Lo Stato torna protagonista ma servirà un aiuto

Il rapporto sul secondo welfare: “Aziende e terzo settore cruciali per ripartire dopo la pandemia”

Nell’era pandemica lo Stato sembra tornato protagonista dell’arena del welfare, mettendo in campo risorse e competenze tali da tirare a sé le fila di ambiti di intervento che per anni erano rimasti ai margini della sua azione. Al contempo, tuttavia, appare chiaro che gli attori del secondo welfare – come aziende, fondazioni, sindacati, associazioni datoriali, consorzi, enti non profit e gruppi informali di cittadini – sono diventati sempre più importanti per rispondere a rischi e bisogni sociali.

È questo, in estrema sintesi, il quadro che emerge dal Quinto Rapporto sul secondo welfare, intitolato “Il ritorno dello Stato sociale? Mercato, Terzo Settore e comunità oltre la pandemia”, presentato recentemente da Percorsi di secondo welfare, Laboratorio di ricerca legato al Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano. L’edizione di quest’anno cade in un momento cruciale per il Paese, in cui “la pandemia sta cambiando nel profondo gli assetti del welfare italiano”, si osserva. In altre parole, “la diffusione del Covid ha rafforzato diversi problemi strutturali del nostro Stato sociale, ha imposto sfide che richiedono risposte sempre più complesse e, apparentemente, ha mutato le dinamiche che da circa un decennio caratterizzano i rapporti tra pubblico e privati”. Anche per questo, si aggiunge, “solo grazie a un’azione sinergica con gli attori del secondo welfare il pubblico sarà in grado di sostenere questo rinnovato ruolo e reggere l’urto della pandemia”.

In particolare, proprio il secondo welfare “ha consentito e promosso un riposizionamento dei confini del welfare tra pubblico e privato, da una parte, e nazionale-locale, dall’altra”, laddove sul primo fronte – si legge nel rapporto – “particolarmente rilevanti sono stati ad esempio l’attività dei fondi sanitari integrativi e le nuove opportunità di sviluppo del welfare aziendale promosse dai contratti collettivi nazionali”.

L’Italia e i principali Paesi europei, con sistemi di welfare inclusivi e generosi, sostenuti rapidamente e a più riprese da interventi straordinari rivolti alle categorie più vulnerabili, – conclude lo studio – sembrano aver retto l’urto della crisi pandemica meglio di altre parti del mondo. Tuttavia, nel mentre, è apparso più chiaro che il modello europeo necessita di essere rinnovato: i rischi tradizionali (in primis la vecchiaia, una lunga fase di vita che dai 65 anni si estende fino oltre gli 85 anni per un numero crescente di persone) non generano più, automaticamente, bisogni, mentre quelli collegati ai nuovi rischi di salute pubblica, alle nuove vulnerabilità o quelli derivanti dalla transizione climatica e tecnologica non sono ancora adeguatamente protetti.

Secondo lo studio sono stati particolarmente rilevanti l’attività dei fondi sanitari integrativi e le nuove opportunità di sviluppo del welfare aziendale promosse dai contratti collettivi nazionali.

Anche il welfare aziendale è pronto a ripartire

Dopo la pandemia il welfare aziendale è pronto a ripartire. Il Quinto Rapporto sul secondo welfare sottolinea come “l’attenzione delle imprese, delle parti sociali e dei decisori pubblici verso il welfare aziendale rimane elevata”, anche se “la crisi economica e produttiva connessa con il Covid ha portato ad una progressiva riduzione nella contrattazione di misure e benefit”. Tuttavia, secondo gli autori dello studio, si tratta di una “parentesi temporanea” e nel corso dei prossimi anni “l’intervento delle imprese tornerà a crescere”.

ripartenza welfare aziendale

Come già mostrato dalla crisi economica iniziata nel 2008, infatti, il welfare aziendale è uno strumento che tende a diffondersi soprattutto a seguito di momenti di difficoltà, in particolare per il fatto che si tratta di interventi che hanno un vantaggio sia per l’impresa (in termini fiscali) sia per i lavoratori (in termini economici e di benessere). È quindi plausibile – si conclude – che, al termine della crisi pandemica, nel corso dei prossimi mesi, assisteremo ad un rinnovato sviluppo di questa materia a livello contrattuale e non. Inoltre, “il welfare aziendale tenderà a rafforzare il suo ruolo di supporto del sistema di welfare pubblico”.

Intervista al Dr. Luigi Cavanna, Direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ASL di Piacenza e Presidente CIPOMO

“La soluzione? Medicina territoriale”

Intervista al dottor Luigi Cavanna, celebrato dal settimanale “Time” per le cure domiciliari ai malati di Covid. “Solo così si evitano il blocco degli ospedali e gli effetti negativi per oncologia e cardiologia”

Il prestigioso settimanale statunitense “Time” gli ha dedicato una copertina, definendo il dottor Luigi Cavanna uno degli eroi che hanno lottato in prima linea contro il Covid, curando i contagiati a casa loro grazie a una task force territoriale. Un cambio di prospettiva, rispetto al trattamento ospedaliero, che interpreta perfettamente una delle maggiori convinzioni del direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ASL di Piacenza dal 2004. Ovvero: “Sviluppare sempre più una medicina territoriale, che sia più umana e meno costosa e che, durante la pandemia avrebbe permesso agli ospedali di dare lo spazio adeguato anche ai malati non Covid. Oggi, per fortuna, si ha la sensazione di un graduale ritorno alla normalità”.

luigi cavanna time

Che effetto ha avuto il Covid in questi due anni a livello di mancate attività diagnostiche e interventi chirurgici nel settore oncologico?

Se gli ospedali si riempiono di malati Covid resta poco spazio per gli altri pazienti. Ma al di là di questo tema, per i malati oncologici ci sono altri due punti critici: la chiusura degli screening e soprattutto degli esami diagnostici per i sintomatici e il blocco delle terapie intensive, visto che spesso se non ci sono posti in rianimazione gli interventi vengono procrastinati. Il tumore è una malattia tempo-dipendente e la guarigione completa può avvenire solo se si interviene tempestivamente, prima dell’insorgere di metastasi.

Lei è anche presidente del Cipomo, il Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri. Recentemente avete inviato una lettera aperta sul tema delle cure mancate. Che riscontri avete ricevuto?

Favorevoli, da esperti e istituzioni. La mia sensazione, condivisa con altri professionisti, è stata che dopo la prima e la seconda ondata il Paese non abbia pensato a una strategia per curare il Covid anche fuori dall’ospedale.

Ci sono stati impatti anche a livello di screening e di prevenzione primaria contro le cronicità?

Certo. Fermo il fatto che alimentazione equilibrata e attività fisica quotidiana sono capisaldi della lotta alle cronicità, il lockdown ha spinto diverse persone a mangiare di più e a muoversi meno. E ne vedremo le conseguenze tra qualche tempo. Sugli screening, nel 2021 si è in parte recuperato, ma purtroppo sempre più persone scoprono tumori in fase avanzata per il calo del 2020.

Quali sono gli altri settori medici che hanno pagato l’effetto Covid a livello di mancate cure?

Cardiologia e neurologia: alcuni malati mostravano maggiori resistenze a recarsi in ospedale per paura di contrarre il Covid e arrivare in ritardo su un infarto o un ictus può avere conseguenze gravissime.

Quali sono le soluzioni per rimediare a questa emergenza e che lezione dovrebbero trarre i policy makers per migliorare la sanità pubblica?

Il nostro Servizio Sanitario Nazionale e il nostro welfare hanno poco da invidiare a quelli di altri Paesi, si prendono cura di tutti e il sistema di assistenza cerca di continuare a funzionare nonostante le dinamiche demografiche. Siamo un Paese di persone anziane: per fortuna si vive più a lungo, ma al contempo aumentano le cronicità a partire da malattie cardiovascolari e tumori. Alla luce di ciò, lo sviluppo della medicina territoriale, più umana e meno costosa, è assolutamente necessario: si spende meno per un ricovero, le persone non perdono una giornata di lavoro per andare in un ospedale lontano e anche gli anziani riescono a spostarsi per le cure in modo autonomo. È un qualcosa che abbiamo sviluppato con successo, nella zona di Piacenza, per l’oncologia.

Il Dr. Luigi Cavanna, laureato in Medicina e Chirurgia, ha quattro specializzazioni (ematologia, medicina interna, oncologia, gastroenterologia). Primario dal 1994, è Direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ASL di Piacenza dal 2004. Da maggio 2021 è Presidente del Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO).

Il Covid e due anni di cure mancate tra oncologia, chirurgia e diagnostica

Le attività sanitarie non legate al virus sono state rinviate a causa dei contagi

Stop ai ricoveri, alla diagnostica, agli esami di screening (e più in generale alla prevenzione) e alle operazioni. Dalla chirurgia all’oncologia, dalla terapia intensiva alla traumatologia per arrivare agli infermieri e alle ambulanze, negli ultimi due anni le ondate della pandemia – non ultima quella dell’inverno che sta per concludersi – hanno purtroppo costretto al rinvio delle cure i pazienti “non Covid” che necessitavano di prestazioni ordinarie ma anche chi aveva bisogno di interventi improvvisi per un infarto o un trauma. Questo perché a causa dei contagi, delle rianimazioni in sofferenza e del personale che scarseggiava, sono state sempre di più le Regioni che hanno sospeso cure ed esami non legati al virus.

Il Covid ha lasciato dietro a sé una drammatica scia di decessi, causando inoltre un costo complessivo per il Paese – secondo le ultime stime – di circa 24 miliardi di euro tra vaccini, acquisti di materiali e servizi e assunzioni di personale da parte del Commissario straordinario per l’emergenza e delle Regioni. Tuttavia, se è vero che il Servizio Sanitario Nazionale, anche grazie a questi investimenti monstre, è riuscito a reggere l’urto della pandemia, le conseguenze delle mancate cure per migliaia di cittadini rischiano di avere effetti negativi sul presente e anche sul futuro.

Le criticità e i ritardi hanno riguardato soprattutto i settori della chirurgia e dell’oncologia, dove diversi interventi non urgenti sono stati rinviati. Proprio in ambito oncologico l’ultimo allarme in ordine di tempo è arrivato dal dottor Luigi Cavanna, al quale dedichiamo un’intervista ad hoc in questo numero di Welfare 24.

Allarme Aiom: per i tumori 1 milione di diagnosi in meno da inizio pandemia

Ripetuti richiami alla gravità della situazione sono arrivati anche dagli anestetisti e dai rianimatori, che ogni giorno sono in trincea nelle terapie intensive: le rianimazioni non Covid, ridotte nella loro capacità di letti e personale, sono finite sotto pressione per far fronte a traumi, infarti e ictus e patologie acute non Covid (come l’insufficienza respiratoria acuta); senza dimenticare i pazienti post-operatori complessi e gravi.Inoltre, da non sottovalutare, c’è tutto il tema della mancata prevenzione e della diagnosi.

Secondo un recente studio dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), in tutta Europa le diagnosi mancate di tumore ammontano a 1 milione dall’inizio della pandemia. È poi previsto un incremento del numero di nuovi casi che potrebbero crescere del 21% entro il 2040. Le interruzioni delle visite mediche, registrate nel 2020-21, avranno inoltre conseguenze soprattutto in termini di neoplasie individuate a uno stadio più avanzato. Senza dimenticare, evidenziano gli oncologi, che la costante emergenza sanitaria del Covid continua ad avere effetti negativi nel lungo periodo sui vari sistemi sanitari, distogliendo risorse umane ed economiche da altri ambiti medico-scientifici a partire dalla prevenzione, primaria e secondaria, che è il principale strumento a nostra disposizione per abbattere la mortalità legata alle malattie croniche.

Un piano anti contaminanti negli alimentari

È stato lanciato per il 2022 dal Ministero della Salute: ecco le indicazioni alle Regioni  per effettuare i controlli in tutte le fasi di produzione e tutelare il consumatore finale

Un Piano nazionale di controllo e indicazioni per le attività di monitoraggio dei contaminanti di origine ambientale e industriale nei prodotti alimentari per il 2022.

Il progetto, a cura del Ministero della Salute, è stato approvato dal Coordinamento interregionale e ha due principali obiettivi. Innanzitutto, programmare le attività volte alla verifica della conformità alla normativa e alla raccolta di dati per valutare l’esposizione del consumatore. In secondo luogo, fornire indicazioni alle Autorità delle Regioni e delle Province autonome sulla pianificazione del controllo ufficiale dei “contaminanti” nei prodotti alimentari, a partire dal campionamento nelle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione. Laddove per contaminanti si intendono quelli disciplinati a livello Ue e per i quali sono definiti tenori massimi di tollerabilità: melamina, oligoelementi e metalli, contaminanti da processo (per esempio idrocarburi), diossine e perclorato.

Insomma, questo piano del Ministero della Salute è finalizzato a disegnare il giusto inquadramento e le regole più corrette affinché il consumatore sia esposto il meno possibile al contatto con sostanze nocive nei prodotti alimentari. Può sembrare una cosa scontata, ma così non è se il Ministero stesso vi ha dedicato uno specifico rapporto, che fornisce anche indicazioni sulla pianificazione di attività sistematiche di ricerca, raccolta, confronto e analisi di informazioni e dati, ai fini dell’individuazione di rischi emergenti dovuti a contaminanti.

piano anticontaminanti alimentari assidaiOgni Regione, in particolare, deve elaborare un Piano di controllo ufficiale sulla presenza dei contaminanti nei prodotti alimentari per il 2022, tenendo conto, per quanto riguarda le attività di campionamento e analisi, delle indicazioni riportate nel Piano nazionale. Non solo: andranno tenuti in considerazione i dati sui controlli precedenti, le allerte sanitarie e le non conformità degli ultimi anni, i prodotti alimentari di particolare interesse produttivo a livello territoriale e i dati relativi all’esposizione della popolazione a specifici contaminanti. Infine, il controllo dovrà essere a 360 gradi: “il prelievo dei campioni – sottolinea il Ministero della Salute – deve essere effettuato in tutte le fasi della produzione, inclusa quella primaria, della trasformazione, della distribuzione dei prodotti alimentari intesi sia come ingredienti sia come prodotti finiti, ivi compresa l’importazione”.

Per una ripresa responsabile

Il punto di vista di Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager

Si riparte. Dopo una pausa natalizia che ci ha consentito di condividere tempo con i nostri cari, seppur con tutte le cautele che la pandemia impone. Siamo ancora alle prese con una situazione di emergenza, ma il contributo fondamentale della campagna di vaccinazione ci conforta sul futuro.

È il momento della responsabilità, a tutti i livelli.

Lo impone la delicata fase sociale che stiamo vivendo, con dati sull’occupazione che, se ci parlano di un progressivo recupero del numero totale di lavoratori, evidenziano contestualmente quanto le donne siano state penalizzate dagli effetti occupazionali della pandemia.

E lo impone anche una riflessione seria in merito alle conseguenze che i costi crescenti dell’energia stanno avendo sul sistema industriale e sulle condizioni di vita dei cittadini.

Per questo dobbiamo fare squadra, mettendo a disposizione del Governo, chiamato a scelte decisive, tutte le competenze che solo la classe manageriale è in grado di garantire, operando in prima linea per lo sviluppo nazionale.

Il nostro contributo si esprimerà anche dando più forza ai nostri temi prioritari, come il potenziamento della sanità integrativa. Lavoriamo a progetti di valorizzazione della sinergia tra Fasi e Assidai, così da fornire soluzioni sempre più rispondenti ai bisogni dei nostri colleghi e delle loro famiglie, ragionando anche sull’implementazione del nomenclatore tariffario.

È un impegno concreto che riguarda tutti noi.

Alfabetizzazione sanitaria, in Italia per un abitante su quattro è insufficiente

Lo rivela un’indagine svolta dall’Oms su 17 Paesi europei: solo per il 9% è “eccellente”

Un italiano su quattro, per l’esattezza il 23%, potrebbe avere un livello di “alfabetizzazione sanitaria” inadeguato: mostrare cioè difficoltà a valutare le possibilità di cura a sua disposizione, a interpretare correttamente i consigli sulla prevenzione e a trovare informazioni su come proteggere la propria salute fisica e mentale. A rivelarlo è una recente ricerca svolta a campione in 17 Paesi (oltre all’Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Israele, Norvegia, Portogallo, Russia, Slovacchia, Slovenia e Svizzera) dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) tramite l’Action Network on Measuring Population and Organizational Health Literacy. Uno studio condotto complessivamente su 42.445 persone, che segue a 10 anni di distanza il primo lavoro su questo tema in Europa, e che sarà aggiornato ulteriormente nel 2024.

In Italia sono state intervistate in tutto 3.500 persone. Utilizzando strumenti di misurazione di nuova concezione e validati, il report si è concentrato sia sull’alfabetizzazione sanitaria generale sia su alcuni suoi elementi specifici come la navigazione sul web, la comunicazione con i medici, il rapporto con le nuove tecnologie digitali e le vaccinazioni. Inoltre, la stessa alfabetizzazione sanitaria e la qualità della vita correlata alla salute sono state analizzate in relazione ai costi sanitari. In tutto 12 domande elaborate per descrivere le principali aree di azione a tutela della salute: ad esse, nel nostro Paese, il 31% del campione ha trovato “difficile” o “molto difficile” individuare una risposta contro una media europea del 23%. In generale, il 23% degli intervistati italiani è risultato con una alfabetizzazione sanitaria “inadeguata”, il 35% “problematica”, il 34% “sufficiente” e il 9% “eccellente” a fronte di valori medi del Vecchio Continente che si attestano rispettivamente al 13%, 33%, 40% e 15 per cento.

alfabetizzazione sanitaria italia“Chi è meno consapevole fa meno prevenzione”

L’Italia, inoltre, alla luce dell’emergenza pandemica ha aggiunto un ulteriore modulo di domande per valutare quanto sia facile reperire, comprendere, valutare e prendere decisioni in base alle informazioni sulla salute disponibili. Il risultato? Per il 31% del campione è “difficile” o “molto difficile”, per il 52% e “facile” e per il 17% “molto facile”.

Al di là dei numeri quali sono state le principali conclusioni dell’indagine dell’Oms a livello qualitativo? In diversi Paesi è emersa una oggettiva difficoltà nel giudicare le diverse opzioni di trattamento farmaceutico o chirurgico, nell’utilizzare le informazioni dei media per prevenire le malattie e nel trovare informazioni su come gestire i problemi mentali. Per quanto riguarda il web, invece, risulta complesso comprendere le informazioni sulle riforme sanitarie, giudicare l’idoneità dei servizi sanitari, scoprire i diritti dei pazienti e valutare l’estensione della copertura assicurativa sanitaria. Allo stesso tempo molte persone hanno mostrato difficoltà nell’ottenere dai medici il tempo sufficiente per dialogare ed esprimere opinioni personali. Inoltre, è stato dimostrato che i partecipanti con minore alfabetizzazione sanitaria avevano più contatti con i servizi di emergenza e con il medico di famiglia, mostravano una minore attività fisica e un minor consumo di frutta e verdura, e soffrivano maggiori limitazioni nelle attività dovute a problemi di salute, anche a lungo termine.

Intervista a Francesca Coscia, biochimica presso il Centro di Biologia Strutturale dello Human Technopole di Milano

“Tiroide, così scopriremo i suoi segreti”

Intervista alla biochimica Francesca Coscia, che con il suo gruppo di ricerca allo Human Technopole di Milano, ha vinto un finanziamento di 1,5 milioni per studiare il funzionamento di questo organo

“In Italia, in campo medico, la ricerca dovrebbe concentrarsi anche su progetti a lungo termine, che possono davvero rivoluzionare la conoscenza in alcuni settori e, a livello più generale, possono favorire lo sviluppo di tecnologie più robuste, utili in tutti campi, anche alle aziende e come potenziale stimolo per lo sviluppo economico del Paese.” Francesca Coscia, trentaseienne biochimica strutturale, prima di fondare il suo gruppo di ricerca allo Human Technopole di Milano è stata ricercatrice presso il (MRC) Laboratory of Molecular Biology di Cambridge, in Gran Bretagna, dove ha avuto modo di frequentare i seminari di Richard Henderson, biologo molecolare e biofisico scozzese, vincitore del Premio Nobel per la Chimica nel 2017 per lo sviluppo della crio-microscopia elettronica. “Ci ripeteva spesso: pensate all’idea più geniale che potete avere e di averla anche già realizzata, cosa farete dopo? – racconta Coscia – Il significato è: guardate sempre al futuro, non ragionate solo in un’ottica di breve termine”.  È seguendo questa filosofia che la biochimica ha ideato un progetto per indagare il funzionamento della tiroide e la regolazione degli ormoni tiroidei, che ha ricevuto un finanziamento di 1,5 milioni dal European Research Council (ERC), una delle più importanti agenzie pubbliche di finanziamento della ricerca scientifica in Europa.

In che cosa si distingue dagli altri questo studio?

Si tratta di un progetto high risk, high gain, letteralmente “alto rischio, alto guadagno”. In altre parole, si scommette sullo sviluppo di idee e tecniche nuove che potrebbero consentire nel medio-lungo termine di introdurre cambia- menti radicali nella ricerca e nelle cure. L’ERC destina risorse proprio a questo tipo di idee, che spesso trovano difficoltà di finanziamento perché non danno risultati nel breve termine.  Nello specifico, il nostro progetto studierà attraverso la biologia strutturale, in particolare la crio-microscopia elettronica, il funzionamento della tiroide. Di quest’ultima si sa molto a livello medico ma le terapie sono limitate e non specifiche: moltissimi studiosi, anche italiani, hanno studiato la tiroide, ma finora è stato impossibile osservare cosa succede esattamente quando il suo funzionamento è alterato. Grazie a recenti tecnologie avanzate, su cui Human Technopole ha investito, è finalmente possibile analizzare in dettaglio i processi di base di quest’organo e capire come sono alterati nelle malattie.

Con il vostro studio cosa potrebbe cambiare e quanto tempo ci vorrà per vedere i primi, eventuali risultati?

Parliamo di medio termine, quindi cinque anni. Partiamo dal presupposto che la tiroide è un organo chiave: una specie di bioreattore che accumula iodio, un elemento raro che si trova nell’acqua, nel pesce e nelle alghe, e lo utilizza per produrre preziosi e speciali ormoni tiroidei, essenziali per il buon funzionamento del corpo umano. Questi ormoni in realtà vengono accumulati, “stoccati” e rilasciati in maniera controllata e ovviamente deve esserci un perfetto equilibrio tra tutte queste fasi. La nostra ricerca si inserisce in questo contesto: vogliamo capire come funziona tutto ciò a livello molecolare e lo faremo utilizzando modelli cellulari – i cosiddetti organoidi – che riproducono la tiroide in provetta. Una tecnica utilizzata anche per studiare anche altri organi, per esempio il cervello.

Tutto ciò potrebbe creare i presupposti, in futuro, per una medicina personalizzata?

Assolutamente sì. Studieremo nel dettaglio cosa avviene nella tiroide di pazienti sani e malati e la tecnica degli organoidi ci consentirà di partire dai singoli estratti cellulari dei pazienti, ricreando in vitro le caratteristiche delle sue eventuali alterazioni per risolverlo. Ecco, questo potrebbe essere l’approdo finale della nostra ricerca, sarebbe davvero un grande passo in avanti per la medicina.

Quanto sono diffuse le patologie della tiroide?

Colpiscono dal 5% al 10% della popolazione una volta nella vita, a seconda delle aree del mondo, con un’incidenza più alta nelle donne con rischi che aumentano significativamente durante la gravidanza. Oggi ci sono cure palliative ma non specifiche, anche perché se non si capisce bene quale target colpire non si può essere realmente efficaci.  Se i nostri studi avranno successo le prospettive potrebbero finalmente cambiare, rivoluzionando l’endocrinologia della tiroide.

Francesca Coscia è una biochimica strutturale, attualmente capogruppo presso il Centro di Biologia Strutturale dello Human Technopole di Milano. Il suo laboratorio si concentra sullo svelamento della struttura e della funzione delle macromolecole chiave coinvolte nell’omeostasi degli ormoni tiroidei, nelle malattie autoimmuni e nel cancro. Si è laureata nel 2009 all’Università di Napoli, in Chimica e Biostrutture. Nel 2014 ha conseguito un PhD allo Institute of Structural Biology di Grenoble.

 

Legge di Bilancio, restano gli incentivi per il welfare

Alla fine per il 2022 non passa il raddoppio a 516,46 euro della soglia di esenzione fiscale ai fringe benefit

Dopo il 2019, il 2020 e il 2021, anche la Legge di Bilancio 2022, recentemente approvata dalle Camere, non ha modificato incentivi e agevolazioni in termini di welfare aziendale. In realtà, a dicembre, si era parlato della possibilità di inserire in maniera strutturale il raddoppio a 516,46 euro della soglia di esenzione fiscale dei beni e servizi erogati gratuitamente ai dipendenti, i cosiddetti “fringe benefit”. Una misura, quest’ultima, che era stata prevista una tantum sia per il 2020 sia per il 2021 alla luce dell’emergenza Covid. Tuttavia, alla fine, non se ne è fatto nulla.

Quali sono ad oggi le agevolazioni per il welfare aziendale?

La Manovra 2017, come quella del 2016, era intervenuta con misure ad hoc lavorando su due punti. Innanzitutto, aveva allargato il perimetro che non concorre al calcolo dell’Irpef, includendo servizi come l’educazione, l’istruzione e ulteriori benefit, sempre erogati dal datore di lavoro, per poter fruire di assistenza destinata a familiari anziani o non autosufficienti. In secondo luogo, aveva espanso, nei numeri, l’area della tassazione zero per i dipendenti che scelgono di convertire i premi di risultato del settore privato di ammontare variabile in benefit compresi nell’universo del welfare aziendale. In alternativa, i benefit saranno soggetti a un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento.

Nel dettaglio, il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata è di 80mila euro, mentre gli importi dei premi erogabili sono di 3mila euro nella generalità dei casi e di 4mila euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Infine, la sanità integrativa può andare oltre il limite di deducibilità previsto dalle norme fiscali utilizzando il premio di produttività.

Il Prodotto Unico: opportunità per le imprese

Una copertura sanitaria innovativa imperniata sull’alleanza Fasi-Assidai e sul network di Iws

Le aziende industriali oggi hanno davanti a sé una nuova grande opportunità: aderire al Prodotto Unico Fasi-Assidai. Si tratta di una copertura sanitaria fortemente innovativa, che integra e completa pressoché totalmente il rimborso delle prestazioni previste dal Nomenclatore Tariffario Fasi. Un prodotto coerente con l’impostazione strategica e innovativa prevista dall’ultimo rinnovo del CCNL Dirigenti Industria siglato da Confindustria e Federmanager nel luglio 2019 e che garantisce ai dirigenti in servizio iscritti in forma collettiva un’assistenza sanitaria completa. Non è un caso che nel CCNL sia comparso per la prima volta Assidai, in un’ottica di reciproca collaborazione con il Fasi che rafforza il ruolo di entrambi nel panorama della sanità integrativa e contribuisce a salvaguardare il patto intergenerazionale tra dirigenti in servizio e pensionati.

Che cosa prevede nel dettaglio il Prodotto Unico

Per le prestazioni sanitarie erogate c’è un rimborso fino al 100% del richiesto per i ricoveri con o senza intervento chirurgico e interventi ambulatoriali, fino a un massimo di 1 milione di euro l’anno per nucleo familiare nel caso in cui le prestazioni siano effettuate utilizzando la rete di case di cura ed equipe mediche convenzionate con il network di Industria Welfare Salute (IWS), società costituita da Federmanager, Confindustria e Fasi. Anche in caso di extra-ricovero è stabilito un rimborso fino al 100% del richiesto e fino a un massimo di 25mila euro per nucleo familiare, sempre in regime di convenzionamento diretto. Infine, per le cure odontoiatriche è previsto un rimborso fino al 90% dell’importo richiesto per le spese relative alle voci previste dalla Guida Odontoiatrica del Fasi in vigore e secondo i criteri liquidativi in essa riportati, fino ad un massimo di 12.500 euro l’anno per l’intero nucleo familiare. È compresa, inoltre, all’interno del contributo di adesione al Prodotto Unico Fasi-Assidai, anche la copertura aggiuntiva in caso di non autosufficienza.

Quali sono i principali vantaggi del Prodotto Unico Fasi-Assidai?

Innanzitutto, per chi aderisce a questa proposta sanitaria, il network è unico e capillare su tutto il territorio nazionale. Così facendo, l’accesso alla rete di strutture sanitarie e professionisti convenzionati è semplice e veloce. In secondo luogo, gli iscritti possono inviare una pratica di rimborso unica attraverso il portale online di IWS, che a sua volta provvede a inoltrare le richieste ai due Fondi per quanto di loro competenza.

Bocconi: “Tra pandemia da Covid-19 e Pnrr la possibile svolta per la sanità pubblica”

Presentato il Rapporto Oasi 2021 che evidenzia cambiamenti e sfide per il Ssn

La pandemia da Covid-19 ha impresso un’accelerazione fortissima ai cambiamenti del nostro Servizio Sanitario Nazionale che ha vissuto, in soli due anni, quattro epoche e oggi ha davanti a sé i potenziali investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) che possono rappresentare uno straordinario trampolino di lancio per il futuro. Ad affermarlo è il Rapporto Oasi 2021, l’Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema Sanitario Italiano del Cergas – Sda Bocconi, che dal 1998 si occupa di politiche sanitarie e di temi manageriali relativi alle aziende sanitarie pubbliche e private.

Lo studio evidenzia come il Ssn sia entrato nella pandemia quando era ancora nell’epoca del contenimento della spesa. Nella seconda epoca, avviata a marzo 2020, quando il contrasto alla pandemia è diventato l’obiettivo totalizzante, i vincoli di spesa sono saltati, tanto che nel 2020 la spesa sanitaria è aumentata di circa 6 miliardi di euro (+5,3% a 126,7 miliardi il dato complessivo riferito all’anno scorso) e il sistema ha scoperto doti di flessibilità fino ad allora inesplorate. La progressiva trasformazione del Covid-19 da emergenza in situazione endemica e sufficientemente controllata ha condotto alla terza epoca: con la diminuzione della pressione ospedaliera è subentrata l’esigenza di recuperare l’enorme ritardo accumulato nella produzione di servizi per pazienti non Covid-19, in ogni ambito. Infine, la quarta epoca, in pieno svolgimento, è quella della costruzione del portafoglio di progetti finanziabili con il Pnrr. Un lavoro proiettato soprattutto sul futuro con la prospettiva di impattare sui servizi realmente erogati a 3-5 anni.

“Troppo alta la spesa sanitaria privata rispetto all’Europa”

Il rapporto Oasi, inoltre, ricorda un altro punto chiave: una volta superata la fase emergenziale, i bisogni di salute, dettati dai cambiamenti demografici ed epidemiologici, continueranno a evolvere secondo lo stesso trend mostrato negli ultimi anni. Per esempio, l’Istat stima che al 2040 la popolazione over 65 raggiungerà i 19 milioni, cioè un italiano su tre. I problemi con cui confrontarsi? Cronicità, non-autosufficienza, riabilitazione e pazienti fragili. La soluzione, secondo gli esperti della Bocconi, non dovrà però essere quella dei “razionamenti” ma della “razionalizzazione” e cioè “sostituire i tagli con processi profondi di riallocazione, riorganizzazione del lavoro e ridisegno delle forme dei servizi”.

Senza dimenticare che, a differenza di altri Paesi europei, la componente privata della spesa sanitaria è prevalentemente out of pocket (il 23% della spesa totale) mentre è ancora marginale il ricorso a forme di intermediazione, rappresentate per esempio dai fondi sanitari integrativi. Un’ulteriore sfida per un futuro sostenibile della sanità italiana.

126,7 miliardi

Questa è la spesa sanitaria corrente a carico del Servizio Sanitario Nazionale del 2020: un aumento del 5,3% rispetto al 2019. Incremento dettato ovviamente dalla necessità di fronteggiare la pandemia e, in particolare, dalla crescita delle voci relative all’acquisto di beni e servizi (+12,7%), alla medicina convenzionata (+4%) e al personale (+3,3%).