Intervista al Professor Martini, Professore Onorario di Otorinolaringoiatria dell’Università degli Studi di Padova

“Prevenzione e screening fattori chiave”

Intervista al Professor Martini, grande esperto italiano sulla sordità: “L’esposizione a rumori di intensità elevata è prima causa di problemi uditivi”.

“Al di là dei fattori genetici o infettivi, l’esposizione a rumori di intensità elevata è la principale causa dei problemi legati alla funzione uditiva”. A dirlo è il Professor Alessandro Martini, già Ordinario di Otorinolaringoiatria dell’Università degli Studi di Padova e uno dei principali esperti in questo campo. Al proposito, continua, “vorrei citare una tesi di dottorato all’Università di Anversa, incentrata sull’acufene indotto da rumore negli adolescenti e pubblicata su riviste di peso internazionale”. Laddove l’acufene, va ricordato, è la percezione di un rumore avvertito nelle orecchie o nella testa in assenza di uno stimolo acustico esterno.

Come si è svolta questa ricerca e con che risultati? Quanto pesa, in generale, l’esposizione a musica a volumi elevati?

Su un campione di 4 mila studenti tra i 14 e i 17 anni il 18,3% aveva un acufene permanente e di intensità importante. Il 30% di loro suonava strumenti musicali e il 60% usava riproduttori musicali. Praticamente tutti andavano a concerti o discoteche, dove il 70% di loro trovava il livello di rumore adeguato e l’80% non utilizzava protettori acustici. Il risultato di tutto ciò erano lesioni alle cellule cigliate dell’orecchio interno anche se l’esame audiometrico classico risultava normale. Chi ha questi danni oggi, a 40 anni manifesterà difficoltà uditive, magari al lavoro negli open space. è questo il senso dell’ultimo allarme lanciato dall’Oms. Per questo serve un’adeguata prevenzione.

Quale dovrebbe essere un percorso di prevenzione corretto?

Occorrono lo screening neonatale, e quello scolastico. Poi è molto importante quello in età avanzata, visti i forti legami tra sordità o ipoacusia e deficit cognitivo, con il rischio di Alzheimer che aumenta anche di cinque volte. La stessa ipoacusia, secondo gli esperti, è la prima causa di demenza. Infine, per i 40-50 enni il discorso è semplice: alla comparsa del minimo fastidio come necessità di farsi ripetere le cose dette, bisogna farsi immediatamente visitare ed è importante un esame audiometrico accurato, possibilmente utilizzando le parole oltre ai suoni. La maggior parte dei problemi uditivi si risolve con una terapia medica, anche perché l’acufene può avere altre cause, ad esempio un disturbo mandibolare. Se invece il danno è nell’organo sensoriale bisogna intervenire con urgenza; in caso di problemi del timpano o degli ossicini si può intervenire anche chirurgicamente; solo nel caso di difficoltà uditive importanti si ri- corre a un apparecchio acustico.

Qual è invece il peso della genetica nei problemi di udito?

Vanno distinte due situazioni: alcuni geni sono causa di sordità anche grave già alla nascita e quindi è essenziale venga effettuato uno screening della funzione uditiva a tutti i neonati perché bisogna agire con tempestività per evitare problemi di sviluppo del linguaggio; successivamente molti geni giocano un ruolo di predisposizione sia all’esposizione ai rumori, sia all’invecchiamento.

Alessandro Martini è Professore Onorario di Otorinolaringoiatria dell’Università degli Studi di Padova, già direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova. È considerato uno dei principali esperti italiani sulla genetica della sordità e conta oltre 400 pubblicazioni.

L’Oms lancia l’allarme globale sull’udito: i giovani a rischio sono più di 1 miliardo

I deficit uditivi portano conseguenze negative su istruzione e mondo del lavoro

Oltre 1 miliardo di persone nel mondo di età compresa tra i 12 e i 35 anni rischia di perdere l’udito a causa dell’esposizione prolungata a musica e ad altri suoni ad alto volume. A lanciare l’allarme, in occasione della Giornata mondiale dell’udito tenutasi lo scorso 3 marzo, è stata l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che ha anche evidenziato come i deficit uditivi comportano conseguenze sull’istruzione e sul mondo del lavoro, riducendo notevolmente le prospettive di occupazione. Si tratta, insomma, di una questione urgente che riguarda tutto il pianeta: un’emergenza che va affrontata il prima possibile con una serie di misure di intervento e prevenzione.

I numeri parlano chiaro: oggi circa il 5% della popolazione mondiale convive con una perdita uditiva, in Italia si parla di circa 7 milioni di persone, ovvero il 12% del Paese. Solo un italiano su 3 (per la precisione il 31%) ha effettuato un controllo dell’udito negli ultimi 5 anni, mentre il 54% non l’ha mai fatto. Inoltre, soltanto il 25% di coloro che potrebbero averne beneficio utilizza l’apparecchio acustico, nonostante l’87% di chi ne fa uso dichiari migliorata la propria qualità di vita.

A fronte di questa situazione l’Oms ha prodotto sei raccomandazioni chiave, rivolte ai gestori di attività, per evitare che i problemi di udito possano diventare ancora più diffusi e gravi. Innanzitutto, non superare mai un livello sonoro medio massimo di 100 decibel e monitorare in tempo reale i livelli sonori mediante apparecchiature opportunamente calibrate. Altri aspetti cruciali sono l’ottimizzazione dell’acustica del locale e dei sistemi audio e la messa a disposizione al pubblico di dispositivi di protezione personale dell’udito. Inoltre, vanno garantite la possibilità di accesso a zone tranquille per far riposare le orecchie e la formazione del personale.

Alle singole persone, infine, l’Oms consiglia di mantenere basso il volume dei dispositivi audio personali, di utilizzare cuffie o auricolari ben adattati e, se possibile, in grado di eliminare il rumore, di indossare i tappi per le orecchie nei luoghi rumorosi e di sottoporsi a regolari controlli dell’udito.

Salute e occupazione in primo piano

Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager

Attribuiamo da sempre rilevanza primaria alla salute dei manager, anche nell’ambito delle nostre attività finalizzate a rispondere alle difficoltà occupazionali che vengono avvertite.

In Italia rileviamo circa 10 mila manager inoccupati, pur essendo alta la domanda di managerialità qualificata, come testimonia un dato: il 48,4% delle aziende trova difficile reperire le competenze manageriali di cui ha bisogno. Questo mismatch deve essere colmato. Ecco perché attraverso 4.Manager, da noi costituita con Confindustria, abbiamo lanciato “Rinascita manageriale”: un progetto che prevede lo stanziamento di 4 milioni di euro per sostenere imprese che ingaggino un manager inoccupato, sotto forma di rimborso spese per le fasi di assessment delle esigenze aziendali e di ricerca e selezione del personale.

Le assunzioni dovranno interessare quattro settori strategici: innovazione e digitalizzazione, sostenibilità, organizzazione del lavoro post-Covid ed export. Una particolarità del progetto è che, oltre ai rimborsi spese previsti (fino a 30 mila euro per un manager assunto a tempo indeterminato e fino a 15 mila per un manager assunto a tempo determinato o con contratto senza vincolo di subordinazione), alle aziende beneficiarie offriamo anche percorsi formativi, informazioni su incentivi pubblici e il rimborso per un anno della quota per l’assistenza sanitaria Fasi del dirigente (prolungato a due, se il manager è donna).

Un segnale importante che testimonia, una volta di più, la nostra attenzione al welfare, con particolare riguardo per la salute che è il bene più prezioso.

Bocconi: “Anche i giovani attenti alla LTC”

L’Osservatorio Cergas rivela che più di uno su due è pronto a organizzarsi in anticipo per far fronte al rischio di non autosufficienza, ma il sistema delle Rsa continua a vivere difficoltà.

Il rischio di non autosufficienza inizia a essere preso in considerazione già da giovani e organizzarsi per tempo diventa sempre più una priorità. È quanto emerge dalla quarta edizione del Rapporto Osservatorio Long Term Care del Cergas-Bocconi: un appuntamento fisso, ormai, che tuttavia questa volta ha coinvolto anche soggetti giovani, con un’età media di 37 anni, per studiare la loro percezione di questi temi e del settore Long Term Care.

I risultati? Il 54% del campione esaminato è pronto a organizzarsi in anticipo per far fronte al rischio di non autosufficienza e ad adottare misure di prevenzione. Punti di riferimento per tutto ciò sono il mondo della sanità e il passaparola. Un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento degli italiani che, dal punto di vista organizzativo – sottolineano gli autori dello studio – dovrebbe essere da stimolo per iniziare a pensare a servizi di prevenzione e di ingaggio precoce capaci sia di rispondere a questi nuovi bisogni delle persone, sia di alleggerire il sistema di welfare pubblico e di dare maggiore spazio di mercato al settore privato.

long term care bocconi giovani

Il Rapporto, inoltre, scatta la consueta fotografia del settore dell’assistenza agli anziani in Italia e mette in luce la scarsità di figure centrali nella cura e nell’assistenza. Nelle Rsa del nostro Paese – si aggiunge – mancano infatti all’appello il 26% degli infermieri, il 18% dei medici e il 13% degli operatori socio sanitari a causa di una carenza strutturale di figure professionali e di una competizione tra settore sanitario e socio-sanitario nell’attrarre nuove leve. Ciò rischia di tradursi in una possibile compromissione dei servizi e della crescita del settore. Inoltre, il 100% dei gestori delle Rsa esaminate dichiara di vivere una situazione critica nella gestione delle persone già impiegate a causa della carenza di personale a livello italiano (94%), della motivazione (56%) e dei casi di esaurimento emotivo (38%).

I soggetti promotori del Rapporto sottolineano infine che ci sono alcune direttrici su cui è importante muoversi per garantire un’assistenza efficace a coloro che ne hanno bisogno e per alleggerire la pressione sul settore Long Term Care. Tutto ciò testimonia la necessità di ripensare e supportare il sistema e, in questo senso, è importante anche il ricorso da parte dei gestori a partner di valore che possano supportarli nella gestione di costi-consumi e servizi.

Lo Stato torna protagonista ma servirà un aiuto

Il rapporto sul secondo welfare: “Aziende e terzo settore cruciali per ripartire dopo la pandemia”

Nell’era pandemica lo Stato sembra tornato protagonista dell’arena del welfare, mettendo in campo risorse e competenze tali da tirare a sé le fila di ambiti di intervento che per anni erano rimasti ai margini della sua azione. Al contempo, tuttavia, appare chiaro che gli attori del secondo welfare – come aziende, fondazioni, sindacati, associazioni datoriali, consorzi, enti non profit e gruppi informali di cittadini – sono diventati sempre più importanti per rispondere a rischi e bisogni sociali.

È questo, in estrema sintesi, il quadro che emerge dal Quinto Rapporto sul secondo welfare, intitolato “Il ritorno dello Stato sociale? Mercato, Terzo Settore e comunità oltre la pandemia”, presentato recentemente da Percorsi di secondo welfare, Laboratorio di ricerca legato al Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano. L’edizione di quest’anno cade in un momento cruciale per il Paese, in cui “la pandemia sta cambiando nel profondo gli assetti del welfare italiano”, si osserva. In altre parole, “la diffusione del Covid ha rafforzato diversi problemi strutturali del nostro Stato sociale, ha imposto sfide che richiedono risposte sempre più complesse e, apparentemente, ha mutato le dinamiche che da circa un decennio caratterizzano i rapporti tra pubblico e privati”. Anche per questo, si aggiunge, “solo grazie a un’azione sinergica con gli attori del secondo welfare il pubblico sarà in grado di sostenere questo rinnovato ruolo e reggere l’urto della pandemia”.

In particolare, proprio il secondo welfare “ha consentito e promosso un riposizionamento dei confini del welfare tra pubblico e privato, da una parte, e nazionale-locale, dall’altra”, laddove sul primo fronte – si legge nel rapporto – “particolarmente rilevanti sono stati ad esempio l’attività dei fondi sanitari integrativi e le nuove opportunità di sviluppo del welfare aziendale promosse dai contratti collettivi nazionali”.

L’Italia e i principali Paesi europei, con sistemi di welfare inclusivi e generosi, sostenuti rapidamente e a più riprese da interventi straordinari rivolti alle categorie più vulnerabili, – conclude lo studio – sembrano aver retto l’urto della crisi pandemica meglio di altre parti del mondo. Tuttavia, nel mentre, è apparso più chiaro che il modello europeo necessita di essere rinnovato: i rischi tradizionali (in primis la vecchiaia, una lunga fase di vita che dai 65 anni si estende fino oltre gli 85 anni per un numero crescente di persone) non generano più, automaticamente, bisogni, mentre quelli collegati ai nuovi rischi di salute pubblica, alle nuove vulnerabilità o quelli derivanti dalla transizione climatica e tecnologica non sono ancora adeguatamente protetti.

Secondo lo studio sono stati particolarmente rilevanti l’attività dei fondi sanitari integrativi e le nuove opportunità di sviluppo del welfare aziendale promosse dai contratti collettivi nazionali.

Anche il welfare aziendale è pronto a ripartire

Dopo la pandemia il welfare aziendale è pronto a ripartire. Il Quinto Rapporto sul secondo welfare sottolinea come “l’attenzione delle imprese, delle parti sociali e dei decisori pubblici verso il welfare aziendale rimane elevata”, anche se “la crisi economica e produttiva connessa con il Covid ha portato ad una progressiva riduzione nella contrattazione di misure e benefit”. Tuttavia, secondo gli autori dello studio, si tratta di una “parentesi temporanea” e nel corso dei prossimi anni “l’intervento delle imprese tornerà a crescere”.

ripartenza welfare aziendale

Come già mostrato dalla crisi economica iniziata nel 2008, infatti, il welfare aziendale è uno strumento che tende a diffondersi soprattutto a seguito di momenti di difficoltà, in particolare per il fatto che si tratta di interventi che hanno un vantaggio sia per l’impresa (in termini fiscali) sia per i lavoratori (in termini economici e di benessere). È quindi plausibile – si conclude – che, al termine della crisi pandemica, nel corso dei prossimi mesi, assisteremo ad un rinnovato sviluppo di questa materia a livello contrattuale e non. Inoltre, “il welfare aziendale tenderà a rafforzare il suo ruolo di supporto del sistema di welfare pubblico”.

Intervista al Dr. Luigi Cavanna, Direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ASL di Piacenza e Presidente CIPOMO

“La soluzione? Medicina territoriale”

Intervista al dottor Luigi Cavanna, celebrato dal settimanale “Time” per le cure domiciliari ai malati di Covid. “Solo così si evitano il blocco degli ospedali e gli effetti negativi per oncologia e cardiologia”

Il prestigioso settimanale statunitense “Time” gli ha dedicato una copertina, definendo il dottor Luigi Cavanna uno degli eroi che hanno lottato in prima linea contro il Covid, curando i contagiati a casa loro grazie a una task force territoriale. Un cambio di prospettiva, rispetto al trattamento ospedaliero, che interpreta perfettamente una delle maggiori convinzioni del direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ASL di Piacenza dal 2004. Ovvero: “Sviluppare sempre più una medicina territoriale, che sia più umana e meno costosa e che, durante la pandemia avrebbe permesso agli ospedali di dare lo spazio adeguato anche ai malati non Covid. Oggi, per fortuna, si ha la sensazione di un graduale ritorno alla normalità”.

luigi cavanna time

Che effetto ha avuto il Covid in questi due anni a livello di mancate attività diagnostiche e interventi chirurgici nel settore oncologico?

Se gli ospedali si riempiono di malati Covid resta poco spazio per gli altri pazienti. Ma al di là di questo tema, per i malati oncologici ci sono altri due punti critici: la chiusura degli screening e soprattutto degli esami diagnostici per i sintomatici e il blocco delle terapie intensive, visto che spesso se non ci sono posti in rianimazione gli interventi vengono procrastinati. Il tumore è una malattia tempo-dipendente e la guarigione completa può avvenire solo se si interviene tempestivamente, prima dell’insorgere di metastasi.

Lei è anche presidente del Cipomo, il Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri. Recentemente avete inviato una lettera aperta sul tema delle cure mancate. Che riscontri avete ricevuto?

Favorevoli, da esperti e istituzioni. La mia sensazione, condivisa con altri professionisti, è stata che dopo la prima e la seconda ondata il Paese non abbia pensato a una strategia per curare il Covid anche fuori dall’ospedale.

Ci sono stati impatti anche a livello di screening e di prevenzione primaria contro le cronicità?

Certo. Fermo il fatto che alimentazione equilibrata e attività fisica quotidiana sono capisaldi della lotta alle cronicità, il lockdown ha spinto diverse persone a mangiare di più e a muoversi meno. E ne vedremo le conseguenze tra qualche tempo. Sugli screening, nel 2021 si è in parte recuperato, ma purtroppo sempre più persone scoprono tumori in fase avanzata per il calo del 2020.

Quali sono gli altri settori medici che hanno pagato l’effetto Covid a livello di mancate cure?

Cardiologia e neurologia: alcuni malati mostravano maggiori resistenze a recarsi in ospedale per paura di contrarre il Covid e arrivare in ritardo su un infarto o un ictus può avere conseguenze gravissime.

Quali sono le soluzioni per rimediare a questa emergenza e che lezione dovrebbero trarre i policy makers per migliorare la sanità pubblica?

Il nostro Servizio Sanitario Nazionale e il nostro welfare hanno poco da invidiare a quelli di altri Paesi, si prendono cura di tutti e il sistema di assistenza cerca di continuare a funzionare nonostante le dinamiche demografiche. Siamo un Paese di persone anziane: per fortuna si vive più a lungo, ma al contempo aumentano le cronicità a partire da malattie cardiovascolari e tumori. Alla luce di ciò, lo sviluppo della medicina territoriale, più umana e meno costosa, è assolutamente necessario: si spende meno per un ricovero, le persone non perdono una giornata di lavoro per andare in un ospedale lontano e anche gli anziani riescono a spostarsi per le cure in modo autonomo. È un qualcosa che abbiamo sviluppato con successo, nella zona di Piacenza, per l’oncologia.

Il Dr. Luigi Cavanna, laureato in Medicina e Chirurgia, ha quattro specializzazioni (ematologia, medicina interna, oncologia, gastroenterologia). Primario dal 1994, è Direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ASL di Piacenza dal 2004. Da maggio 2021 è Presidente del Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO).

Il Covid e due anni di cure mancate tra oncologia, chirurgia e diagnostica

Le attività sanitarie non legate al virus sono state rinviate a causa dei contagi

Stop ai ricoveri, alla diagnostica, agli esami di screening (e più in generale alla prevenzione) e alle operazioni. Dalla chirurgia all’oncologia, dalla terapia intensiva alla traumatologia per arrivare agli infermieri e alle ambulanze, negli ultimi due anni le ondate della pandemia – non ultima quella dell’inverno che sta per concludersi – hanno purtroppo costretto al rinvio delle cure i pazienti “non Covid” che necessitavano di prestazioni ordinarie ma anche chi aveva bisogno di interventi improvvisi per un infarto o un trauma. Questo perché a causa dei contagi, delle rianimazioni in sofferenza e del personale che scarseggiava, sono state sempre di più le Regioni che hanno sospeso cure ed esami non legati al virus.

Il Covid ha lasciato dietro a sé una drammatica scia di decessi, causando inoltre un costo complessivo per il Paese – secondo le ultime stime – di circa 24 miliardi di euro tra vaccini, acquisti di materiali e servizi e assunzioni di personale da parte del Commissario straordinario per l’emergenza e delle Regioni. Tuttavia, se è vero che il Servizio Sanitario Nazionale, anche grazie a questi investimenti monstre, è riuscito a reggere l’urto della pandemia, le conseguenze delle mancate cure per migliaia di cittadini rischiano di avere effetti negativi sul presente e anche sul futuro.

Le criticità e i ritardi hanno riguardato soprattutto i settori della chirurgia e dell’oncologia, dove diversi interventi non urgenti sono stati rinviati. Proprio in ambito oncologico l’ultimo allarme in ordine di tempo è arrivato dal dottor Luigi Cavanna, al quale dedichiamo un’intervista ad hoc in questo numero di Welfare 24.

Allarme Aiom: per i tumori 1 milione di diagnosi in meno da inizio pandemia

Ripetuti richiami alla gravità della situazione sono arrivati anche dagli anestetisti e dai rianimatori, che ogni giorno sono in trincea nelle terapie intensive: le rianimazioni non Covid, ridotte nella loro capacità di letti e personale, sono finite sotto pressione per far fronte a traumi, infarti e ictus e patologie acute non Covid (come l’insufficienza respiratoria acuta); senza dimenticare i pazienti post-operatori complessi e gravi.Inoltre, da non sottovalutare, c’è tutto il tema della mancata prevenzione e della diagnosi.

Secondo un recente studio dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), in tutta Europa le diagnosi mancate di tumore ammontano a 1 milione dall’inizio della pandemia. È poi previsto un incremento del numero di nuovi casi che potrebbero crescere del 21% entro il 2040. Le interruzioni delle visite mediche, registrate nel 2020-21, avranno inoltre conseguenze soprattutto in termini di neoplasie individuate a uno stadio più avanzato. Senza dimenticare, evidenziano gli oncologi, che la costante emergenza sanitaria del Covid continua ad avere effetti negativi nel lungo periodo sui vari sistemi sanitari, distogliendo risorse umane ed economiche da altri ambiti medico-scientifici a partire dalla prevenzione, primaria e secondaria, che è il principale strumento a nostra disposizione per abbattere la mortalità legata alle malattie croniche.

Un piano anti contaminanti negli alimentari

È stato lanciato per il 2022 dal Ministero della Salute: ecco le indicazioni alle Regioni  per effettuare i controlli in tutte le fasi di produzione e tutelare il consumatore finale

Un Piano nazionale di controllo e indicazioni per le attività di monitoraggio dei contaminanti di origine ambientale e industriale nei prodotti alimentari per il 2022.

Il progetto, a cura del Ministero della Salute, è stato approvato dal Coordinamento interregionale e ha due principali obiettivi. Innanzitutto, programmare le attività volte alla verifica della conformità alla normativa e alla raccolta di dati per valutare l’esposizione del consumatore. In secondo luogo, fornire indicazioni alle Autorità delle Regioni e delle Province autonome sulla pianificazione del controllo ufficiale dei “contaminanti” nei prodotti alimentari, a partire dal campionamento nelle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione. Laddove per contaminanti si intendono quelli disciplinati a livello Ue e per i quali sono definiti tenori massimi di tollerabilità: melamina, oligoelementi e metalli, contaminanti da processo (per esempio idrocarburi), diossine e perclorato.

Insomma, questo piano del Ministero della Salute è finalizzato a disegnare il giusto inquadramento e le regole più corrette affinché il consumatore sia esposto il meno possibile al contatto con sostanze nocive nei prodotti alimentari. Può sembrare una cosa scontata, ma così non è se il Ministero stesso vi ha dedicato uno specifico rapporto, che fornisce anche indicazioni sulla pianificazione di attività sistematiche di ricerca, raccolta, confronto e analisi di informazioni e dati, ai fini dell’individuazione di rischi emergenti dovuti a contaminanti.

piano anticontaminanti alimentari assidaiOgni Regione, in particolare, deve elaborare un Piano di controllo ufficiale sulla presenza dei contaminanti nei prodotti alimentari per il 2022, tenendo conto, per quanto riguarda le attività di campionamento e analisi, delle indicazioni riportate nel Piano nazionale. Non solo: andranno tenuti in considerazione i dati sui controlli precedenti, le allerte sanitarie e le non conformità degli ultimi anni, i prodotti alimentari di particolare interesse produttivo a livello territoriale e i dati relativi all’esposizione della popolazione a specifici contaminanti. Infine, il controllo dovrà essere a 360 gradi: “il prelievo dei campioni – sottolinea il Ministero della Salute – deve essere effettuato in tutte le fasi della produzione, inclusa quella primaria, della trasformazione, della distribuzione dei prodotti alimentari intesi sia come ingredienti sia come prodotti finiti, ivi compresa l’importazione”.

Per una ripresa responsabile

Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager

Si riparte. Dopo una pausa natalizia che ci ha consentito di condividere tempo con i nostri cari, seppur con tutte le cautele che la pandemia impone. Siamo ancora alle prese con una situazione di emergenza, ma il contributo fondamentale della campagna di vaccinazione ci conforta sul futuro.

È il momento della responsabilità, a tutti i livelli.

Lo impone la delicata fase sociale che stiamo vivendo, con dati sull’occupazione che, se ci parlano di un progressivo recupero del numero totale di lavoratori, evidenziano contestualmente quanto le donne siano state penalizzate dagli effetti occupazionali della pandemia.

E lo impone anche una riflessione seria in merito alle conseguenze che i costi crescenti dell’energia stanno avendo sul sistema industriale e sulle condizioni di vita dei cittadini.

Per questo dobbiamo fare squadra, mettendo a disposizione del Governo, chiamato a scelte decisive, tutte le competenze che solo la classe manageriale è in grado di garantire, operando in prima linea per lo sviluppo nazionale.

Il nostro contributo si esprimerà anche dando più forza ai nostri temi prioritari, come il potenziamento della sanità integrativa. Lavoriamo a progetti di valorizzazione della sinergia tra Fasi e Assidai, così da fornire soluzioni sempre più rispondenti ai bisogni dei nostri colleghi e delle loro famiglie, ragionando anche sull’implementazione del nomenclatore tariffario.

È un impegno concreto che riguarda tutti noi.

Alfabetizzazione sanitaria, in Italia per un abitante su quattro è insufficiente

Lo rivela un’indagine svolta dall’Oms su 17 Paesi europei: solo per il 9% è “eccellente”

Un italiano su quattro, per l’esattezza il 23%, potrebbe avere un livello di “alfabetizzazione sanitaria” inadeguato: mostrare cioè difficoltà a valutare le possibilità di cura a sua disposizione, a interpretare correttamente i consigli sulla prevenzione e a trovare informazioni su come proteggere la propria salute fisica e mentale. A rivelarlo è una recente ricerca svolta a campione in 17 Paesi (oltre all’Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Israele, Norvegia, Portogallo, Russia, Slovacchia, Slovenia e Svizzera) dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) tramite l’Action Network on Measuring Population and Organizational Health Literacy. Uno studio condotto complessivamente su 42.445 persone, che segue a 10 anni di distanza il primo lavoro su questo tema in Europa, e che sarà aggiornato ulteriormente nel 2024.

In Italia sono state intervistate in tutto 3.500 persone. Utilizzando strumenti di misurazione di nuova concezione e validati, il report si è concentrato sia sull’alfabetizzazione sanitaria generale sia su alcuni suoi elementi specifici come la navigazione sul web, la comunicazione con i medici, il rapporto con le nuove tecnologie digitali e le vaccinazioni. Inoltre, la stessa alfabetizzazione sanitaria e la qualità della vita correlata alla salute sono state analizzate in relazione ai costi sanitari. In tutto 12 domande elaborate per descrivere le principali aree di azione a tutela della salute: ad esse, nel nostro Paese, il 31% del campione ha trovato “difficile” o “molto difficile” individuare una risposta contro una media europea del 23%. In generale, il 23% degli intervistati italiani è risultato con una alfabetizzazione sanitaria “inadeguata”, il 35% “problematica”, il 34% “sufficiente” e il 9% “eccellente” a fronte di valori medi del Vecchio Continente che si attestano rispettivamente al 13%, 33%, 40% e 15 per cento.

alfabetizzazione sanitaria italia“Chi è meno consapevole fa meno prevenzione”

L’Italia, inoltre, alla luce dell’emergenza pandemica ha aggiunto un ulteriore modulo di domande per valutare quanto sia facile reperire, comprendere, valutare e prendere decisioni in base alle informazioni sulla salute disponibili. Il risultato? Per il 31% del campione è “difficile” o “molto difficile”, per il 52% e “facile” e per il 17% “molto facile”.

Al di là dei numeri quali sono state le principali conclusioni dell’indagine dell’Oms a livello qualitativo? In diversi Paesi è emersa una oggettiva difficoltà nel giudicare le diverse opzioni di trattamento farmaceutico o chirurgico, nell’utilizzare le informazioni dei media per prevenire le malattie e nel trovare informazioni su come gestire i problemi mentali. Per quanto riguarda il web, invece, risulta complesso comprendere le informazioni sulle riforme sanitarie, giudicare l’idoneità dei servizi sanitari, scoprire i diritti dei pazienti e valutare l’estensione della copertura assicurativa sanitaria. Allo stesso tempo molte persone hanno mostrato difficoltà nell’ottenere dai medici il tempo sufficiente per dialogare ed esprimere opinioni personali. Inoltre, è stato dimostrato che i partecipanti con minore alfabetizzazione sanitaria avevano più contatti con i servizi di emergenza e con il medico di famiglia, mostravano una minore attività fisica e un minor consumo di frutta e verdura, e soffrivano maggiori limitazioni nelle attività dovute a problemi di salute, anche a lungo termine.