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Coppia anziana sorridente seduta su una panchina, immagine sul tema della longevità e dell’aumento della speranza di vita in Italia

Italia record, la speranza di vita sale a 83,4 anni

Pubblicato il 29 Giugno 2026 Assidai In Home page, Welfare24 /  

È quanto emerge dal nuovo report Istat su salute e stili di vita nel nostro Paese, che si conferma tra i più longevi al mondo nonostante l’aumento delle cronicità. Il nodo degli stili di vita

Con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni,l’Italia è uno dei Paesi più longevi in assoluto. Non solo: con questo dato il nostro Paese tocca un nuovo record storico, dopo la leggera flessione avvenuta durante e dopo il Covid.

È quanto emerge dal report dell’Istat “La salute: una conquista da difendere”. Un’analisi in cui si ripercorre l’evoluzione storica della longevità tricolore e da cui emerge che tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente. L’età media alla morte nel 2023 è pari a 81,6 anni per i maschi e 86,3 anni per le femmine, con una importante variabilità territoriale: da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche, con uno svantaggio di tutte le regioni più popolose del Mezzogiorno.

tasso di mortalità infantile in Italia nel periodo 1863-2023età mediana alla morte per regione italiana nel 2023

Quali sono i principali fattori che hanno determinato questo trend? Innanzitutto il drastico calo della mortalità entro il primo anno di vita, che nel 2023 si è attestata a 2,7 su mille nati vivi, uno tra i valori più bassi al mondo, mentre nell’Ottocento era di 230 su mille.

I progressi nella riduzione della mortalità infantile e nell’aumento della speranza di vita sono il risultato di un processo al quale hanno contribuito il miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, i progressi della medicina e la diffusione dei vaccini.

Dopo il 1978, con l’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure, questi progressi si sono via via consolidati. Col miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie la mortalità per malattie infettive, preponderante nei decenni post-unitari, ha rapidamente iniziato a ridursi e dagli anni Novanta rappresenta circa l’1% della mortalità totale.

Nel 2020 la pandemia da Covid-19 ha fatto risalire la mortalità per malattie infettive al 12,4% dei decessi, scesa poi al 5,0% nel 2023. La mortalità per le malattie respiratorie e dell’apparato digerente si è anch’essa ridotta in maniera formidabile dalla fine dell’800 a oggi: da 500-600 a 60-70 decessi ogni 100 mila abitanti le prime, e da circa 400 a 40 le seconde. La diminuzione dei decessi per queste cause ha contribuito a far scendere la mortalità generale fino a circa mille decessi ogni 100mila abitanti all’inizio degli anni Cinquanta, un livello rimasto sostanzialmente stabile fino a oggi, nonostante l’invecchiamento della popolazione.

Il report dell’Istat si occupa anche della percezione che la popolazione ha delle proprie condizioni di salute, parte essenziale della qualità della vita e, insieme, indicativa dei rischi di natura sanitaria. Negli ultimi 30 anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è diminuita dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025, e si è più che dimezzata (dal 9,8 al 4,5%) in termini standardizzati, correggendo cioè per l’effetto dell’invecchiamento.

Altri indicatori, infine, mostrano nel tempo una tendenza che riflette le dinamiche sociodemografiche e i cambiamenti negli stili di vita. Negli ultimi decenni, con i guadagni di longevità, è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana, anche se non sempre come prevalenze sulla popolazione.

Nel 1980, invece, fumava oltre la metà degli uomini di 14 anni e più (54,3%); nel 2025 la quota si è più che dimezzata (22,9%), con una flessione in tutte le fasce di età e i livelli socio-economici.

Tra le donne, la quota di fumatrici, già molto più bassa rispetto ai coetanei (16,7%) è diminuita solo leggermente (15,9%).

In Italia, invece come nella maggior parte dei Paesi avanzati, la diffusione dell’obesità nella popolazione adulta è cresciuta sensibilmente: dal 5,9% nel 1990 all’11,6% del 2025, con una differenza a svantaggio degli uomini e per le persone meno istruite e residenti nel Mezzogiorno.

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