Servono un riordino della sanità integrativa e una strategia nazionale per la copertura LTC (Long Term Care)

Questi i risultati di un’indagine del Senato, che chiede anche un’anagrafe unica dei Fondi

Innanzitutto bisogna “rilanciare i valori alla base del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) per renderlo adeguato, in tutte le Regioni, ai bisogni di salute della popolazione, garantendo un finanziamento a carico della fiscalità generale allineato con i livelli europei”. In secondo luogo va “realizzato un riordino della sanità integrativa, definendone l’ambito di azione in modo da evitare duplicazioni e consumismo sanitario, rafforzando la vigilanza pubblica e garantendo la massima trasparenza delle opportunità e dei costi”. Inoltre, si deve delineare “una strategia nazionale a favore della protezione contro i rischi connessi alla non autosufficienza, individuando soluzioni che rendano possibile la ripartizione degli oneri su una vasta platea di contribuenti”. Infine, bisogna “definire un’anagrafe unica dei Fondi sanitari e delle assicurazioni private, identificando requisiti di accreditamento validi su tutto il territorio nazionale e rendendone pubblica la consultazione”.

Sono solo alcune delle raccomandazioni espresse dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato nella recente “Indagine conoscitiva sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale con particolare riferimento alla garanzia dei principi di universalità, solidarietà ed equità”. In tutto 75 pagine che offrono, numeri alla mano, una panoramica approfondita della sanità italiana e delle sfide da affrontare nei prossimi anni. Un documento di ampio respiro in cui c’è spazio anche per un piccolo, ma importante, riconoscimento per Assidai e per il lavoro svolto dal nostro Fondo. Gli esperti della Commissioni, infatti, citano ed esaminano con “interesse” l’indagine svolta nel 2015 da Assidai in collaborazione con Ipsos (e presentata in occasione dei 25 anni del fondo) “L’identità del manager italiano, il best place to work e l’assistenza sanitaria integrativa”, da cui emergeva un limitato livello di conoscenza dei fondi sanitari integrativi da parte degli stessi manager.

Particolarmente interessanti sono le valutazioni espresse dalla Commissione sui fondi sanitari che nel corso degli anni, si sottolinea, “si sono sviluppati, soprattutto nella componente ancorata a contratti aziendali e nazionali di lavoro, ma ancora oggi costituiscono una amalgama poco conosciuta, contemplando una varietà di soluzioni (enti, casse e fondi integrativi, complementari, sostitutivi, ecc.) dagli effetti difficili da enucleare”. In ogni caso, secondo l’indagine, l’estensione di questo settore è tale “da non poter più essere disciplinata da una legislazione frammentata e obsoleta (in particolare per la sanità integrativa), la cui revisione dovrebbe essere effettuata tenuto conto dell’interesse generale”. L’obiettivo? “Favorire una governance complessiva del settore a tutela dei cittadini, a partire da una accurata analisi del funzionamento attuale dei fondi, dei vantaggi e degli oneri a essi connessi e sulla base di informazioni complete e attendibili”.

Altro tema cruciale è quello della non autosufficienza (Long Term care – LTC), che rientra tra quelle voci di spesa “molto impegnative per i bilanci delle famiglie”, che ancora “non godono di adeguate coperture, né pubbliche né private”. Per la copertura LTC, è dunque necessario “individuare una strategia nazionale, anche a partire da alcune esperienze regionali, in grado di favorire soluzioni che rendano possibile la copertura dei rischi che gravano sulle famiglie”. Per farlo, secondo la commissione, serve “un reale coordinamento con quanto di competenza del Servizio Sanitario Nazionale, assicurando il rispetto del principio di non discriminazione nei confronti di particolari gruppi di soggetti e di non selezione dei rischi”.

La parola al Presidente

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) presenta caratteristiche e punti di forza significativi a livello europeo ma per affrontare le sfide del futuro, in primis quella demografica, bisogna lavorare su più fronti. È il messaggio che emerge dall’ultimo numero di Welfare 24: sia da una recente indagine svolta dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato sulla sostenibilità del SSN sia dall’ampia intervista al Professore Federico Spandonaro, che ha illustrato la 13esima edizione del Rapporto Sanita elaborato dal C.R.E.A., cioè il Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità da lui presieduto. Il messaggio chiave? Riqualificare la spesa sanitaria, senza uscire da un alveo garantito e mutualistico, puntando anche sull’apporto della sanità integrativa. Senza dimenticare altri temi chiave come la necessità di una strategia nazionale per la copertura LTC (Long Term Care), in cui un ruolo chiave può essere giocato dal welfare aziendale, che secondo un’indagine Censis-Eudaimon ha un valore potenziale di 21 miliardi. Spetterà al nuovo Governo, ci ricorda il Presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla, dare maggiore centralità alle politiche sanitarie. Infine, viene illustrato anche un interessante approfondimento sulla struttura sanitaria “Villa Mafalda” di Roma, all’avanguardia nella prevenzione dell’infarto miocardio e del tumore polmonare.

di Tiziano Neviani – Presidente Assidai

L’invecchiamento è un tema globale

Il punto di vista di Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager

Di recente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso i dati sull’invecchiamento della popolazione rivelando che entro tre anni conteremo più anziani che bambini. Entro il 2050, poi, avremo una persona over 60 ogni cinque. Già oggi l’Italia è il Paese con più anziani, al secondo posto dopo il Giappone. Sicché, in questo scenario di nuova demografia globale, è ancora più forte il mio appello ai colleghi sull’importanza della prevenzione e dell’adozione di uno stile di vita che consenta di arrivare sì più avanti anagraficamente, ma assicurandosi una vita in buona salute.
Accanto alla condotta individuale, è però essenziale che il sistema salute nel suo complesso si riorganizzi. È tempo che il Sistema Sanitario Nazionale sviluppi sinergie operative con i Fondi sanitari integrativi per rafforzare la risposta domiciliare e territoriale, sviluppando sistemi di cura della cronicità alternativi all’ospedalizzazione.
Inoltre, vanno presi in carico fattori esterni determinanti. Un’esistenza in salute, oggi, non è possibile senza attenzione all’ambiente. Ben venga, quindi, che il prossimo G7 dei ministri della Salute affronti insieme salute, ambiente e clima: una relazione complessa e sempre più stretta, che richiama tutti noi a una maggiore responsabilità.

Rinnovata l’iscrizione all’Anagrafe dei Fondi Sanitari

Assidai ha ricevuto l’attestazione nei giorni scorsi dal Ministero della Salute a conferma della trasparenza dell’operato del Fondo

Il prestigioso documento è arrivato nella sede di Assidai nei giorni scorsi direttamente dal Ministero della Salute, in particolare dalla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria. Si tratta del rinnovo dell’iscrizione per il 2017 del Fondo all’Anagrafe dei Fondi Sanitari di cui al Decreto del Ministero della Salute del 31 marzo 2008 e del 27 ottobre 2009.

In Italia, come ricordato dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin in un’intervista concessa a Welfare 24 nei mesi scorsi, sono riconosciute agevolazioni fiscali a due tipologie di fondi sanitari per garantire l’erogazione di prestazioni integrative al Servizio Sanitario Nazionale: i “Fondi sanitari integrativi del SSN”, che erogano solo ed esclusivamente prestazioni non comprese nei livelli essenziali di assistenza, e gli “Enti, Casse e Società di Mutuo Soccorso aventi esclusivamente fini assistenziali” che sono sia integrativi del SSN, sia sostitutivi.

Dai dati dell’Anagrafe sui fondi sanitari, distinti per tipologia, emerge la netta prevalenza di quelli anche sostitutivi al SSN (297 nel 2016, con più di 9 milioni di iscritti), rispetto a quelli puramente integrativi al SSN (8 nel 2016, con più di 9 mila iscritti). La prima categoria, a cui appartiene Assidai, nel 2016 vedeva un ammontare totale delle prestazioni vincolate a quota 694 milioni di euro (dai 682 milioni dell’anno prima), a fronte di risorse impegnate per tutte le prestazioni garantite agli iscritti pari a 2,242 miliardi. In netta crescita anche il totale degli iscritti, arrivati a 9,145 milioni dai 7,49 milioni dell’anno prima.

Certificazione2017

Sanità nel mondo, sistemi a confronto

In Italia, Svezia e Gran Bretagna predomina il welfare statale. In Asia e negli Stati Uniti senza assicurazioni i costi privati rischiano di esplodere

Come funzionano i sistemi sanitari nei cinque continenti? Quanto costa essere curati in ospedale e quali coperture pubbliche o private sono a disposizione del cittadino? Business Insider International ha realizzato un’interessante inchiesta internazionale in cui, per nove Paesi “rappresentativi” di tutto il mondo, cioè Italia, Germania, Francia, Stati Uniti, Nigeria, Singapore, Svezia, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Giappone, ha provato a rispondere a queste domande.

Va anche precisato che, nell’inchiesta stessa, si parla soltanto di assicurazioni sanitarie senza citare i fondi sanitari integrativi come Assidai, che sono una peculiarità del nostro Paese e, in talune fattispecie, offrono una copertura simile.

La Svezia è la patria del welfare di Stato: l’assistenza sanitaria di emergenza è finanziata dal Governo e il paziente deve pagare tra i 35 e i 45 dollari per la visita in ospedale, se è assicurato gli verrà rimborsata anche questa somma. La Svezia è un caso ormai molto raro, assieme alla Gran Bretagna e all’Italia. Anche a Londra le cure mediche per un braccio rotto non avrebbero nessun costo, perché la sanità è finanziata dai contribuenti attraverso un’apposita tassa, anche se le aziende possono offrire un’assicurazione privata. Nel nostro Paese, come noto, non serve una polizza per essere curati in un ospedale pubblico, a seconda del problema e delle necessità c’è il pagamento di un eventuale ticket, anche se a volte si propende per il privato, perché garantisce tempi di cura e costi, per alcune prestazioni specifiche, addirittura inferiori al ticket pubblico.

Nella maggior parte degli Stati, invece, l’assicurazione pubblica è obbligatoria.

In Germania la polizza (di importo proporzionale al reddito) viene pagata metà dal datore di lavoro e metà dal dipendente (gli viene sottratta dal salario): con essa un braccio rotto non “costa” nulla.

Stessa musica nei Paesi Bassi, dove la polizza assicurativa di base è obbligatoria (con una franchigia annua complessiva di 350 euro) e costa in media 109 euro al mese.

Anche nel Far East, a Singapore, c’è un’assicurazione gestita dallo Stato che provvede alla copertura delle cure ricevute negli ospedali pubblici e che può essere integrata con polizze private. Senza di essa, la sola visita di pronto soccorso per un braccio rotto (inclusi test e radiografie) costerebbe 85 euro circa.

In Giappone, invece l’assicurazione pubblica è obbligatoria, anche per i disoccupati (per chi lavora molto spesso è un benefit erogato dai datori di lavoro, compreso nel più ampio universo del welfare aziendale). Per quanto riguarda invece l’intervento in pronto soccorso per un braccio rotto, i pazienti di solito pagano tra il 10% e il 30% del costo, mentre il resto (su un totale di circa 600 euro) è coperto appunto dallo Stato.

In Africa, in particolare in Nigeria, l’assicurazione privata (spesso stipulata dal datore di lavoro) è praticamente obbligatoria, se si pensa che un braccio fratturato, negli ospedali pubblici, può costare oltre 650 dollari esclusi i costi aggiuntivi.

Per concludere gli Stati Uniti, dove l’assicurazione è imprescindibile visti i costi altissimi della sanità. Nella zona di San Francisco rompersi un braccio e avere un’assicurazione con una franchigia elevata può costare anche 1200 dollari; in assenza di polizza il costo stesso sale alle stelle. La maggioranza degli americani ha un’assicurazione pubblica (i famosi piani Medicare e Medicaid finanziati dal Governo) o privata, che invece per molti cittadini è fornita dal datore di lavoro. Secondo le ultime ricerche, in particolare una realizzata dal centro di sondaggi Gallup, oltre l’11% degli americani non ha nessuna assicurazione sanitaria e per questo deve affrontare costi devastanti per affrontare un’emergenza medica.

In molti Paesi una assicurazione pubblica è obbligatoria ma una parte di essa viene coperta dallo Stato (in Germania per metà) o dalle aziende come forma di benefit. Lo stesso vale in diversi Paesi extra europei per le polizze private.

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Non autosufficienza, un problema molto italiano

Rapporto Istat sulle condizioni di salute in tutta Europa

Gli italiani frequentano “il giusto” il medico di famiglia (il 74,9% vi ha fatto ricorso negli ultimi 12 mesi, in linea con la media europea; guida la Francia con l’87,6%) ma si ricoverano poco (8,4% contro il 10,6% a livello continentale e il 15,2% della Germania).

È questa una delle principali evidenze del rapporto Istat appena pubblicato “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea” – dati di rilevazione 2015. Un documento che evidenzia anche come il ricorso a visite specialistiche nel nostro Paese è superiore alla media Ue (54,6% contro il 49,5%) mentre quello a dentisti o ortodontisti, per l’Italia, è drammaticamente basso: il 45,8% vi si è recato negli ultimi 12 mesi contro il 60% medio dell’Europa e il 93,6% dell’Irlanda, prima di questa speciale classifica.

E ancora: gli italiani prendono meno farmaci (prescritti o non prescritti) di quasi tutta l’Ue (sono terzultimi) e presentano limitazioni fisiche (vista, udito e motorie) abbastanza in media rispetto agli altri Paesi.

Altro aspetto interessante è quello legato alle limitazioni del vivere quotidiano – più nello specifico, tra gli altri, la cura della persona, mangiare, lavarsi e varie attività domestiche (tutti elementi che, qualora presenti contemporaneamente determinano la non autosufficienza di una persona) – dove l’Italia è quasi sempre oltre la media europea e ai primi posti della classifica.

Ciò a testimonianza dell’importanza e attualità di questo tema e quindi della cosiddetta copertura Ltc (Long Term Care) per la non autosufficienza.

Ticket, esami, screening e pronto soccorso ecco il federalismo sanitario italiano

Uno studio di Cittadinanzattiva rivela: tempi d’attesa e qualità diversi tra le regioni

Per una mammografia nel Nord-Ovest si attendono 89 giorni, in media in tutta Italia 122 giorni (due mesi in più rispetto al 2014) e al Sud e nelle Isole addirittura 142 giorni. Sulle quattro vaccinazioni obbligatorie da anni (polio, difterite, teta ed epatite B), Abruzzo, Molise e Basilicata hanno una copertura superiore al 97% mentre Friuli Venezia Giulia e la Provincia Autonoma di Bolzano si fermano rispettivamente all’89% e all’85%. Un ticket per una visita specialistica costa 16,5 euro nelle Marche e quasi il doppio, per l’esattezza 29 euro, in Friuli. L’arrivo del Pronto Soccorso che in Liguria richiede 13 minuti e in Basilicata quasi mezzora (27 minuti). Sono solo alcuni degli esempi delle profonde disuguaglianze che permangono (e in taluni casi aumentano) in Italia nell’accesso ai servizi sanitari che incidono purtroppo sulla salute dei cittadini.

Una sorta di “federalismo” sanitario evidenziato dall’ultimo Osservatorio Civico sul tema, presentato recentemente da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato e riferito all’anno 2015. I numeri parlano chiaro: dai tempi di attesa all’erogazione dei farmaci, dalla copertura vaccinale alla gestione del Pronto Soccorso, dai servizi per i malati oncologici agli screening per i tumori, l’Italia della sanità viaggia davvero a mille velocità. Al Sud si concentrano le Regioni con maggiori problematicità (ma ci sono anche eccezioni positive) mentre al Nord alcune regioni faticano più del passato a mantenere livelli elevati di performance nell’erogazione dei servizi sanitari ai cittadini. I motivi di questa situazione? Sempre gli stessi, tra cui le risorse statali sempre più scarse e il graduale invecchiamento della popolazione: per questo lo sviluppo del secondo pilastro (a partire dai fondi sanitari integrativi) è sempre più essenziale per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Sanità, aumenta il divario Nord-Sud

Un tema da non sottovalutare è quello dei Lea (Livelli essenziali di assistenza): nel 2015 passano da tre a cinque le Regioni che non li rispettano nonostante l’attuale sistema di affiancamento dei ministeri competenti: al Molise, Calabria e Campania, che versa in condizioni di particolare criticità (da un punteggio di 139 nel 2014 a 106 nel 2015), si aggiungono Puglia (da 162 del 2014 a 155 nel 2015) e Sicilia (da 170 nel 2014 a 153 nel 2015). Anche fra quelle che garantiscono i livelli essenziali di assistenza, le discrepanze sono notevoli: si va da un punteggio di 212 (la soglia di sufficienza è pari a 160) della Toscana ai 170 della Basilicata. Del resto, secondo l’Istat, la quota di persone che ha rinunciato a una visita specialistica negli ultimi 12 mesi è cresciuta tra il 2008 e il 2015 dal 4% al 6,5% della popolazione. Il fenomeno appare più accentuato nel Mezzogiorno che passa dal 6,6% nel 2008 al 10,1 per cento.

E gli screening oncologici? Quello mammografico, nonostante l’aumento degli inviti recapitati nel 2015, presenta disuguaglianze territoriali significative: al Nord raggiunge quasi tutte le donne (oltre nove su dieci) ma al Sud solo il 60%. Per guardare il dettaglio delle singole regioni, guida l’Emilia Romagna (78%) mentre Campania, Calabria e Sicilia si attestano al 50%. Per quanto riguarda invece i tempi di attesa per le prestazioni diagnostiche e specialistiche in caso di sospetto diagnostico, i dati del monitoraggio delle strutture oncologiche di Cittadinanzattiva mostrano che al Nord l’80% delle persone in condizione di urgenza accede entro le 72 ore stabilite. Percentuali peggiori sono rilevabili al Centro (72%) e al Sud (77%). C’è maggiore tempestività, invece, per l’accesso all’intervento chirurgico a seguito di diagnosi oncologica. Al Nord il 100% dei cittadini accede entro 60 giorni, al Centro l’88% e al Sud il 77%. Nota dolente, purtroppo, l’accesso alla radioterapia e alla chemioterapia che, soprattutto al Centro e al Sud, non viene garantita entro 30 giorni nel 100% delle strutture ma solo rispettivamente nell’84% e nel 86 per cento.

Cittadinanzattiva

Presentazione di Welfare 24

La parola al presidente Assidai, Tiziano Neviani

Il “federalismo” sanitario, sempre più penalizzante per i cittadini di alcune regioni italiane, le condizioni di salute degli italiani (confrontate con quelle dei nostri “coinquilini” europei”), e la prestigiosa certificazione di rinnovo dell’iscrizione di Assidai all’Anagrafe dei Fondi Sanitari, inviata dal Ministero della Salute.

Questi e altri sono i temi di Welfare 24 di ottobre, che presenta anche un’interessante inchiesta sul funzionamento dei Sistemi sanitari nei cinque continenti. Un semplice confronto, quest’ultimo, che induce a valutazioni ben più ampie – in prospettiva futura – sull’importanza del ruolo di Assidai come fondo integrativo e/o sostitutivo nel contesto di un sistema sanitario italiano sempre più sofferente dal punto di vista della sostenibilità finanziaria.
Del resto, i numeri dell’ultimo Osservatorio Civico promosso da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato sono lì a dimostrarlo con un’impressionante forbice, tra le varie regioni italiane, su tempi di attesa degli esami, ticket e molto altro.
L’Italia, come sottolinea nel suo intervento il presidente di Federmanager, Stefano Cuzzilla, entro tre anni avrà più anziani che bambini: un motivo in più per agire sulla prevenzione, a 360 gradi.

 

Assidai ha debuttato alla prevenzione di “Tennis & Friends”

Il Fondo è stato presente all’evento che si è svolto il 7-8 ottobre 2017 al Foro Italico di Roma. L’obiettivo della manifestazione è salvaguardare la salute del cittadino incentivando la prevenzione e contribuendo così alla riduzione delle spese del servizio sanitario nazionale.

Assidai ha partecipato alla settima edizione di “Tennis & Friends” che si è svolta sabato 7 e domenica 8 ottobre al Foro Italico di Roma, dalle ore 10.00 alle 18.00, con oltre 18mila metri quadri di Villaggio della Salute.

L’evento, nato nel 2011 su iniziativa di FRIENDS FOR HEALTH Onlus, unisce 4S: Salute, Solidarietà, Sport e Spettacolo ed è diventato un appuntamento molto atteso – al quale Assidai è stato presente per la prima volta – poiché permette a un vasto pubblico di approfittare di due giornate di prevenzione gratuita in collaborazione con lo staff sanitario della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli. Inoltre, nel corso della manifestazione, personaggi dello spettacolo e dello sport si sono sfidati nel torneo di Tennis Celebrity.

L’obiettivo primario di Tennis & Friends – che si tiene anche a maggio durante gli Internazionali di tennis di Roma – è la diffusione della cultura della prevenzione: nelle ultime 6 edizioni e 5 special events sono stati effettuati oltre 28.000 check-up gratuiti. Soltanto l’anno scorso hanno partecipato all’evento più di 20mila persone, accolte da 44 postazioni mediche (di cui 15 del Ministero della Salute), 24 postazioni ecografiche e 150 figure professionali tra medici e operatori sanitari.

Tra le aree di prevenzione polispecialistica è previsto un percorso clinico diagnostico a 360 gradi contro malattie tiroidee, patologie correlate al fumo, metabolismo, cuore e sport, malattie del fegato, ipertensione arteriosa, medicina dello sport, tumori della pelle, odontoiatria, pediatria e altro ancora.

Nel corso della manifestazione gli esperti sono stati a disposizione per aumentare la consapevolezza su queste malattie, rispondere a domande e dare consigli su come gestirle al meglio, ricordando che la prevenzione, e uno stile di vita sano, sono la terapia più efficace per combatterle.

Tennis & Friends

Attività fisica batte malattie croniche

Una ricerca dellistituto superiore di sanità evidenzia come fare movimento previene patologie cardiovascolari, diabete e cancro. A tutte le età.

L’attività fisica come prevenzione per determinate malattie cronico-degenerative. È questa, in estrema sintesi, la conclusione di un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità. Le malattie cronico-degenerative, come noto, sono caratterizzate da un lungo periodo di sviluppo e colpiscono prevalentemente donne e uomini più anziani. Stiamo parlando di un ampio gruppo di patologie che vanno dall’osteoporosi alle malattie cardiovascolari, dal diabete alle dislipidemie per arrivare a sovrappeso/obesità, malattie respiratorie croniche, ictus e cancro. Sono tra le malattie più invalidanti e mortali che interessano molti Paesi e che sono caratterizzate da fattori di rischio endogeni non modificabili ed esogeni modificabili: proprio tra quest’ultimi l’inattività fisica gioca un ruolo cruciale. Viceversa l’attività fisica, sostiene la ricerca, fornisce vantaggi sia al singolo individuo, sia al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) riducendo l’ospedalizzazione e l’uso di farmaci.

Incidere sui fattori di rischio esogeni: l’attività fisica

Incidere sui fattori di rischio esogeni è dunque l’unico modo per abbassare l’incidenza delle malattie cronico-degenerative. Quelli associati agli stili di vita sono quattro: il consumo di alcol, l’alimentazione scorretta, il fumo di sigarette e l’inattività fisica. Evitarli e svolgere una regolare attività fisica è una semplice misura che può aiutare ad affrontare le malattie degenerative. Non solo: se è ben riconosciuto il ruolo importante dell’esercizio fisico come prevenzione e cura dell’osteoporosi per i suoi effetti positivi diretti sul tessuto osseo, ci sono evidenze positive anche legati alla minor insorgenza di altre patologie come diabete, malattie cardiovascolari e dislipidemie. I benefici ottenuti, peraltro, anche se sono relazionati all’età, comprendono tutte le fasce, che vanno dai giovani tra i 20 e i 30 anni agli adulti tra i 40 e i 50 anni fino agli anziani di età superiore ai 60 anni.

Contro l’osteoporosi sì al movimento no al nuoto

Ovviamente, l’intensità dell’attività fisica consigliata dipende dall’età e dalle abitudini di vita delle persone, ma anche e soprattutto dal loro stato di salute, in quanto alcune malattie possono portare a una situazione debilitante soprattutto tra gli anziani.

Ma c’è di più: secondo la ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, “un’attività fisica come camminare, pedalare, salire le scale a piedi e ballare può costituire una buona prevenzione, non solo per le malattie croniche ma anche per il riassorbimento del tessuto osseo: alcuni studi hanno evidenziato che per tutti i pazienti è importante camminare per 30-60 minuti”. Ecco dunque una valenza non solo preventiva, ma anche di “cura” per chi è affetto da alcune malattie degenerative, nel caso specifico l’osteoporosi.

Una nota a parte merita invece il nuoto: uno sport ritenuto “molto utile per alcune malattie croniche, ma non per l’osteoporosi poiché i suoi movimenti, pur facendo bene a muscoli, cuore, articolazioni, non sono particolarmente utili per l’ossatura: in acqua, infatti, non viene sostenuto il peso corporeo per mancanza dello stimolo della forza gravitazionale”.