Il 2019 tappa chiave del progetto Fasi

Intervista al presidente Garzia: “Siamo partiti 41 anni fa e ci consideriamo i precursori delle tutele contrattuali sulla sanità integrativa: ecco come premieremo la fedeltà degli iscritti”

“Il 2019 per il Fasi rappresenterà una tappa fondamentale del progetto, iniziato 41 anni fa, che ci ha visto precursori delle tutele contrattuali sulla sanità integrativa”. Così Marcello Garzia, Presidente del Fondo di Assistenza Sanitaria Integrativa per i Dirigenti di aziende produttrici di beni e servizi, annuncia le modifiche alle norme di iscrizione entrate in vigore con il nuovo anno. Cambiamenti che “premieranno la fedeltà degli iscritti, ricompensando il loro senso di appartenenza, perché da sempre il Fondo è ispirato ai principi di mutualità e solidarietà intergenerazionale”, continua Garzia, il quale sottolinea anche come sia “importante non dimenticare che il Fasi siamo noi: tutti insieme partecipiamo alla salvaguardia della sostenibilità nel medio-lungo periodo”.

Partiamo dalle imprese. Che cosa cambia dunque dal primo gennaio 2019?

Potranno iscriversi al Fondo esclusivamente le aziende che aderiscono al Fasi per l’assistenza ai propri dirigenti in servizio. Al tempo stesso resteranno comunque iscritte le aziende che utilizzano per i propri dirigenti in servizio fondi alternativi ma già iscritte allo scorso primo gennaio.

Parliamo invece delle novità che riguardano i dirigenti pensionati.

Potranno mantenere l’iscrizione tutti quei dirigenti che abbiano maturato una anzianità di iscrizione al Fasi, quali dirigenti in servizio, di almeno 10 anni ma potranno altresì iscriversi, in qualità di pensionati, tutti quei dirigenti in forza per almeno 10 anni presso aziende che utilizzano altri fondi per l’assistenza dei dirigenti in servizio, già iscritte al Fasi allo scorso primo gennaio. è importante sottolineare che queste due categorie di dirigenti pensionati potranno accedere alla riduzione massima del contributo.

Infine, ci sono i dirigenti pensionati convenzionali.

Potranno mantenere l’iscrizione al Fasi, in qualità di pensionati e in via convenzionale, quattro categorie. Innanzitutto, i dirigenti che non hanno maturato una anzianità di iscrizione al nostro Fondo, in qualità di dirigenti in servizio, di almeno 10 anni ma che hanno aderito al Fondo entro sei mesi dalla data di prima nomina. In secondo luogo, i dirigenti che non hanno maturato una anzianità di iscrizione al Fasi, in qualità di dirigenti in servizio, di almeno 10 anni ma che hanno mantenuto l’iscrizione in via convenzionale dopo la cessazione del rapporto di lavoro, per più di otto anni. In terzo luogo, i dirigenti in forza per meno di 10 anni presso aziende che utilizzano altri fondi per l’assistenza dei dirigenti in servizio, già iscritte al Fasi allo scorso primo gennaio. Infine, potranno mantenere l’iscrizione al Fondo i dirigenti che non hanno maturato una anzianità di iscrizione al Fasi, in qualità di dirigenti in servizio, di almeno 10 anni ma che risultano iscritti al Fondo alla data del primo aprile 2019.

Senza dimenticare, ovviamente, le opportunità per i dirigenti non iscritti.

Tutti i dirigenti che ad oggi non risultano iscritti, pur avendone i requisiti, possono comunque inoltrare l’iscrizione entro il 31.03.2019, acquisendo in questo modo il diritto al mantenimento dell’iscrizione una volta in pensione.
A riguardo si precisa che i dirigenti nominati da più di sei mesi che inoltreranno la domanda successivamente alla data del 31 marzo 2019, non potranno mantenere l’iscrizione al Fondo in qualità di pensionati senza aver maturato 10 anni di iscrizione in qualità di dirigenti in servizio.
Per questo motivo si vuole dare l’opportunità a tali dirigenti, attualmente in forza presso aziende che utilizzano il Fasi per l’assistenza dei propri dirigenti attivi, di acquisire il diritto al mantenimento dell’iscrizione da pensionati, in via convenzionale, inoltrando domanda entro e non oltre il termine del 31 marzo 2019.
Tale opportunità non riguarda i dirigenti in forza presso aziende che utilizzano fondi alternativi per l’assistenza dei dirigenti in servizio, la cui iscrizione è regolata da differenti norme.

Curate la pelle, la prevenzione è fondamentale

Intervista al Professor Nicola Mozzillo: “La migliore diagnosi precoce spesso la fanno i pazienti. Ma recarsi dal dermatologo, una volta l’anno, è altrettanto importante”

“Conosci la tua pelle, salvati la pelle”. è questa la massima preferita del Professor Nicola Mozzillo, luminare dei tumori della cute, Primario Emerito dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli nonché Docente di Chirurgia del Melanoma all’Università Federico II di Napoli e Professore presso la Clinica Ruesch. “La migliore diagnosi precoce, molto spesso, la fanno i pazienti, – spiega – anche se recarsi dal dermatologo, una volta l’anno o quando notiamo un neo dall’evoluzione sospetta, è altrettanto importante”.

Professor Mozzillo, molti trascurano il fatto che la pelle è un organo molto importante di cui bisogna prendersi cura. Come va preservata e che accorgimenti vanno presi quando ci si espone al sole?

Dobbiamo partire da una premessa. Esistono diversi tipi di cute, cioè di fenotipi, che rappresentano a loro volta il modo in cui si manifesta il cosiddetto genotipo; ogni fenotipo ha una sensibilità diversa alle radiazioni solari. Per esempio, un soggetto nero è protetto quasi completamente dalla sua melanina; all’estremo opposto c’è il tipo scandinavo, con cute chiara e capelli biondi, sensibile più di chiunque altro ai raggi solari. Dunque, gli effetti dell’esposizione al sole, che è un fattore così temuto, dipendono dalla tipologia di individuo.

Quali sono le possibili mosse per prevenire l’insorgere di un melanoma?

Parliamo di prevenzione primaria. Come ho detto dipende molto dal tipo di cute. Un individuo “latino” può stare relativamente tranquillo, ferme restando le consuete avvertenze: evitare l’esposizione solare nelle ore centrali in estate e applicare la giusta protezione in situazioni particolari, come in barca o sulla neve. A tal proposito, va sottolineato che i raggi UV, cioè il 95% di quelli solari e che sono considerati responsabili dell’abbronzatura e di gran parte dei tumori, passano attraverso le nuvole, i vetri dell’auto e anche le magliette. In quest’ultimo caso bisogna utilizzare capi ad hoc che si trovano nei negozi sportivi. Poi ci sono i filtri solari, cioè le creme, e ne esistono di diversi tipi. Vanno applicate di frequente, stando attenti alla data di scadenza e al fatto che col sudore o dopo una doccia o un bagno tendono ad annullare il loro effetto. Attenzione però: i soggetti più sensibili, cioè i fenotipi scandinavi, anche con una super protezione non possono stare troppo al sole. Vorrei aggiungere una nota sulle lampade solari: sono micidiali. Basta pensare che il livello di radiazioni solari al suolo a mezzogiorno, in una giornata di luglio, è intorno a 50 watt, mentre un lettino solare ne diffonde tra 250 e 300 watt. Questo rappresenta un urto violentissimo sulle cellule epidermiche che incide sull’elica del Dna e che produce danni. Senza contare, e ciò vale soprattutto per le scottature, che il danno cutaneo si cumula anno dopo anno e una buona parte residua sempre.

Il melanoma è una malattia in costante crescita negli ultimi anni. Perché questo trend in ascesa e come contrastarlo?

Per tre motivi. Innanzitutto, perché ci si espone di più al sole rispetto al passato: adesso è di moda essere abbronzati. In secondo luogo, in Italia, si va perdendo quel carattere di latinità, e di pelle scura, che ci proteggeva maggiormente. Infine, il melanoma viene diagnosticato molto più di una volta, e spesso in fase precoce, cosa che a sua volta ha determinato un calo della mortalità.

Passiamo alla prevenzione secondaria. Come va controllato il proprio corpo per scoprire eventuali nei sospetti?

La migliore diagnosi precoce la fanno i pazienti. Bisogna abituarsi a mettersi davanti allo specchio e guardarsi regolarmente, davanti e dietro. Solo così si scopre il “brutto anatroccolo”, cioè un neo in cui è cambiato qualcosa, cioè la dimensione, la forma o il colore: è questo che deve fare scattare il campanello d’allarme. Anche perché dal dermatologo ha senso andare una volta all’anno o quando si ha qualche sospetto, non ogni mese. C’è una bellissima frase di Deville, uno studioso del settore, che rende il senso del ragionamento fatto finora: “il melanoma scrive sulla pelle la propria diagnosi col proprio inchiostro, basta leggerlo”.

Assidai offre gratuitamente ai propri iscritti un pacchetto di prevenzione che prevede una visita dermatologica gratuita e una mappatura completa dei nei. Come valuta questa iniziativa e l’adesione della Clinica Ruesch alla campagna di prevenzione?

È una campagna utilissima perché ha il merito di creare sensibilità, cioè di alzare l’attenzione del grande pubblico su un tema cruciale e poi perché offre una via facilitata a una visita specialistica. Un’iniziativa decisamente utile per chi non si è mai sottoposto a una visita dermatologica e una eventuale mappatura dei nei: un incontro con uno specialista dà la possibilità di fare domande e avere chiarimenti.

I nei e la loro evoluzione, cosa tenere d’occhio

Come distinguere un neo benigno da uno che sta degenerando in melanoma? La regola dell’alfabeto e le parti del corpo alle quali dobbiamo stare più attenti.

I nei sono macchie della pelle dovute all’accumulo di melanociti, le cellule che producono melanina, cioè il pigmento responsabile del colore della pelle e dell’abbronzatura. Rappresentano un’anomalia della pelle, ma sono fisiologici: la maggior parte delle persone ne ha un numero compreso tra i 10 e i 40; alcuni sono presenti fin dalla nascita, altri si formano nel corso della vita.

Ma quali sono le principali caratteristiche dei nei benigni? Di solito hanno una larghezza inferiore al mezzo centimetro, una forma tondeggiante con contorni definiti e un colore che va dal rosa al marrone scuro. La quasi totalità dei nei è completamente innocua.

Una minima parte, tuttavia, può degenerare e dare vita a un aggressivo cancro della pelle: il melanoma.

Come riconoscere un neo comune e benigno da uno che sta degenerando in melanoma? Quando si svolge il cosiddetto auto-esame della propria pelle, una formula semplice ma efficace da ricordare nasce dalle prime cinque lettere dell’alfabeto ed è spiegata nell’immagine in pagina. Si parte dalla A di asimmetria nella forma: un neo benigno è generalmente tondeggiante, mentre un melanoma è più irregolare. La B riguarda i bordi, che nel caso di una lesione tumorale possono essere irregolari e indistinti, mentre la C è il colore variabile, ossia con sfumature diverse all’interno del neo stesso, cosa che deve fare scattare un campanello d’allarme. Poi c’è la D di dimensioni: nel passato venivano considerati a rischio i nei sopra i 6 millimetri di diametro, ma la diagnosi precoce ha reso frequente il riscontro di melanomi di dimensioni minori. Infine, la E come evoluzione. Quando nell’arco di poche settimane o mesi si riscontrano cambiamenti nella forma, nel colore e nelle dimensioni del neo, oppure quando la lesione cutanea diviene rilevata (cioè sensibile al tatto) e palpabile oppure, ancora, quando sanguina spontaneamente, allora è il momento di rivolgersi al dermatologo.

Dove può svilupparsi un melanoma? In teoria in qualsiasi parte del corpo, anche se negli uomini sono più frequenti su testa, collo e tronco e nelle donne sugli arti. In realtà ci sono anche lesioni più subdole che normalmente sfuggono alla nostra attenzione, per esempio sul cuoio capelluto o tra le dita dei piedi: in questo caso è la visita dermatologica a fare la differenza.

Manager, praticare attività fisica ringiovanisce il corpo e la mente

Intervista alla guru del fitness Elena Casiraghi: “Curate anche l’alimentazione”

“Tutte le persone dovrebbero fare attività fisica con regolarità perché aiuta a restare in forma, a prevenire l’insorgenza di malattie croniche e anche a rallentare il ritardo cognitivo”. Parola di Elena Casiraghi, atleta, laureata in Scienze Motorie con Ph.D in Attività fisica, Nutrizione e Benessere, nonché collaboratrice con diverse testate giornalistiche e radiofoniche, membro dell’Equipe Enervit (gruppo di ricerca scientifica dell’omonima azienda) e docente universitaria a Pavia. Casiraghi, autrice di diversi libri su allenamento e alimentazione, ricorda subito la “dose” di movimento minima consigliata dal Ministero della Salute: “150 minuti a settimana e ovviamente non tutti concentrati in un giorno”.

Numerosi studi confermano ormai da anni l’importanza di un’attività fisica regolare, se possibile quotidiana, per prevenire le malattie croniche. Condivide questa posizione?

Sono assolutamente d’accordo. Dovremmo cercare di muoverci sempre, tutti i giorni, a prescindere dallo sport vero e proprio, un po’ come fanno gli orientali nei parchi pubblici. Parlo di 20 minuti al giorno di attività fisica, cioè 150 minuti circa a settimana, il più possibile distribuiti sui vari giorni. Attenzione poi: l’attività fisica aerobica (cioè, per esempio, la corsa a ritmo costante) potrebbe annoiare, dunque meglio optare per il cosiddetto interval training, perfetto anche per chi ha poco tempo a disposizione. Un esempio pratico: in 30 minuti di corsa, dopo cinque minuti di riscaldamento iniziamo un ciclo di cinque o sei accelerazioni, seguite da un rallentamento di due minuti e concludiamo con il defaticamento.

È vero che fare attività fisica aiuta anche la mente oltre che il corpo?

Certo che sì. Rallenta il ritardo cognitivo e ormai ci sono tantissimi studi scientifici a dimostrarlo. Un tempo si pensava che invecchiando i neuroni morissero, invece l’attività fisica li rigenera. Senza contare che chi pratica attività fisica da giovane posticipa il declino: il nostro organismo dai 30 anni inizia a invecchiare e già dai 40 si può incorrere in una prima riduzione della forza muscolare. Poi c’è un ulteriore aspetto, che potrebbe essere di particolare interesse per un manager: dopo 20 minuti di attività fisica affluisce più sangue al cervello e questo consente, ad alcuni, di avere maggior efficienza cerebrale che si traduce con la possibilità di risolvere alcuni problemi o farsi venire in mente idee particolarmente brillanti.

Molte persone, tra cui proprio i manager, si lamentano di non avere abbastanza tempo per l’attività fisica. Ci dà qualche “ricetta” veloce e semplice da seguire per aiutare anche chi ha poco tempo a mantenersi in forma?

Abbiamo parlato dell’interval training, ma c’è anche la possibilità di fare una camminata veloce, di nuotare, della cyclette, oppure di sfruttare il mattino presto prima di colazione, quando abbiamo poca energia in corpo. Un apparente svantaggio che invece è un vantaggio reale, perché ci permette di massimizzare la resa. Ogni momento della giornata ha il suo allenamento ottimale: al mattino presto, a digiuno, meglio una corsa o una camminata ad andatura costante; dopo il lavoro, nel tardo pomeriggio, meglio puntare sui cambi di ritmo, cioè l’interval training. E poi, nello sport, c’è anche il tema psicologico: conosco molti manager di alto livello che praticano triathlon per incrementare la resistenza e la capacità di affrontare le sfide, temi che poi ritrovano nell’attività lavorativa.

Lei è anche un’esperta di alimentazione, fattore molto importante per la salute presente e futura. Anche in questo caso può darci qualche consiglio? Cosa consumare a colazione, a pranzo e la sera (e tra i pasti) per restare in forma assumendo le energie giuste?

In ogni giornata abbiamo tre pasti principali. Innanzitutto, la colazione, da fare entro un’ora dal risveglio, in cui spesso manca la fonte di proteine, che può essere il classico toast con prosciutto e fetta di formaggio oppure del latte con frutta essiccata (muesli d’avena al naturale) o ancora yogurt con frutta fresca. Poi, senza entrare troppo nello specifico, sia per il pranzo, sia per la cena, bisogna sempre pensare di dividere il piatto in tre parti: un terzo di proteine, un terzo di carboidrati (riso, orzo o pasta) e un terzo di verdure. Ciò rende ciascuno libero di “comporre” il proprio piatto ma attenendosi a questa proporzione personalizzerà le quantità automaticamente. Altrettanto importanti sono gli spuntini durante la giornata, ad esempio un frutto con un pezzetto di parmigiano o una barretta bilanciata. Infine, l’idratazione è cruciale: dovremmo bere almeno un bicchiere d’acqua ogni ora.

Lei è stata ed è una grande sportiva, scrive, insegna e interviene spesso sui media. Quali sono i principali errori che vede commettere in materia di alimentazione?

Non inserire quasi mai le proteine e seguire un’alimentazione troppo ricca di carboidrati e povera in polifenoli (frutta, verdura, spezie), cosa che spesso succede al ristorante, dove raramente si mangia “bene”. Poi siamo legati ancora ad alcuni retaggi culturali, per esempio che i grassi fanno male, dimenticandoci dei pregi degli Omega 3 e dell’olio extravergine d’oliva. Ancora: non consideriamo alimenti funzionali come la curcuma o molte spezie, che ci aiuterebbero anche a diminuire il sale. Infine, vorrei precisare che ci possiamo concedere un pasto “jolly” a settimana, poiché ci aiuta anche a recuperare le motivazioni per riprendere a seguire una dieta bilanciata.

Secondo lei in Italia la sedentarietà è un problema che sta peggiorando o migliorando e quali sarebbero le politiche corrette per risolverlo?

Non ho dati alla mano, qualcosa si muove, ma allo stesso tempo non vedo un vero cambiamento della nostra cultura perché il più delle volte le persone sono incostanti. Se davvero vogliamo iniziare a fare attività fisica cominciamo da una piccola cosa: ogni 40 minuti che siamo alla scrivania, muoviamoci.

Che consigli darebbe a un manager, con teoricamente poco tempo a disposizione, che approccia da zero il running e vuole preparare una gara?

Gli proporrei tre sessioni di allenamento a settimana, di cui una più lunga nel weekend. Si possono utilizzare le pause pranzo (45 minuti di corsa più il tempo per mangiare) oppure le mattine presto, allenandosi a digiuno, cosa che dopo, paradossalmente, fa sentire molto più energici. E poi la sera dopo cena sarebbe ottimo dedicare un momento allo stretching, magari con i figli, specie se si passa molto tempo seduti durante il giorno.

Assidai e Federmanager a giugno insieme contro il rischio melanoma

Offerte gratuitamente agli iscritti una visita dermatologica e la mappatura dei nei

“La nostra pelle è un organo da proteggere, curare e preservare con amore, lo stesso che siamo soliti dedicare al cuore e al cervello”. Questa frase, più volte ripetuta dall’uomo simbolo della lotta contro il cancro, il Professor Umberto Veronesi, riflette perfettamente lo spirito della nuova campagna di prevenzione che Assidai e Federmanager, in collaborazione con Allianz e Generali Welion, offrono, a titolo gratuito, ai propri iscritti. Giugno 2019, infatti, è il mese di prevenzione del melanoma (cioè il tumore della pelle) e il pacchetto “Healthy Manager” prevede, per tutto il mese, la possibilità di prenotare presso le strutture sanitarie aderenti all’iniziativa una visita dermatologica e una mappatura completa dei nei per prevenire eventuali patologie della pelle.

Del resto, il valore della prevenzione è sempre stato nel DNA di Assidai. Diagnosticare tempestivamente una lesione tumorale fa molto spesso la differenza: le ultime statistiche confermano che un melanoma scoperto in anticipo, laddove sia localizzato e non abbia dato luogo a metastasi, può essere curato con un intervento chirurgico in day ospital, senza alcun trattamento farmacologico successivo, e con probabilità di guarigione fino al 90% dei casi. A questo numero, decisamente confortante, se ne aggiunge tuttavia uno più preoccupante: negli ultimi decenni l’incidenza del melanoma cutaneo nella popolazione caucasica è in crescita, con circa il 5% di casi in più ogni anno. In Italia vengono diagnosticati annualmente oltre 7.000 nuovi casi: il melanoma può insorgere ad ogni età, ed è uno dei tumori più frequenti negli adulti di età compresa tra i 30 e 40 anni.

Ecco perché è fondamentale mettere in atto da subito strategie di prevenzione sia primaria, proteggendo la pelle con opportuni filtri e stili di vita corretti, sia secondaria, cioè svolgendo regolari visite di controllo. Va proprio in questa direzione la campagna di Assidai e Federmanager: perché il futuro, è proprio il caso di dirlo, si gioca sulla nostra pelle.

Tiziano Neviani, Presidente Assidai

Sanità pubblica, 8 tappe di una grande storia

Il Servizio Sanitario Nazionale ha compiuto 40 anni e le sue origini risalgono al 1948 quando la Costituzione ha riconosciuto il diritto alla salute.

Esattamente 40 anni fa la Legge 883 del 23 dicembre 1978 ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che si basa su tre principi cardine: l’universalità, l’uguaglianza e l’equità. Una tappa fondamentale per lo sviluppo della sanità pubblica italiana, che ancora oggi spicca in Europa e nel mondo per il suo carattere universalistico e che affonda le proprie radici nell’articolo 32 della Costituzione: la nostra Carta, va ricordato, è stata la prima nel Vecchio Continente a riconoscere e mettere nero su bianco il diritto alla salute.

Insomma, quello del Servizio Sanitario Nazionale italiano è stato un percorso lungo e di successo: per questo è particolarmente utile ripercorrerne le principali tappe che, dal dopoguerra a oggi, lo hanno portato a essere riconosciuto come uno dei migliori al mondo. Partendo dunque dal 1948, con la nascita della Repubblica Italiana e con essa la sua Costituzione, analizziamo di seguito i diversi momenti chiave per la sanità pubblica fino ad arrivare al 2017, quando sono stati aggiornati i Livelli essenziali di assistenza (Lea).

La storia del Servizio Sanitario Nazionale (SSN)

1861, Unità d’Italia

La situazione sanitaria del Paese è critica. Nel 1861 si vive in media 16-17 anni di meno rispetto alla Svezia. Nel 1863, su 1.000 bambini nati vivi, 232 muoiono durante il primo anno di vita. Nel 1865 la tutela della salute è affidata al Ministero dell’Interno. La legge Pagliani-Crispi del 1888 trasforma l’approccio di polizia sanitaria in sanità pubblica, creando un primo assetto organizzativo. Al 1907 risale il primo Testo unico delle leggi sanitarie (aggiornato nel 1934). Nel 1945 nasce l’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità pubblica, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

1948, la salute diventa un diritto fondamentale

L’articolo 32 della Costituzione italiana afferma che:

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. (…) La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

La norma è rivoluzionaria nel doppio valore della salute: è un diritto individuale inviolabile e assoluto e un bene di rilevanza collettiva. L’Italia è stata la prima in Europa a riconoscere il diritto alla salute nella sua Costituzione.

1958, il Ministero della Sanità

La legge 296 del 13 marzo 1958 istituisce il Ministero della Sanità che assorbe le competenze dell’Alto Commissariato e delle altre amministrazioni centrali preposte alla sanità pubblica. È coadiuvato nelle proprie funzioni dal Consiglio superiore di sanità, organo consultivo, e dall’Istituto superiore di sanità, organo tecnico-scientifico.

Sono istituiti sul territorio:

  • gli uffici del medico e del veterinario provinciale, coordinati dal prefetto;
  • gli uffici sanitari dei Comuni e dei consorzi;
  • gli uffici sanitari speciali (di confine, porto e aeroporto).

1978, la svolta: nasce il Servizio Sanitario Nazionale

La Legge Mariotti del 1968 istituisce e organizza gli Enti Ospedalieri, costituisce il Fondo nazionale ospedaliero e introduce la programmazione ospedaliera attribuendone la competenza alle Regioni. È la premessa per la nascita del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), istituito dalla legge 833 del 1978 e costituito dal “complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”.

Anni ‘90, il riordino del Servizio Sanitario Nazionale

Negli anni ‘90 si registra una sempre maggiore esigenza di risorse finanziarie per sostenere il funzionamento del SSN. Con i decreti di riordino del 1992-1993 e del 1999 (riforma Bindi), si rafforza il potere delle Regioni e si introduce l’aziendalizzazione, in modo da garantire a tutti i cittadini i livelli uniformi ed essenziali di assistenza e le prestazioni appropriate, assicurati dalle Regioni tramite le aziende sanitarie e la programmazione. Le unità sanitarie locali (USL) diventano aziende sanitarie con autonomia organizzativa (ASL).

2001, la riforma del titolo V della Costituzione

La legge 3 del 2001 (riforma del Titolo V della Costituzione) all’art.117 ridisegna le competenze di Stato e Regioni in materia sanitaria. Lo Stato ha competenza esclusiva per la profilassi internazionale, determina i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti sul territorio nazionale” e i principi fondamentali nelle materie di competenza concorrente. Ogni Regione assicura i servizi di assistenza sanitaria e ospedaliera. Dal 2001 gli accordi tra Stato e Regioni sono lo strumento con cui si disegna l’assistenza pubblica in Italia.

2001, da Sanità a Salute, il ruolo della prevenzione

La situazione sanitaria del Paese è cambiata. Grazie a migliori condizioni igienico-sanitarie, disponibilità di vaccini, evoluzione della medicina, presenza di farmaci innovativi, accesso diffuso a cure e prestazioni per tutta la popolazione, l’aspettativa di vita è cresciuta. Sono però aumentate le malattie croniche, quelle cardiovascolari e i tumori. Obiettivo strategico non è solo curare, ma prevenire e mantenersi in buona salute nel corso della vita. Molte malattie si possono evitare, intervenendo sui principali fattori di rischio modificabili (tabagismo, abuso di alcol, scorretta alimentazione, sedentarietà) e curare grazie alla diagnosi precoce.

La legge n. 317, del 3 agosto 2001, modifica la denominazione da Ministero della Sanità a Ministero della “Salute”. L’aggiornamento della definizione va a rispecchiare la nuova missione svolta dal Ministero in linea con il concetto espresso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che definisce la salute: “Una condizione non più di assenza di malattia ma di completo benessere fisico, mentale e sociale”. Si vuole, quindi, sottolineare il ruolo del Ministero di promotore della salute della persona nella sua interezza e complessità. Il Ministero della Salute è l’organo centrale del Servizio Sanitario Nazionale. Il suo ruolo è mutato negli anni a seguito di interventi legislativi. Nel quadro attuale, esercita le funzioni spettanti allo Stato in materia di tutela della salute umana, sanità veterinaria, tutela della salute nei luoghi di lavoro, igiene e sicurezza degli alimenti, coordinamento del SSN (ferme restando le competenze attribuite alle Regioni).

Le sfide della sostenibilità: nel 2017 aggiornati i LEA

Per garantire la tutela della salute e contenere la spesa sanitaria nascono i Livelli essenziali di assistenza (LEA), le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a fornire sul tutto il territorio a tutti i cittadini, gratuitamente o con partecipazione alla spesa (ticket), finanziati con le risorse pubbliche. Le Regioni, con risorse proprie, possono garantire prestazioni ulteriori rispetto a quelle incluse nei LEA. I LEA, definiti nel 2001 e aggiornati con il DPCM 12 gennaio 2017 sono il nucleo essenziale irrinunciabile del diritto alla salute.

Attività fisica regina della prevenzione

Per il dottor Bernhard Reimers: fare movimento ogni giorno e adottare una dieta mediterranea sono la strategia migliore contro le malattie cardiocircolatorie

“Per evitare l’insorgere di malattie cardiocircolatorie la regina della prevenzione è l’attività fisica aerobica”. A sottolinearlo è Dottor Bernhard Reimers, Responsabile dell’Unità Operativa Cardiologia clinica e interventistica dell’Humanitas Research Hospital di Milano. Un parere a dir poco autorevole, il suo: Reimers è considerato uno dei maggior esperti mondiali dell’angioplastica carotidea con più di 1.500 interventi eseguiti. “Consiglio a tutti una passeggiata di 20-30 minuti a passo veloce al giorno, lasciando a casa il cellulare per evitare stress e lasciare indietro tutti i pensieri”, aggiunge.

Le patologie dell’apparato cardiocircolatorio appartengono alle malattie croniche che sono i principali “killer” a livello mondiale. Che evidenze avete riscontrato, negli ultimi anni, nella loro incidenza?

L’incidenza purtroppo resta costante, l’unica notizia positiva è che queste malattie colpiscono le persone più tardi, ma questo è dovuto all’aumento dell’età media. Ancora oggi le malattie dell’apparato cardiocircolatorio sono la prima causa di morte al mondo, mentre l’ictus è la principale causa di disabilità sempre nel mondo occidentale.

Fondamentale per combattere l’insorgenza di malattie cardiocircolatorie è la prevenzione primaria. Quali consigli può dare a livello di alimentazione e stili di vita e, in generale, a livello di prevenzione?

Ci sono fattori di rischio come la familiarità, cioè l’incidenza di queste malattie nel nostro albero genealogico, su cui ovviamente non possiamo incidere. Invece possiamo farlo su altri aspetti, come il fumo – ovviamente da evitare – e la dieta in cui vanno ridotti i grassi animali; ma la cosa più importante è lo stile di vita. Mi piace ricordare che l’attività fisica aerobica è la regina della prevenzione: consiglio a tutti una passeggiata di 20-30 minuti a passo veloce al giorno, lasciando a casa il cellulare per evitare stress e lasciare indietro tutti i pensieri. Per quanto riguarda l’alimentazione, invece, la dieta mediterranea è la cosa migliore e vi dò un altro consiglio pratico: se un giorno mangiate insaccati o cibi ricchi di colesterolo, il giorno dopo meglio un’insalata.

Avete riscontrato una maggiore attenzione, negli ultimi anni, della popolazione sul tema della prevenzione?

Purtroppo, no. C’è sicuramente una parte di popolazione che fa attività fisica, tanta gente che corre e va in bici, ma non è la maggioranza. Altrimenti i dati non ci direbbero che obesità e diabete sono in aumento.

Quali sono i sintomi da “sorvegliare” e a cui prestare maggiore attenzione per accorgersi in tempo di un ictus o di un infarto?

Per quanto riguarda l’infarto, se riscontriamo dolori al petto o al braccio correlati a uno sforzo che poi si riducono fermando lo sforzo stesso, ciò rappresenta un allarme di una possibile malattia coronarica. Se si prolungano i sintomi oppure aumenta di frequenza, la situazione va discussa approfonditamente col medico o si deve accedere al pronto soccorso. Per l’ictus, invece, i sintomi più evidenti si verificano quando è già avvenuto: parliamo di paralisi a un braccio e/o a una gamba o della difficoltà di parlare. In questi casi bisogna subito chiamare il 118. Ecco, forse, un campanello d’allarme deve scattare quando ci accorgiamo che il cuore batte in maniera irregolare o la macchinetta della pressione segna ‘battiti irregolari’: a quel punto meglio svolgere un elettrocardiogramma per escludere una possibile fibrillazione atriale, che è la prima causa di ictus.

Lo scorso anno Assidai ha offerto gratuitamente ai propri iscritti la campagna di prevenzione “Healthy manager”, che prevedeva la possibilità di effettuare l’esame ecocolordoppler dei tronchi sovraortici. Come valuta questa iniziativa?

Sicuramente in modo positivo. Si tratta di un esame molto utile perché è in grado di evidenziare anche in stadio iniziale una malattia delle arterie, la aterosclerosi. Per avere un check up completo a livello cardiovascolare consiglio anche di eseguire una cosiddetta “prova da sforzo”, che può indicare una possibile patologia coronarica.

Quali sono i principali punti di forza dell’Unità Operativa Cardiologia clinica e interventistica dell’Humanitas?
Direi che si distingue per tre elementi. Innanzitutto, i severi parametri di qualità a qualsiasi tipo di intervento anche in ambito cardiologico. In secondo luogo, perché ogni intervento viene effettuato con materiali e tecniche all’avanguardia. Infine, per la ricerca scientifica su nuovi trattamenti farmacologici e interventistici per le malattie coronariche.

Il Dottor Bernhard Reimers è Responsabile di Unità Operativa Cardiologia clinica e interventistica all’Humanitas Research Hospital di Milano. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, tra le sue aree mediche di interesse spicca l’interventistica cardiovascolare, cioè angioplastiche coronariche anche complesse, interventistica strutturale (TAVI, PFO), angioplastiche periferiche degli arti inferiori e superiori, angioplastiche carotidee e trattamento endovascolare degli aneurismi aortici. Ha un’ampia esperienza nell’interventistica coronarica con più di 10.000 interventi eseguiti. è considerato uno dei maggior esperti mondiali dell’angioplastica carotidea con più di 1.500 interventi eseguiti. È anche specializzato in terapia cardiologica intensiva e cardiologia clinica intraospedaliera.

Fondi sanitari in crescita continua. Ecco il report del Ministero della Salute

In forte ascesa, negli ultimi anni, Enti, Casse e Società di mutuo soccorso

Una crescita continua del comparto della sanità integrativa italiana, con i fondi passati complessivamente dai 267 del 2010 ai 322 del 2017, a fronte di una netta prevalenza degli Enti, Casse e Società di mutuo soccorso rispetto ai fondi sanitari puramente integrativi.

A che cosa serve l’Anagrafe dei Fondi? Svolge un ruolo di censimento e di controllo sull’operato dei vari soggetti coinvolti. In Italia sono tenute all’iscrizione nell’albo due tipologie di fondi sanitari che garantiscono prestazioni integrative al SSN. Si tratta dei “Fondi sanitari integrativi del Servizio Sanitario Nazionale” (Fondi di tipologia A), che erogano solo ed esclusivamente prestazioni non comprese nei livelli essenziali di assistenza, e degli “Enti, Casse e Società di Mutuo Soccorso aventi esclusivamente fini assistenziali” (Fondi di tipologia B) tra i quali rientra Assidai, che sono sia integrativi del SSN, sia sostitutivi e hanno ormai superato il traguardo dei 10 milioni di iscritti.
evoluzione fondi sanitari

I numeri del report e il primato dei fondi integrativi/sostitutivi

Ebbene, per la prima volta, dal report del Ministero della Salute – che permette di tracciare un quadro chiaro e oggettivo del settore – emerge subito un concetto: il divario tra il numero dei fondi sanitari integrativi e gli enti, casse e società di mutuo soccorso, è sempre rimasto rilevante. Anzi: nel corso degli anni al lieve aumento del numero dei fondi integrativi della prima tipologia (3 nel 2013, 4 nel 2014, 7 nel 2015, 8 nel 2016 e 9 nel 2017), si è avuto un più significativo e progressivo incremento del numero degli enti, casse e società di mutuo soccorso (273 nell’anno 2013, 286 nel 2014, 293 nel 2015 e 297 nel 2016 e 313 nel 2017), che rappresentano ormai il 97% del totale.
La forbice emerge in modo netto anche nell’ammontare delle risorse erogate e nel numero di iscritti. Gli Enti, le Casse e le Società di Mutuo Soccorso, nel 2017, avevano erogato prestazioni per 2,32 miliardi di euro, a fronte di un totale di 10,6 milioni di iscritti; l’altra categoria di fondi si fermava rispettivamente a 1,3 milioni e poco più di 11mila iscritti.

La tipologia di prestazioni extra Lea

Un altro spunto interessante fornito dal report del Ministero della Salute è la scomposizione delle prestazioni sanitarie extra Lea (cioè al di fuori dei Livelli essenziali di assistenza garantiti dal SSN) fornite da Enti, Casse e Società di mutuo soccorso che sono sia integrativi sia sostitutivi della sanità pubblica. Da essa emerge che su un totale di prestazioni erogate vincolate per 753,7 milioni circa, l’assistenza odontoiatrica gioca il ruolo preponderante (con 509,3 milioni), seguita dalle prestazioni sanitarie e sociali (154,3 milioni) e da quelle finalizzate al recupero della salute (90,1 milioni). C’è un altro angolo visuale per decifrare il fenomeno: guardare la diversa distribuzione delle risorse erogate dagli enti, casse società di mutuo soccorso per le varie tipologie di prestazioni extra Lea. In particolare, il 33% hanno svolto solo assistenza odontoiatrica (per una spesa media di 342mila euro), il 19% prestazioni finalizzate al recupero della salute e odontoiatriche mentre il 18% ha erogato tutte le prestazioni extra Lea previste dall’anagrafe.

Insomma, un quadro in piena evoluzione che testimonia il significativo sviluppo dei fondi sanitari. Una categoria che si candida, per il futuro, a essere un valido sostegno al Servizio Sanitario Nazionale affinché lo stesso possa mantenere le caratteristiche di universalità ed equità senza vedere penalizzata la propria sostenibilità nel tempo.

Tutte le certificazioni di Assidai

Assidai è iscritto all’Anagrafe dei Fondi sanitari fin dal 2010 – primo anno di attività dell’Anagrafe. Annualmente il Fondo rinnova l’iscrizione e ne riceve il documento di conferma direttamente dal Ministero della Salute, in particolare dalla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria.

L’iscrizione all’Anagrafe dei Fondi Sanitari è uno dei tasselli che formano il mosaico della trasparenza di Assidai, insieme al Codice Etico e di Comportamento, che evidenzia l’insieme dei valori di cui il Fondo si fa portatore, alla certificazione annuale su base volontaria del proprio bilancio e al Sistema di Gestione certificato ISO 9001:2015.

Il Fast Aid di Villa Donatello, Ambulatorio a pronta disponibilità

A un costo ridotto, come il ticket, consente di avere rapido accesso a cure per piccoli problemi di salute evitando le code e il sovraccarico del Pronto Soccorso di Careggi (Firenze)

Un ambulatorio a cui si può accedere senza prenotazione e senza attesa per piccoli problemi di salute, aperto tutti i giorni dalle 8 alle 20, escluse le prestazioni di urgenza e di emergenza e quelle pediatriche. Questo, in estrema sintesi, il servizio Fast Aid, messo a punto da oltre un anno da Villa Donatello, struttura di punta nella sanità privata a Firenze, convenzionata con Assidai, nella sua nuova sede di Sesto Fiorentino. Il ruolo di Fast Aid è cruciale alla luce dei consistenti numeri di accessi al Pronto Soccorso di Careggi (quasi 120mila nel 2017, ultimo dato disponibile): in condizioni normali generano ricoveri che impegnano complessivamente circa 370 posti letto ordinari e 30 letti di alta intensità, quali la terapia intensiva e sub intensiva. La situazione, peraltro, è resa ancora più complessa dal fatto che il 20-25% delle richieste di accesso sono relative a prestazioni definite “Non urgenti o Urgenze minori”, che dovrebbero trovare risposte diverse dal pronto soccorso, che hanno come conseguenza negativa il risultato di allungare le attese e peggiorare il servizio.

Il Fast Aid, invece, grazie al fatto di avere alle spalle la specializzazione e le attrezzature di Villa Donatello, è in grado di dare una risposta rapida ed efficace a piccoli problemi quali sintomi allergici, tosse e bronchiti, otiti, disturbi visivi, dolori addominali, problematiche ginecologiche, sintomi febbrili, mal di gola, infezioni urinarie, punture di insetto, piccole ustioni, ferite, rimozioni di schegge, problematiche dermatologiche, perdite ematiche oltre che piccoli traumi ortopedici. Tutti disturbi che, nell’accezione clinica, vengono definiti “minori” ma che, per chi ne soffre, rappresentano un problema importante da risolvere nel più breve tempo possibile. E il costo? Tenuto conto che per accessi non urgenti al pronto soccorso si paga il ticket, è paragonabile a quello del servizio pubblico. Inoltre, usare Fast Aid garantisce sconti sulle prestazioni diagnostiche e specialistiche che dovessero rendersi necessarie.

Per concludere, i vantaggi del Fast Aid sono non solo i tempi di attesa ridotti praticamente a zero e il team di medici con grande esperienza nelle prestazioni di emergenza, coordinati dal professor Alfonso Lagi, a lungo Direttore del Dipartimento di Emergenza di Santa Maria Nuova a Firenze ma anche, se i riscontri richiedono approfondimenti (ad esempio indagini radiologiche o ecografiche o consulti ulteriori) i medici Fast Aid ricorrono agli specialisti o alle tecnologie di Villa Donatello.

Il Fast Aid è una risposta non solo alle esigenze dei fiorentini, ma anche a quelle dei turisti che possono avere bisogno di un punto di riferimento per i loro problemi di salute. Con l’apertura della nuova sede di Firenze Castello, il Fast Aid è diventato un servizio particolarmente interessante anche per gli abitanti della Piana: a nord di Firenze vivono oltre 160.000 persone e ve ne lavorano altrettante ed è importante avere un servizio per risolvere in modo efficace e soprattutto rapido i piccoli malesseri che possono verificarsi sui luoghi di lavoro, senza perdite di tempo.

Welfare aziendale, la nuova Legge di Bilancio conferma tutti gli incentivi al sistema

Diversamente dal passato, tuttavia, non ci sono stati interventi migliorativi alle agevolazioni

Nessuna novità ma anche nessuno stravolgimento (né messa in discussione) degli incentivi introdotti dal 2016 in poi. La Legge di bilancio 2019, approvata recentemente dal Governo e dalle Camere, non ha previsto alcun nuovo intervento in termini di welfare aziendale, indicando soltanto che alcune risorse verranno stanziate attraverso il Fondo per le politiche della famiglia e saranno quindi destinate a iniziative di conciliazione vita-lavoro e “welfare familiare aziendale”. Nei fatti, alcuni esperti interpretano tutto ciò come una battuta d’arreso visto che nelle precedenti Leggi di Bilancio era stato fornito un impulso continuo e crescente allo sviluppo del welfare aziendale, che veniva visto come un nuovo modo per interpretare e migliorare le relazioni industriali. È anche vero, tuttavia, che gli incentivi previsti non sono stati toccati e che questi consentiranno un ulteriore sviluppo del welfare aziendale (ormai diffuso in quasi metà delle aziende italiane secondo gli ultimi dati del Ministero del Lavoro) anche nel 2019.

Premi di produttività e welfare aziendale nel 2019

Ma quali sono le attuali agevolazioni fiscali e, più in generale, qual è il quadro normativo frutto delle ultime tre Leggi di Bilancio?

Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro e tornare alla Manovra del 2017 che, così come quella del 2016, era intervenuta con misure ad hoc muovendosi principalmente in due direzioni. Da una parte aveva deciso per un “allargamento” del perimetro del welfare aziendale che non concorre al calcolo dell’Irpef. Dall’altra parte aveva ampliato, nei numeri, l’area della tassazione zero per i dipendenti che scelgono di convertire i premi di risultato del settore privato di ammontare variabile in benefit compresi nell’universo del welfare aziendale stesso.

In alternativa, come già previsto, i benefit saranno soggetti a un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento. Più nel dettaglio, il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata era stato aumentato da 50mila a 80mila euro, mentre gli importi dei premi erogabili erano passati da 2 mila a 3 mila euro nella generalità dei casi e da 2.500 a 4mila euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Infine, la sanità integrativa può andare oltre il limite di deducibilità previsto dalle norme fiscali utilizzando il premio di produttività. Sono, ovviamente, tutti numeri e concetti che valgono anche oggi visto che il Governo non è più intervenuto su di essi.

Il “perimetro” del welfare aziendale per i datori di lavoro

Lo stesso ragionamento vale anche per il perimetro del welfare aziendale erogato dal datore di lavoro, che sempre la Legge di bilancio 2017 aveva ridefinito, includendo anche servizi come l’educazione, l’istruzione (anche in età prescolare), la frequenza di ludoteche, di centri estivi e invernali oppure ulteriori benefit, sempre erogati dal datore di lavoro, per poter fruire di servizi di assistenza destinati a familiari anziani o comunque non autosufficienti. Un fronte, quest’ultimo, su cui Assidai è sempre stato all’avanguardia in Italia, includendo la copertura in caso di non autosufficienza (Long Term Care) all’interno dei Piani Sanitari, che tutelano gli iscritti e le loro famiglie. Nella Legge di bilancio 2018, giusto per completare il quadro, era arrivato un ulteriore ampliamento del perimetro del welfare aziendale in cui era stato inserito anche l’abbonamento al trasporto pubblico.

Bonus famiglia 2019: tutte le agevolazioni

Bonus nido

Sale da 1000 a 1.500 euro all’anno, per tre anni, il bonus per pagare asili nido pubblici e privati (o per supporto in casa a bambini sotto i tre anni, con gravi disabilità). L’aumento di 500 euro varrà dal 2019 al 2021. Il buono viene versato dall’Inps su presentazione della documentazione che attesta iscrizione e pagamento della retta.

Congedo paternità

Proroga di un anno e aumento di un giorno (da 4 a 5) per il congedo obbligatorio per i papà lavoratori dipendenti. Introdotto sperimentalmente nel 2013 è stato via via prorogato e ampliato. Confermata la possibilità di allungarlo di un altro giorno (quindi si arriva a sei) in sostituzione della mamma e riducendo il suo periodo di astensione obbligatoria. Va goduto entro cinque mesi dalla nascita.

Lavoro fino al nono mese

Se non ci sono rischi per la salute di mamma e bambino, sarà possibile rimanere al lavoro fino al nono mese di gravidanza e godere dei cinque mesi di congedo obbligatorio dopo il parto.

Neo mamme e smart working

Corsia preferenziale nella concessione dello smart working. Gli accordi sul lavoro agile dovranno dare priorità alle richieste presentate dalle lavoratrici nei tre anni successivi al congedo maternità o ai lavoratori (mamme e papà) con figli disabili.

Famiglie numerose

Le famiglie che avranno un terzo figlio nel triennio 2019-2021: potranno ricevere un terreno statale incolto in concessione gratuita per un periodo non inferiore a 20 anni. La manovra finanzia inoltre con 1 milione annuo(dal 2019 al 2021) la carta famiglia che prevede sconti sull’acquisto di beni o servizi e riduzioni tariffarie per famiglie con almeno tre figli conviventi di età non superiore a 26 anni.

Fondo famiglia

Stanziati 100 milioni annui per le politiche della famiglia (è una misura strutturale) che in parte verranno utilizzati per incentivare il welfare aziendale al fine di meglio conciliare vita e lavoro.

Sedile salva-bimbi

Per gli incentivi fiscali all’acquisto di dispositivi di allarme che impediscano l’abbandono dei bimbi nei veicoli la manovra stanzia un milione di euro per il 2019 e un altro per il 2020.

Fondo politiche giovanili

Dal 2019 viene incrementato di 30 milioni il fondo (Dl 223/2006) per la formazione culturale, professionale e l’inserimento dei giovani nella vita sociale, anche agevolando l’accesso all’abitazione e al credito.

Caregiver familiare

Il fondo per il caregiver familiare (chi si prende cura di un familiare non più autosufficiente) viene incrementato di 5 milioni per ciascun anno del triennio 2019-2021.