltre 10 volte della dose di radiazioni ionizzanti assorbita dal paziente. I tempi di acquisizione straordinariamente veloci permettono inoltre di ridurre la quantità del mezzo di contrasto, con una maggior sicurezza dell’esame anche nel paziente nefropatico.

Ma c’è una ulteriore novità, introdotta di recente e altrettanto importante. Villa Mafalda ha standardizzato, per la prima volta in assoluto, la simultanea acquisizione dell’albero coronarico e degli interi campi polmonari, per poter effettuare, in un unico esame e senza alcun aumento della dose di contrasto e di radiazioni, la diagnosi precoce e la duplice prevenzione dell’IMA (infarto del miocardio) e del tumore polmonare, ovvero delle due principali cause di morbilità, di ospedalizzazione e di mortalità nell’adulto. La struttura dispone dunque oggi di un esame di TC coronarica ambulatoriale, rapido, a basso costo e a ridotto impatto radioattivo, che fornisce un quadro diagnostico ottimale dell’albero coronarico, utilizzabile sia nella diagnosi precoce di coronaropatia per la prevenzione dell’infarto miocardico, che nel seguire i pazienti già rivascolarizzati con Angioplastica Coronarica Percutanea Transluminale (PTCA), con stent o by-pass coronarico.

ESAME COMBINATO ARTERIE CORONARIE – TORACE > Screening in soggetto forte fumatore ad alto rischio CV per la prevenzione dell’IMA e del tumore polmonare

 

ARTERIE CORONARIE > Imaging 3-D (“Volume Rendering”) dell’Albero Coronarico

“Ora bisogna riqualificare la spesa sanitaria”

È questa, secondo il professor Spandonaro, la grande sfida per il futuro, che dovrà essere affrontata anche grazie ai fondi sanitari integrativi

Il nostro Servizio sanitario nazionale? “È tra i più efficaci ed efficienti al mondo, caratteristiche che paradossalmente gli sono riconosciute più a livello internazionale che in Italia”. Il ruolo dei fondi sanitari integrativi? “Rappresentano uno strumento cruciale per affrontare la grande sfida del futuro: riqualificare la spesa sanitaria privata riportandola in un alveo garantito e mutualistico”. È questa l’opinione di Federico Spandonaro, professore aggregato presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, nonché presidente di C.R.E.A. Sanità (Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità). Proprio C.R.E.A., di recente, ha presentato la 13° edizione del Rapporto Sanità, un documento di spessore, intitolato “Il cambiamento della Sanità in Italia fra Transizione e Deriva del sistema”, che si incanala in una tradizione consolidata di analisi e ricerca di questa istituzione che prosegue ormai da oltre un decennio.

Professor Spandonaro, quali sono le novità introdotte in questo Rapporto rispetto al passato?

Quest’anno abbiamo cercato di capire più a fondo il trend di evoluzione del sistema sanitario. Così ci siamo resi conto che il sistema sta cambiando più rapidamente di quello che sembra, ma in assenza di un quadro organico di riforme che invece servirebbero al sistema stesso. Mi spiego meglio: mentre dibattiamo su come ripensare il sistema sanitario, quest’ultimo sta cambiando autonomamente. A questo punto la domanda cruciale che sorge, a cui si ispira anche il titolo del nostro Rapporto, è: quello a cui stiamo assistendo è un cambiamento governato e programmato o è invece spontaneo, col rischio che si tratti di una deriva? C’è poi un tema di fondo che emerge dal nostro Rapporto, rappresentato dall’arretramento della quota di servizi sanitari erogati dallo Stato, se non altro in termini relativi, con la contemporanea crescita per le famiglie degli oneri derivanti dall’acquisto di servizi sanitari.

Secondo la vostra ricerca, l’aspettativa di vita alla nascita della popolazione Italiana (85,0 anni per le donne e 80,6 anni per gli uomini) è più elevata della media europea, ma il ragionamento non vale per la “la speranza di vita in buona salute alla nascita e residua a 65 anni”. Perché questa differenza?

È un altro dei temi centrali del Rapporto. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale è uno dei migliori al mondo, che riesce a realizzare risultati eccezionali dal punto di vista del livello medio della salute garantita ai cittadini, pur costando oltre il 30% in meno della media dei sistemi degli altri Paesi europei. In questi ultimi anni ci si è concentrati molto sull’aspetto finanziario, azzerando il disavanzo del sistema, ma se vogliamo vedere l’aspetto negativo di questa razionalizzazione, dobbiamo ammettere che ci siamo concentrati più sulla “quantità” di vita prodotta e meno sulla qualità, che diventa cruciale specie per la terza età. È però anche vero che quando si arriva a una aspettativa di vita così alta come quella italiana, negli ultimi anni di vita è difficile che ci sia una qualità di vita sempre elevata.

Negli ultimi anni l’Italia, a livello sanitario, ha realizzato un risanamento finanziario importante. Quali sono le conseguenze e i vantaggi di questo percorso e come sfruttarlo in futuro?

Il risanamento finanziario è il prerequisito necessario per potersi concentrare sul miglioramento della qualità dell’offerta sanitaria italiana, riqualificando altresì la spesa sostenuta dai cittadini.

Purtroppo, però, negli ultimi anni, si è assistito a un preoccupante aumento della spesa out of pocket. Quali sono i motivi e come porvi rimedio?

Vorrei ricordare che complessivamente la spesa sostenuta dai cittadini italiani per la salute, intesa come spesa pubblica finanziata con la tassazione, più spesa privata è tra le più basse d’Europa. Il vero problema è che proprio la componente out of pocket della spesa privata è tra le più alte del Vecchio Continente. Dunque, la vera sfida non è ridurre la spesa privata nel suo complesso ma portarla in un alveo garantito dai fondi integrativi che promuovono un “elemento mutualistico”. Dobbiamo riqualificare la spesa, evitando duplicazioni. Esempio pratico: a volte le liste d’attesa per una visita specialistica nelle strutture pubbliche sono troppo lunghe e ricorriamo al privato. Questo significa pagare due volte per la stessa prestazione: prima con le tasse e poi al privato.

Nel rapporto vengono indicati anche alcuni suggerimenti per le politiche sanitarie del futuro. Può descriverceli? E che ruolo dovrebbero giocare in questo contesto i fondi sanitari integrativi?

I fondi integrativi stanno evolvendo e crescono in maniera esponenziale: ormai tutti i contratti o quasi prevedono quote di sanità integrativa e complementare. Il vero problema è che siamo rimasti a metà del guado con la normativa, altrimenti non intermedierebbero soltanto il 5% della spesa privata. Ciò significa che c’è un enorme spazio di sviluppo, ma per sfruttarlo bene bisogna capire quale deve essere il mandato dei fondi in un quadro più ampio di riforma del sistema sanitario. Credo sia finita l’epoca in cui il Servizio Sanitario Nazionale poteva offrire ogni servizio utile: dobbiamo ridisegnare un sistema in cui sia possibile avere una quota privata che si integra con il pubblico senza creare diseguaglianze inaccettabili. Per farlo però serve un “ripensamento” culturale non banale.

Anche la diffusione del welfare aziendale, sempre più rilevante negli ultimi anni, può aiutare in questo percorso.

Assolutamente sì. Il welfare oggi si fa in due modi: pensioni (in denaro) oppure prestazioni in natura (servizi) e per questi c’è bisogno di una regia unica. Il welfare aziendale è perfetto per realizzare questa integrazione mettendo assieme una filiera dei servizi che abbraccia tutto l’arco della vita, dall’asilo alla Long Term Care.

Per quanto riguarda la composizione della spesa privata per la sanità dal vostro Rapporto emerge che ci sono differenze regionali: al sud è out of pocket per il 96%, al nord del 92,9% e al centro per l’87,9%. Quali i motivi di queste differenze?

Le differenze regionali esistevano già nel passato, prossimo e remoto. La sanità è la cartina al tornasole della società e, infatti, il gradiente nord-sud in Sanità è identico a quello che c’è in qualunque altro servizio. Direi che il problema più generale è lo sviluppo di capitale sociale nel meridione: dove è solido, c’è più attenzione, aspettativa e controllo sui servizi pubblici e quindi una maggiore qualità degli stessi.


FEDERICO SPANDONARO

Professore aggregato presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove insegna Economia Sanitaria, Economia dell’industria Farmaceutica e Sanitaria e Management Sanitario, e Presidente di C.R.E.A. Sanità (Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità), è anche membro del Comitato Scientifico a supporto di AgeNaS, dell’OIV dell’Azienda Ospedaliera Policlinico di Tor Vergata e del Cda dell’Italian Barometers Diabetes Observatory Foundation. In passato è stato membro del comitato Scientifico a supporto della Direzione della Programmazione del Ministero della Salute; della Commissione Unica per i Dispositivi Medici (CUD) ed esperto per la Commissione SiVeAS (Sistema Nazionale di Verifica e Controllo dell’Assistenza Sanitaria) del Ministero della Salute.

Il nostro sistema è in salute

Giungiamo al 2018 con una Federazione più solida, più moderna, più coesa. Il buon risultato di gestione, però, va misurato sulla soddisfazione espressa dagli associati. Certamente abbiamo affrontato la sfida più complessa: accrescere il livello dei servizi senza alcun aumento di spesa nel 2018 per i colleghi e le loro famiglie iscritti a Fasi e ad Assidai. Siamo riusciti a farlo innovando gli assetti dei nostri enti, ma anche creandone di nuovi per rafforzare l’offerta di welfare, come 4.Manager, neo-costituito nell’ambito della bilateralità con Confindustria. Rendiamoci conto del quadro generale: la spesa sanitaria pubblica è tra le più contenute in Europa mentre quella privata cresce a grandi ritmi.

Secondo il rapporto CREA Sanità dell’università di Roma Tor Vergata, con cui dialoga la Commissione Sanità di Federmanager, il 92,6% della spesa privata in sanità è tutta pagata direttamente dagli italiani. Solo il 7,4% è intermediato da Fondi sanitari integrativi, polizze collettive o individuali. Ciò significa che i cittadini sono di fatto costretti a metter mano al portafogli quando hanno più bisogno di cure. Parliamo di oltre 36 miliardi di euro ogni anno. Questa spesa privata sta crescendo molto, mentre quella pubblica non abbastanza. Per la sostenibilità del sistema i nostri Fondi sono lo strumento migliore.

di Stefano Cuzzilla – Presidente Federmanager

Servono un riordino della sanità integrativa e una strategia nazionale per la copertura LTC (Long Term Care)

Questi i risultati di un’indagine del Senato, che chiede anche un’anagrafe unica dei Fondi

Innanzitutto bisogna “rilanciare i valori alla base del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) per renderlo adeguato, in tutte le Regioni, ai bisogni di salute della popolazione, garantendo un finanziamento a carico della fiscalità generale allineato con i livelli europei”. In secondo luogo va “realizzato un riordino della sanità integrativa, definendone l’ambito di azione in modo da evitare duplicazioni e consumismo sanitario, rafforzando la vigilanza pubblica e garantendo la massima trasparenza delle opportunità e dei costi”. Inoltre, si deve delineare “una strategia nazionale a favore della protezione contro i rischi connessi alla non autosufficienza, individuando soluzioni che rendano possibile la ripartizione degli oneri su una vasta platea di contribuenti”. Infine, bisogna “definire un’anagrafe unica dei Fondi sanitari e delle assicurazioni private, identificando requisiti di accreditamento validi su tutto il territorio nazionale e rendendone pubblica la consultazione”.

Sono solo alcune delle raccomandazioni espresse dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato nella recente “Indagine conoscitiva sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale con particolare riferimento alla garanzia dei principi di universalità, solidarietà ed equità”. In tutto 75 pagine che offrono, numeri alla mano, una panoramica approfondita della sanità italiana e delle sfide da affrontare nei prossimi anni. Un documento di ampio respiro in cui c’è spazio anche per un piccolo, ma importante, riconoscimento per Assidai e per il lavoro svolto dal nostro Fondo. Gli esperti della Commissioni, infatti, citano ed esaminano con “interesse” l’indagine svolta nel 2015 da Assidai in collaborazione con Ipsos (e presentata in occasione dei 25 anni del fondo) “L’identità del manager italiano, il best place to work e l’assistenza sanitaria integrativa”, da cui emergeva un limitato livello di conoscenza dei fondi sanitari integrativi da parte degli stessi manager.

Particolarmente interessanti sono le valutazioni espresse dalla Commissione sui fondi sanitari che nel corso degli anni, si sottolinea, “si sono sviluppati, soprattutto nella componente ancorata a contratti aziendali e nazionali di lavoro, ma ancora oggi costituiscono una amalgama poco conosciuta, contemplando una varietà di soluzioni (enti, casse e fondi integrativi, complementari, sostitutivi, ecc.) dagli effetti difficili da enucleare”. In ogni caso, secondo l’indagine, l’estensione di questo settore è tale “da non poter più essere disciplinata da una legislazione frammentata e obsoleta (in particolare per la sanità integrativa), la cui revisione dovrebbe essere effettuata tenuto conto dell’interesse generale”. L’obiettivo? “Favorire una governance complessiva del settore a tutela dei cittadini, a partire da una accurata analisi del funzionamento attuale dei fondi, dei vantaggi e degli oneri a essi connessi e sulla base di informazioni complete e attendibili”.

Altro tema cruciale è quello della non autosufficienza (Long Term care – LTC), che rientra tra quelle voci di spesa “molto impegnative per i bilanci delle famiglie”, che ancora “non godono di adeguate coperture, né pubbliche né private”. Per la copertura LTC, è dunque necessario “individuare una strategia nazionale, anche a partire da alcune esperienze regionali, in grado di favorire soluzioni che rendano possibile la copertura dei rischi che gravano sulle famiglie”. Per farlo, secondo la commissione, serve “un reale coordinamento con quanto di competenza del Servizio Sanitario Nazionale, assicurando il rispetto del principio di non discriminazione nei confronti di particolari gruppi di soggetti e di non selezione dei rischi”.

La parola al Presidente

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) presenta caratteristiche e punti di forza significativi a livello europeo ma per affrontare le sfide del futuro, in primis quella demografica, bisogna lavorare su più fronti. È il messaggio che emerge dall’ultimo numero di Welfare 24: sia da una recente indagine svolta dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato sulla sostenibilità del SSN sia dall’ampia intervista al Professore Federico Spandonaro, che ha illustrato la 13esima edizione del Rapporto Sanita elaborato dal C.R.E.A., cioè il Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità da lui presieduto. Il messaggio chiave? Riqualificare la spesa sanitaria, senza uscire da un alveo garantito e mutualistico, puntando anche sull’apporto della sanità integrativa. Senza dimenticare altri temi chiave come la necessità di una strategia nazionale per la copertura LTC (Long Term Care), in cui un ruolo chiave può essere giocato dal welfare aziendale, che secondo un’indagine Censis-Eudaimon ha un valore potenziale di 21 miliardi. Spetterà al nuovo Governo, ci ricorda il Presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla, dare maggiore centralità alle politiche sanitarie. Infine, viene illustrato anche un interessante approfondimento sulla struttura sanitaria “Villa Mafalda” di Roma, all’avanguardia nella prevenzione dell’infarto miocardio e del tumore polmonare.

di Tiziano Neviani – Presidente Assidai

L’invecchiamento è un tema globale

Di recente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso i dati sull’invecchiamento della popolazione rivelando che entro tre anni conteremo più anziani che bambini. Entro il 2050, poi, avremo una persona over 60 ogni cinque. Già oggi l’Italia è il Paese con più anziani, al secondo posto dopo il Giappone. Sicché, in questo scenario di nuova demografia globale, è ancora più forte il mio appello ai colleghi sull’importanza della prevenzione e dell’adozione di uno stile di vita che consenta di arrivare sì più avanti anagraficamente, ma assicurandosi una vita in buona salute.
Accanto alla condotta individuale, è però essenziale che il sistema salute nel suo complesso si riorganizzi. È tempo che il Sistema Sanitario Nazionale sviluppi sinergie operative con i Fondi sanitari integrativi per rafforzare la risposta domiciliare e territoriale, sviluppando sistemi di cura della cronicità alternativi all’ospedalizzazione.
Inoltre, vanno presi in carico fattori esterni determinanti. Un’esistenza in salute, oggi, non è possibile senza attenzione all’ambiente. Ben venga, quindi, che il prossimo G7 dei ministri della Salute affronti insieme salute, ambiente e clima: una relazione complessa e sempre più stretta, che richiama tutti noi a una maggiore responsabilità.

Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager

Rinnovata l’iscrizione all’Anagrafe dei Fondi Sanitari

Assidai ha ricevuto l’attestazione nei giorni scorsi dal Ministero della Salute a conferma della trasparenza dell’operato del Fondo

Il prestigioso documento è arrivato nella sede di Assidai nei giorni scorsi direttamente dal Ministero della Salute, in particolare dalla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria. Si tratta del rinnovo dell’iscrizione per il 2017 del Fondo all’Anagrafe dei Fondi Sanitari di cui al Decreto del Ministero della Salute del 31 marzo 2008 e del 27 ottobre 2009.

In Italia, come ricordato dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin in un’intervista concessa a Welfare 24 nei mesi scorsi, sono riconosciute agevolazioni fiscali a due tipologie di fondi sanitari per garantire l’erogazione di prestazioni integrative al Servizio Sanitario Nazionale: i “Fondi sanitari integrativi del SSN”, che erogano solo ed esclusivamente prestazioni non comprese nei livelli essenziali di assistenza, e gli “Enti, Casse e Società di Mutuo Soccorso aventi esclusivamente fini assistenziali” che sono sia integrativi del SSN, sia sostitutivi.

Dai dati dell’Anagrafe sui fondi sanitari, distinti per tipologia, emerge la netta prevalenza di quelli anche sostitutivi al SSN (297 nel 2016, con più di 9 milioni di iscritti), rispetto a quelli puramente integrativi al SSN (8 nel 2016, con più di 9 mila iscritti). La prima categoria, a cui appartiene Assidai, nel 2016 vedeva un ammontare totale delle prestazioni vincolate a quota 694 milioni di euro (dai 682 milioni dell’anno prima), a fronte di risorse impegnate per tutte le prestazioni garantite agli iscritti pari a 2,242 miliardi. In netta crescita anche il totale degli iscritti, arrivati a 9,145 milioni dai 7,49 milioni dell’anno prima.

Certificazione2017

Sanità nel mondo, sistemi a confronto

In Italia, Svezia e Gran Bretagna predomina il welfare statale. In Asia e negli Stati Uniti senza assicurazioni i costi privati rischiano di esplodere

Come funzionano i sistemi sanitari nei cinque continenti? Quanto costa essere curati in ospedale e quali coperture pubbliche o private sono a disposizione del cittadino? Business Insider International ha realizzato un’interessante inchiesta internazionale in cui, per nove Paesi “rappresentativi” di tutto il mondo, cioè Italia, Germania, Francia, Stati Uniti, Nigeria, Singapore, Svezia, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Giappone, ha provato a rispondere a queste domande.

Va anche precisato che, nell’inchiesta stessa, si parla soltanto di assicurazioni sanitarie senza citare i fondi sanitari integrativi come Assidai, che sono una peculiarità del nostro Paese e, in talune fattispecie, offrono una copertura simile.

La Svezia è la patria del welfare di Stato: l’assistenza sanitaria di emergenza è finanziata dal Governo e il paziente deve pagare tra i 35 e i 45 dollari per la visita in ospedale, se è assicurato gli verrà rimborsata anche questa somma. La Svezia è un caso ormai molto raro, assieme alla Gran Bretagna e all’Italia. Anche a Londra le cure mediche per un braccio rotto non avrebbero nessun costo, perché la sanità è finanziata dai contribuenti attraverso un’apposita tassa, anche se le aziende possono offrire un’assicurazione privata. Nel nostro Paese, come noto, non serve una polizza per essere curati in un ospedale pubblico, a seconda del problema e delle necessità c’è il pagamento di un eventuale ticket, anche se a volte si propende per il privato, perché garantisce tempi di cura e costi, per alcune prestazioni specifiche, addirittura inferiori al ticket pubblico.

Nella maggior parte degli Stati, invece, l’assicurazione pubblica è obbligatoria.

In Germania la polizza (di importo proporzionale al reddito) viene pagata metà dal datore di lavoro e metà dal dipendente (gli viene sottratta dal salario): con essa un braccio rotto non “costa” nulla.

Stessa musica nei Paesi Bassi, dove la polizza assicurativa di base è obbligatoria (con una franchigia annua complessiva di 350 euro) e costa in media 109 euro al mese.

Anche nel Far East, a Singapore, c’è un’assicurazione gestita dallo Stato che provvede alla copertura delle cure ricevute negli ospedali pubblici e che può essere integrata con polizze private. Senza di essa, la sola visita di pronto soccorso per un braccio rotto (inclusi test e radiografie) costerebbe 85 euro circa.

In Giappone, invece l’assicurazione pubblica è obbligatoria, anche per i disoccupati (per chi lavora molto spesso è un benefit erogato dai datori di lavoro, compreso nel più ampio universo del welfare aziendale). Per quanto riguarda invece l’intervento in pronto soccorso per un braccio rotto, i pazienti di solito pagano tra il 10% e il 30% del costo, mentre il resto (su un totale di circa 600 euro) è coperto appunto dallo Stato.

In Africa, in particolare in Nigeria, l’assicurazione privata (spesso stipulata dal datore di lavoro) è praticamente obbligatoria, se si pensa che un braccio fratturato, negli ospedali pubblici, può costare oltre 650 dollari esclusi i costi aggiuntivi.

Per concludere gli Stati Uniti, dove l’assicurazione è imprescindibile visti i costi altissimi della sanità. Nella zona di San Francisco rompersi un braccio e avere un’assicurazione con una franchigia elevata può costare anche 1200 dollari; in assenza di polizza il costo stesso sale alle stelle. La maggioranza degli americani ha un’assicurazione pubblica (i famosi piani Medicare e Medicaid finanziati dal Governo) o privata, che invece per molti cittadini è fornita dal datore di lavoro. Secondo le ultime ricerche, in particolare una realizzata dal centro di sondaggi Gallup, oltre l’11% degli americani non ha nessuna assicurazione sanitaria e per questo deve affrontare costi devastanti per affrontare un’emergenza medica.

In molti Paesi una assicurazione pubblica è obbligatoria ma una parte di essa viene coperta dallo Stato (in Germania per metà) o dalle aziende come forma di benefit. Lo stesso vale in diversi Paesi extra europei per le polizze private.

infografica_mondo

Non autosufficienza, un problema molto italiano

Rapporto Istat sulle condizioni di salute in tutta Europa

Gli italiani frequentano “il giusto” il medico di famiglia (il 74,9% vi ha fatto ricorso negli ultimi 12 mesi, in linea con la media europea; guida la Francia con l’87,6%) ma si ricoverano poco (8,4% contro il 10,6% a livello continentale e il 15,2% della Germania).

È questa una delle principali evidenze del rapporto Istat appena pubblicato “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea” – dati di rilevazione 2015. Un documento che evidenzia anche come il ricorso a visite specialistiche nel nostro Paese è superiore alla media Ue (54,6% contro il 49,5%) mentre quello a dentisti o ortodontisti, per l’Italia, è drammaticamente basso: il 45,8% vi si è recato negli ultimi 12 mesi contro il 60% medio dell’Europa e il 93,6% dell’Irlanda, prima di questa speciale classifica.

E ancora: gli italiani prendono meno farmaci (prescritti o non prescritti) di quasi tutta l’Ue (sono terzultimi) e presentano limitazioni fisiche (vista, udito e motorie) abbastanza in media rispetto agli altri Paesi.

Altro aspetto interessante è quello legato alle limitazioni del vivere quotidiano – più nello specifico, tra gli altri, la cura della persona, mangiare, lavarsi e varie attività domestiche (tutti elementi che, qualora presenti contemporaneamente determinano la non autosufficienza di una persona) – dove l’Italia è quasi sempre oltre la media europea e ai primi posti della classifica.

Ciò a testimonianza dell’importanza e attualità di questo tema e quindi della cosiddetta copertura Ltc (Long Term Care) per la non autosufficienza.

Ticket, esami, screening e pronto soccorso ecco il federalismo sanitario italiano

Uno studio di Cittadinanzattiva rivela: tempi d’attesa e qualità diversi tra le regioni

Per una mammografia nel Nord-Ovest si attendono 89 giorni, in media in tutta Italia 122 giorni (due mesi in più rispetto al 2014) e al Sud e nelle Isole addirittura 142 giorni. Sulle quattro vaccinazioni obbligatorie da anni (polio, difterite, teta ed epatite B), Abruzzo, Molise e Basilicata hanno una copertura superiore al 97% mentre Friuli Venezia Giulia e la Provincia Autonoma di Bolzano si fermano rispettivamente all’89% e all’85%. Un ticket per una visita specialistica costa 16,5 euro nelle Marche e quasi il doppio, per l’esattezza 29 euro, in Friuli. L’arrivo del Pronto Soccorso che in Liguria richiede 13 minuti e in Basilicata quasi mezzora (27 minuti). Sono solo alcuni degli esempi delle profonde disuguaglianze che permangono (e in taluni casi aumentano) in Italia nell’accesso ai servizi sanitari che incidono purtroppo sulla salute dei cittadini.

Una sorta di “federalismo” sanitario evidenziato dall’ultimo Osservatorio Civico sul tema, presentato recentemente da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato e riferito all’anno 2015. I numeri parlano chiaro: dai tempi di attesa all’erogazione dei farmaci, dalla copertura vaccinale alla gestione del Pronto Soccorso, dai servizi per i malati oncologici agli screening per i tumori, l’Italia della sanità viaggia davvero a mille velocità. Al Sud si concentrano le Regioni con maggiori problematicità (ma ci sono anche eccezioni positive) mentre al Nord alcune regioni faticano più del passato a mantenere livelli elevati di performance nell’erogazione dei servizi sanitari ai cittadini. I motivi di questa situazione? Sempre gli stessi, tra cui le risorse statali sempre più scarse e il graduale invecchiamento della popolazione: per questo lo sviluppo del secondo pilastro (a partire dai fondi sanitari integrativi) è sempre più essenziale per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Sanità, aumenta il divario Nord-Sud

Un tema da non sottovalutare è quello dei Lea (Livelli essenziali di assistenza): nel 2015 passano da tre a cinque le Regioni che non li rispettano nonostante l’attuale sistema di affiancamento dei ministeri competenti: al Molise, Calabria e Campania, che versa in condizioni di particolare criticità (da un punteggio di 139 nel 2014 a 106 nel 2015), si aggiungono Puglia (da 162 del 2014 a 155 nel 2015) e Sicilia (da 170 nel 2014 a 153 nel 2015). Anche fra quelle che garantiscono i livelli essenziali di assistenza, le discrepanze sono notevoli: si va da un punteggio di 212 (la soglia di sufficienza è pari a 160) della Toscana ai 170 della Basilicata. Del resto, secondo l’Istat, la quota di persone che ha rinunciato a una visita specialistica negli ultimi 12 mesi è cresciuta tra il 2008 e il 2015 dal 4% al 6,5% della popolazione. Il fenomeno appare più accentuato nel Mezzogiorno che passa dal 6,6% nel 2008 al 10,1 per cento.

E gli screening oncologici? Quello mammografico, nonostante l’aumento degli inviti recapitati nel 2015, presenta disuguaglianze territoriali significative: al Nord raggiunge quasi tutte le donne (oltre nove su dieci) ma al Sud solo il 60%. Per guardare il dettaglio delle singole regioni, guida l’Emilia Romagna (78%) mentre Campania, Calabria e Sicilia si attestano al 50%. Per quanto riguarda invece i tempi di attesa per le prestazioni diagnostiche e specialistiche in caso di sospetto diagnostico, i dati del monitoraggio delle strutture oncologiche di Cittadinanzattiva mostrano che al Nord l’80% delle persone in condizione di urgenza accede entro le 72 ore stabilite. Percentuali peggiori sono rilevabili al Centro (72%) e al Sud (77%). C’è maggiore tempestività, invece, per l’accesso all’intervento chirurgico a seguito di diagnosi oncologica. Al Nord il 100% dei cittadini accede entro 60 giorni, al Centro l’88% e al Sud il 77%. Nota dolente, purtroppo, l’accesso alla radioterapia e alla chemioterapia che, soprattutto al Centro e al Sud, non viene garantita entro 30 giorni nel 100% delle strutture ma solo rispettivamente nell’84% e nel 86 per cento.

Cittadinanzattiva