Cancro al seno, scoprirlo subito per batterlo

“Serve serenità perché la vera prevenzione è la diagnosi precoce: negli ultimi 10 anni ci ha permesso di ridurre la mortalità del 10%. Il mio è un messaggio di speranza, ma anche e soprattutto un forte richiamo al valore della prevenzione: se c’è qualcosa è meglio scoprirlo subito, perché così non diventa un problema”. Queste le dichiarazioni di Chiara Pistolese, medico e docente universitaria in Diagnostica per immagini, che lavora al Policlinico Tor Vergata di Roma e da oltre 20 anni segue la diagnostica senologica. “Mi occupo di diagnostica e interventistica – sottolinea – e lo faccio con grande passione perché sono una donna e so cosa significa sottoporsi a questo tipo di controlli: serve grande sensibilità. Il carcinoma al seno è molto diffuso ed è una delle cause di morte più frequenti. Per questo le donne vanno sensibilizzate, se già non lo sono, sul tema della prevenzione che, negli ultimi 10 anni, ha permesso di ridurre il tasso di mortalità dell’11%”.

Quali sono gli esami specifici per la prevenzione del cancro al seno?

In realtà non esiste una vera e propria prevenzione nel senso stretto del termine. Mi spiego meglio. C’è sempre la prevenzione “prima”, quella legata allo stile di vita, ma la “vera” prevenzione, per il cancro al seno, è la diagnosi precoce: quanto prima si scopre una lesione, tanto più si può riuscire a cambiare in positivo la prognosi.

A che età una donna deve iniziare a fare controlli e quali sono le tipologie di esami da effettuare?

È importante iniziare al momento giusto, che arriva a 35-40 anni, anche in relazione alla storia della donna – per esempio, se in famiglia ci sono stati altri casi di cancro al seno – e al tipo di mammella. Per quanto riguarda le tipologie di controlli ci sono senz’altro le indagini convenzionali come la mammografia sempre associata a un’ecografia: questa è la cosa più importante. I due esami sono complementari e devono essere effettuati contestualmente, non a mesi di distanza: solo così possono dare una visione globale della mammella.

Con che frequenza vanno svolti questi esami?

Una volta l’anno e, ripeto, bisogna iniziare assolutamente da 40 anni, non oltre. Solo con questa frequenza si possono individuare lesioni molto piccole che possono essere risolte: grazie a questo tipo di prevenzione, negli ultimi 10 anni, abbiamo assistito a una significativa riduzione della mortalità, pari all’11%. In base all’esito di questi esami, mi sento di aggiungere, si passa rapidamente a esami di secondo livello per chiarire del tutto il quadro clinico. Parliamo, per esempio, di risonanza magnetica con mezzo di contrasto alla mammella, che va fatta solo in casi selezionati e su richiesta del radiologo, che sa cosa cercare, ma anche di altri esami come biopsie e procedure interventistiche di caratterizzazione citologica e istologica. È bene precisare che ormai al tavolo operatorio arrivano solo situazioni con diagnosi già definite e non esistono più interventi chirurgici a scopi diagnostici come avveniva anni fa.

Cosa si sente di raccomandare alle donne in generale su questo argomento?

Le donne si devono sempre rivolgere a centri altamente specializzati, dove il personale che si dedica alla senologia sia qualificato, tecnico e medico. È inoltre essenziale la presenza del medico durante l’esecuzione degli esami e si deve arrivare in poche ore alla diagnosi conclusiva. Bisogna rivolgersi a strutture in cui c’è la possibilità di effettuare tutti gli esami e la donna deve potere risolvere il suo problema, sciogliendo eventuali dubbi, in poche ore. Talvolta, infatti, si può agire anche in regime ambulatoriale. Serve serenità, perché il carcinoma alla mammella è risolvibile, se diagnosticato in tempo. Le donne non devono avere paura, ogni caso e ogni storia sono diversi: se c’è qualcosa è meglio scoprirlo subito, perché così non è e non diventa un problema.

Chiara Pistolese, medico chirurgo specialista in radiologia, da più di vent’anni si dedica alla diagnostica senologica. Professore aggregato presso il Dipartimento di diagnostica per immagini e radiologia interventistica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, è responsabile dell’Unità operativa semplice di interventistica senologica. Si occupa di imaging convenzionale (mammografia, ecografia) RM mammaria e procedure interventistiche di caratterizzazione istologica delle lesioni sotto tutte le guide strumentali.

Welfare, Assidai e Federmanager sul territorio

Da febbraio ad aprile, in sette città italiane, l’impegno del fondo insieme alle Associazioni Territoriali Federmanager per essere sempre più vicini agli iscritti attuali e futuri

Da febbraio ad aprile, in sette città italiane (Trieste, Piacenza, Cuneo, Milano, Verona, Bari e Pavia), Assidai è impegnato in una serie di interventi sul welfare organizzati dalle Associazioni Territoriali Federmanager che hanno visto il coinvolgimento degli Enti di tutto il sistema federale e del Fasi.

L’obiettivo, per quanto riguarda Assidai, oltre ovviamente a sostenere Federmanager in un capillare “lavoro” di sensibilizzazione sul territorio, è quello di presentare la propria attività come Fondo, fornire informazioni su come iscriversi, oltre che ascoltare gli iscritti e risolvere problematiche o questioni pendenti.

Gli interventi di Assidai si concentrano prevalentemente sull’importanza del ruolo ricoperto dal Fondo sanitario nel contesto del welfare sociale e aziendale, senza dimenticare i servizi innovativi introdotti per gli iscritti e le ultime novità sulle prestazioni per la non autosufficienza (Long Term Care), tema di grande attualità. La partecipazione agli eventi già realizzati è stata numerosa e molti sono stati gli interventi da parte del pubblico. Gli incontri sul territorio si confermano così un momento chiave per consolidare e allargare il bacino di utenza degli iscritti.

Welfare aziendale, si punta sulla prevenzione

È quanto emerge da un convegno promosso a febbraio 2017 da Federmanager. Tra i partecipanti il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, G&G Associated, Rbm e Confapi.

Il 78% degli italiani ha paura di dovere ridurre o rimandare le spese sanitarie in futuro. È quanto emerge da una ricerca di G&G Associated (istituto di ricerche per il marketing, la comunicazione e le tematiche sociali), che sottolinea anche un forte interesse dei lavoratori del settore manifatturiero per i programmi di prevenzione. Lo studio è stato presentato al convegno “Stili di vita: l’esperienza della sanità integrativa”, organizzato da Federmanager e tenutosi a Roma a febbraio.

All’evento, coordinato da Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager, oltre a Giuseppe Torre, Direttore G&G Associated, sono intervenuti Walter Ricciardi, Presidente Istituto Superiore di Sanità (intervistato in questa newsletter), Ranieri Guerra, DG Prevenzione sanitaria del Ministero della salute, Maurizio Casasco, Presidente Confapi e Fims, Lucia Magnani, AD Longlife Formula SpA, Federico Spandonaro dell’Università di Roma Tor Vergata e Presidente C.R.E.A., Marco Vecchietti, Consigliere Delegato RBM Salute e AD Previmedical.

Come detto, dunque, i lavoratori del settore manifatturiero iniziano a chiedere l’accesso a programmi di prevenzione. È questa la tendenza rilevata dai dati dell’osservatorio sulla sanità integrativa di G&G Associated su un campione di 800 imprese e 1.200 lavoratori del settore industria intervistati a fine 2016. Tra i benefit aziendali più attesi, subito dopo la sanità integrativa, richiesta dal 78% dei lavoratori, figurano l’orario flessibile (42%) e i programmi di prevenzione sanitaria 39%. Un trend che inizia a sollecitare l’interesse anche delle imprese del settore, sempre più disposte a considerare la prevenzione sanitaria una forma di welfare aziendale.

A tutto ciò si aggiunge il quadro di un Paese in cui, su un campione più vasto di cittadini (3.800 interviste), il 78% ha paura di dovere ridurre o rimandare le spese sanitarie in futuro: a rischio, subito dopo la spesa odontoiatrica (57%), compare quella in prevenzione sanitaria (47%) e, infine, quella per le visite specialistiche (42%).

Italia, sulla prevenzione avanti piano

Meglio di Grecia, Portogallo, Francia, Austria, Irlanda, Belgio, Spagna e Finlandia; peggio di Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Germania, Regno Unito, Olanda, Stati Uniti e Canada.

Il quadro della prevenzione, visto dal punto di vista della spesa procapite (che numericamente si attesta poco sotto i 100 euro), in Italia non è drammatico ma neppure entusiasmante. Stando ai dati Ocse illustrati da Federico Spandonaro, docente dell’Università di Roma Tor Vergata e presidente CREA, al convegno “Stili di vita: l’esperienza della sanità integrativa” (organizzato da Federmanager), il nostro Paese negli ultimi anni ha registrato alcuni miglioramenti su questo fronte, ma il lavoro da fare resta molto. L’ultimo dato disponibile, secondo Spandonaro, è quello del 2014, con una spesa relativa alla prevenzione pari al 4,9% della spesa corrente italiana contro il 3,7% del 2013. Un bel progresso, anche se restiamo abbondantemente indietro rispetto a Paesi come Olanda, Regno Unito, Canada, Germania e Stati Uniti.

Per i fondi integrativi un ruolo importante nel futuro del SSN

Per i fondi integrativi un ruolo importante nel futuro del Servizio sanitario nazionale ma serve una programmazione adeguata.

Intervista al Prof. Walter Ricciardi, Presidente Istituto Superiore di Sanità

La prevenzione sanitaria in Italia? “Purtroppo facciamo ancora troppo poco, dal punto di vista degli investimenti siamo la Cenerentola dell’Ocse”. La tenuta finanziaria del Servizio sanitario nazionale? “Serve un intervento a 360 gradi, ci sono ancora troppi sprechi”. Il possibile ruolo dei fondi sanitari integrativi? “Molto importante, va gestito con un’adeguata programmazione nazionale”. A parlare è il Professor Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.

Dal suo osservatorio quanto è importante la prevenzione per le dinamiche del Servizio sanitario nazionale?

Potrebbe essere molto importante, ma in Italia purtroppo lo è ancora troppo poco se si pensa che siamo in coda alla classifica Ocse negli investimenti in questo settore. In teoria ci sarebbe un accordo storico tra Stato e Regioni che prevede si destini alla prevenzione il 5% delle spese sanitarie, ma non viene rispettato quasi mai. Andando avanti di questo passo non riusciremo a difendere i grandi primati che abbiamo conquistato negli ultimi 40 anni e che ci hanno portato ad essere, secondo le ultime indagini, il popolo più sano del mondo. Abbiamo tagliato questo traguardo grazie a una efficace combinazione tra dieta mediterranea e Servizio sanitario nazionale pubblico, ma dobbiamo continuare a investire in prevenzione altrimenti perderemo posizioni. Su questo punto, il Ministero della Salute la pensa allo stesso modo, ma alla fine i soldi per la prevenzione li spendono le regioni e quindi tocca ai Governatori.

Come si deve concretizzare la prevenzione, dal punto di vista degli stili di vita e della diagnostica, che vantaggi economici potrebbe portare e quante vite potrebbe salvare?

Partiamo da una premessa: l’86% delle malattie non trasmissibili, cancro incluso, hanno quattro fattori di rischio modificabili: alcol, fumo, attività fisica e alimentazione. Agendo su queste leve è incredibile il numero di vite che si potrebbe salvare. Aumentare il costo delle sigarette in tutta Europa al prezzo medio di 4,25 euro salverebbe centinaia di migliaia di vite ogni anno. Ancora: circa 2,8 milioni di morti all’anno in Europa sono da imputare al sovrappeso o all’obesità; 1,7 milioni di morti possono essere attribuiti a uno scarso consumo di frutta e verdura e, sempre in Europa, si stima circa 1 milione di morti attribuibili all’inattività fisica.

Come si possono risolvere le difficoltà di “tenuta” finanziaria del Servizio sanitario nazionale?

Dopo i tagli lineari degli ultimi anni, nel 2017 e 2018 si intravede un’inversione di tendenza ma con questi ritmi di crescita la sostenibilità non è garantita. Servono interventi contemporanei e su più fronti. Dobbiamo crescere come Paese e innanzitutto utilizzare meglio le risorse che abbiamo: oltre 110 miliardi di fondi l’anno non sono pochi. Ci sono troppi sprechi: almeno il 20% delle risorse allocate in sanità potrebbe essere risparmiato e reinvestito, magari premiando proprio la prevenzione. Ci sono ancora troppi test diagnostici inappropriati e prestazioni non corrette che vengono erogate.

Che ruolo possono avere, in questo contesto, i fondi sanitari integrativi?

Un ruolo importante, anche perché credo non ci sia alcuna velleità di abbandonare il Ssn contrariamente a quanto alcuni vogliono far credere. Non favorire la sanità integrativa significa far sì che ci siano due soli canali finanziari: il pilastro pubblico e quello privato puro, che attinge direttamente alle tasche dei cittadini. Non credo che questa situazione sia adeguata e per questo vedo un grosso ruolo, adeguatamente gestito, per i fondi sanitari integrativi. Devo dire che, in questo senso, stiamo andando nella giusta direzione, ma dobbiamo ancora fare passi in avanti: ancora non siamo al livello di stendere una programmazione nazionale che preveda adeguati incentivi.

Walter Ricciardi

Professore Ordinario di Igiene e Direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ad agosto 2015 è stato nominato Presidente dell’Istituto Italiano Superiore di Sanità dove è stato Commissario dal luglio 2014 al luglio 2015. È responsabile di corsi universitari e post laurea tra cui un Master in Scienze e Corsi Internazionali di Epidemiologia. In Italia è stato membro del Consiglio Superiore di Sanità negli anni 2003-2006 e il Ministro della Salute lo ha nominato Presidente della Sezione di Sanità Pubblica del Consiglio stesso dal 2010 al 2014.

Presentazione di Welfare 24

La parola al presidente Assidai, Tiziano Neviani

I cittadini italiani sono i più sani al mondo.

Un primato invidiabile, che nel nuovo numero di Welfare 24 ci viene ricordato dal Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Walter Ricciardi, e dal Presidente di Federmanager, Stefano Cuzzilla.

Per difenderlo, qualsiasi ragionamento non può prescindere da due valori chiave: stili di vita corretti e prevenzione (l’intervento della senologa Chiara Pistolese è molto significativo in questo senso).
Proprio agendo su queste leve, si può contribuire a rafforzare l’impianto del Servizio sanitario nazionale, sempre più messo a dura prova dall’invecchiamento della popolazione e da finanze pubbliche provate da anni di crisi economica.

In questo contesto, come ci ricorda lo stesso Ricciardi, il ruolo della sanità integrativa è ancora più cruciale: rappresenta infatti un’alternativa, da stimolare con un’adeguata programmazione a livello nazionale, sia al pilastro pubblico sia a quello privato “puro”.

Anche in quest’ottica, nelle ultime settimane, Assidai è al fianco delle Associazioni Territoriali di Federmanager in una serie di interventi in tutta Italia – per essere sempre più vicini agli iscritti attuali e futuri – sul welfare aziendale, un tema ormai sempre più d’attualità in ogni settore dell’economia.

Rivoluzione culturale per il welfare

Secondo Luca Pesenti, esperto in materia, le misure messe in campo dal governo sono già importanti, ma adesso in Italia serve un vero cambio di passo da parte di tutto il sistema.

“Sul welfare aziendale in Italia siamo progrediti parecchio negli ultimi anni ma ora serve una vera svolta culturale da parte di tutto il sistema produttivo e sociale”. Ne è convinto Luca Pesenti, docente di “Sistemi di welfare comparati” alla facoltà di Scienze politiche e sociali all’Università Cattolica, che ha da poco scritto un libro – intitolato “Il welfare in azienda. Imprese smart e benessere dei lavoratori” (ed. Vita e Pensiero) – che si propone come manuale teorico e pratico per orientarsi nel settore in Italia.

Professor Pesenti, che cosa pensa del welfare aziendale in Italia e del suo sviluppo in relazione ad altri Paesi europei e alle attuali dinamiche di spesa sanitaria e di invecchiamento della popolazione?

Abbiamo vissuto una fase di forte sviluppo negli ultimissimi anni, anche perché partivamo da molto indietro visto che l’Italia, storicamente, non è un sistema all’inglese dove tutta la contrattazione è aziendale e l’employee benefit è molto sviluppato. Da noi, lo sviluppo della contrattazione di secondo livello e del welfare aziendale stanno andando di pari passo solo negli ultimi anni, anche perché nel passato c’è chi si è opposto nella convinzione che il tema del welfare dovesse essere esclusivamente di competenza statale, o al più demandato alla contrattazione nazionale. Poi, dopo 30 anni che non veniva modificata, la normativa fiscale è cambiata nel 2015 e nel 2016 e adesso c’è una significativa convenienza a ricorrere al welfare aziendale: da una parte le aziende sono più competitive, dall’altra lo Stato incentiva la diffusione di beni e servizi che possono parzialmente compensare l’arretramento del welfare pubblico. Chiaramente, la sanità è un epicentro critico all’interno di questa dinamica.

Che cosa si può fare per ampliare ulteriormente lo sviluppo del welfare aziendale?

Fino ad oggi il welfare aziendale si è diffuso nelle grandi aziende e parzialmente nelle medie, lasciando fuori le piccole che però rappresentano il grosso dell’industria e dell’occupazione in Italia. In questo senso, le ultime due leggi di Stabilità hanno rappresentato passaggi importanti, ormai ci sono pochi vincoli regolamentari; piuttosto serve una svolta di tipo culturale da parte di tutto il sistema produttivo e sociale sia da parte dei dipendenti che devono iniziare ad entrare nell’ottica di avere dei benefit al posto di una parte della retribuzione (quella variabile) che da parte delle aziende che non sempre conoscono bene le norme e hanno difficoltà ad abbracciarle all’interno delle logiche complessive della gestione delle risorse umane. Insomma, siamo davanti a una sfida che presenta opportunità e rischi.

Che ruolo devono giocare secondo lei in questo contesto i fondi sanitari integrativi come Assidai?

Saranno sicuramente un collegamento con la contrattazione di primo livello. Il tema più forte a mio parere è legato all’andamento della spesa out of pocket in Italia visto che siamo al 22% della spesa sanitaria totale, superiore alla media dell’Unione Europea a 28 Paesi. Una spesa molto alta per un sistema universalista come il nostro, con il 7% dei bisogni medici che non trovano soddisfazioni per cause economiche (un valore doppio rispetto alle medie UE). Di questo passo il problema si pone e si porrà sempre di più con difficoltà crescenti: non c’è dubbio che i fondi sanitari un ruolo forzatamente lo dovranno avere.

Luca Pesenti Ricercatore di Sociologia generale nella Facoltà di Scienze Politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Sistemi di welfare comparati e Modelli, strumenti e regole del welfare. Dottore di ricerca in Sociologia economica nella Facoltà di Economia dell’Università di Brescia, si occupa di temi legati al welfare contrattuale. Dal giugno 2013 è Direttore delle ricerche e componente del comitato scientifico dell’Osservatorio Donazione Farmaci presso la Fondazione Banco Farmaceutico.

Esplode il gap tra spesa sanitaria italiana ed europea

La sanità pubblica italiana è sempre più insostenibile dal punto di vista sanitario. A dirlo ci sono anche i dati contenuti nel 12° Rapporto Sanità a cura di C.R.E.A. Sanità – Università di Roma “Tor Vergata”, che rivelano come la spesa sanitaria corrente totale italiana nel 2015 si attestava a 2.436 euro pro-capite, con uno scarto di oltre il 32,5% rispetto ai 3.608 pro-capite dell’Europa occidentale. Un gap in aumento del 2,6% rispetto all’anno precedente e del 16,8% in confronto al 2005. Nel decennio 2005-2015 il gap in termini di spesa totale pro-capite tra l’Italia e l’Europa occidentale è, quindi, più che raddoppiato, passando dal 15,7% al 32,5%. E nel 2020, se si continuerà con questo ritmo, la forbice potrebbe arrivare al 40%. Allo stesso tempo, sottolinea il rapporto, la spesa privata dei cittadini cresce tuttavia agli stessi ritmi di quella dell’Europa occidentale, dimostrando di mantenere una funzione di complementazione della spesa pubblica anche in tempi di crisi.

LTC in Italia alle corde: urge una stampella privata

Prima di tutto i numeri. Secondo l’ultimo rapporto del Censis sul tema, in Italia il 5,5% della popolazione, ovvero 3.167.000, non è autosufficiente. Tra questi, le persone con non autosufficienza grave, in stato di confinamento, ossia costrette in via permanente a letto, su una sedia a rotelle o nella propria abitazione per impedimenti fisici o psichici, sono quasi la metà, per l’esattezza 1.436.000. E ancora: il modello tipicamente italiano – fatto secondo il Censis di una “centralità della famiglia con esercizio della funzione di caregiving e presa in carico della spesa per le esigenze dei non autosufficienti oltre che di un mercato privato di assistenza in cui l’offerta è garantita per la gran parte da lavoratrici straniere” – scricchiola. A rivelarlo è un altro dato eloquente: il 50,2% delle famiglie con una persona non autosufficiente (contro il 38,7% delle famiglie totali) ha a disposizione risorse familiari scarse. Per fronteggiare il costo privato dell’assistenza ai non autosufficienti, ancora il Censis sottolinea che 910mila famiglie italiane si sono dovute “tassare”, mentre altre 561mila hanno utilizzato tutti i propri risparmi, venduto la casa o si sono indebitate. Tutto ciò deriva anche dall’approccio dei cittadini alla non autosufficienza, che viene affrontata solo quando è conclamata. Specificatamente, il 30,6% dei cittadini non ci pensa e il 22,7% vedrà il da farsi quando accadrà. Il resto della popolazione conta sui risparmi accumulati (26,1%), sul welfare (17,3%) e sull’aiuto dei familiari (17%).

Numeri che fanno capire come la copertura LTC, per essere sostenibile, ha bisogno di una “stampella” privata, offerta ad esempio da fondi sanitari integrativi come Assidai. Del resto, un’altra criticità, altrettanto rilevante, è destinata ad aumentare il peso dell’LTC nei prossimi anni. Il nostro Paese detiene il primato della popolazione più anziana in Europa, con il 22% di ultra 65enni nel 2015 (di cui circa la metà oltre i 75 anni). Una quota che, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, dovrebbe crescere fino al 33% entro la metà del secolo.

In Italia, inoltre, secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato, la spesa pubblica per LTC ammonta all’1,9% del Prodotto interno lordo, di cui circa due terzi erogati a soggetti con più di 65 anni. Il 90% di tale esborso è composto, in parti pressoché uguali, dalla componente sanitaria della spesa e dalle indennità di accompagnamento. Spesa che lo Stato italiano e gli enti pubblici sono purtroppo sempre meno in grado di sostenere.

Per l’OCSE troppi sprechi nella sanità

Un report dell’organizzazione sottolinea come il 20% delle spese potrebbe avere un utilizzo migliore. il 10% dei pazienti danneggiato in ospedale.

ll 20% della spesa sanitaria potrebbe essere indirizzato verso un utilizzo migliore. A sottolinearlo è un nuovo rapporto dell’OCSE – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – “Tackling Wasteful Spending on Health” che analizza come affrontare e tagliare le spese inutili che appesantiscono i bilanci dei sistemi sanitari. Ma il quadro è ancora peggiore se si pensa che in tutti i principali Paesi occidentali, secondo l’organizzazione, “nel migliore dei casi una quota significativa della spesa di assistenza sanitaria è uno spreco mentre nel peggiore può anche essere danneggiata la salute dei cittadini”. I numeri? Sempre nell’area OCSE, un paziente su dieci è inutilmente danneggiato presso il punto di cura e oltre il 10% della spesa ospedaliera viene impiegata per correggere gli errori medici prevenibili o infezioni che le persone contraggono negli ospedali. “In una fase storica in cui i bilanci pubblici sono sotto pressione in tutto il mondo tutto ciò è allarmante – fa notare l’Organizzazione – i governi potrebbero spendere molto meno per l’assistenza sanitaria e migliorare per giunta la salute dei pazienti”.

Ancora: in Italia il 20% degli accessi al Pronto soccorso sono impropri mentre negli Stati Uniti più del 20% della spesa sanitaria totale è bruciata dagli sprechi. Nei 35 Paesi OCSE, invece, un bambino su tre nasce con il taglio cesareo, a fronte di indicazioni mediche che suggeriscono un tasso massimo del 15%. Tutto ciò mentre la penetrazione sul mercato di farmaci generici è ancora bassa ed eterogenea (tra il 10% e l’80% in tutti i paesi dell’area OCSE). Senza contare un problema altrettanto rilevante, rappresentato dalla percezione della corruzione: un terzo dei cittadini, infatti, considera il settore sanitario corrotto.

 

Nuovi LEA, si può ripartire

Il punto di vista del Presidente Federmanager, Stefano Cuzzilla

Il Ministro Lorenzin ha definito “un passaggio storico” la firma dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza. Dopo ben 15 anni, infatti, è stato aggiornato l’elenco delle prestazioni sanitarie per le quali va garantito il diritto universale alla cura.

L’adeguamento dei LEA è di fondamentale importanza anche per noi che, attraverso i nostri Fondi di assistenza sanitaria integrativa, ci siamo dati il compito di rafforzare il sistema pubblico negli obiettivi di equità di accesso alle prestazioni, qualità delle stesse, ampliamento dei servizi e loro fruibilità sul territorio nazionale. L’aggiornamento dovrà infatti trovare applicazione uniforme nei diversi sistemi sanitari regionali, e questo è un obiettivo tutt’altro che immediato.

La sanità integrativa dunque potrà concentrarsi più consapevolmente nella propria funzione di supporto e complementarietà al SSN. Le politiche adottate dai Fondi come Assidai hanno finora anticipato molte scelte del decisore pubblico, rispondendo in modo flessibile all’evoluzione della domanda di assistenza degli associati. Continueremo secondo questo criterio, adeguando la nostra azione ai bisogni espressi dai colleghi e finalizzandola su quelle aree in cui il SSN mostra minore capacità di intervento.