Welfare aziendale, raddoppia l’esenzione dei “fringe benefit”

In un anno difficile, sotto tutti i punti di vista, per il nostro Paese e per la congiuntura globale, si aggiunge comunque un piccolo tassello positivo al mosaico del welfare aziendale in Italia. Ciò grazie al recente Decreto Agosto (Decreto-legge del 14 agosto 2020, n. 104), che tra i vari provvedimenti ha portato il limite per la detassazione di beni e servizi riconosciuti ai lavoratori dipendenti, i cosiddetti “fringe benefit”, a 516,46 euro, raddoppiando dunque la cifra rispetto ai precedenti 258,23 euro.

Una misura, si precisa, valida soltanto per il 2020 e che tuttavia rappresenta un ulteriore passo in avanti nell’espansione di un settore, quello del welfare aziendale, che negli ultimi anni ha più volte dimostrato le proprie potenzialità, in termini di soddisfazione del dipendente e di produttività dello stesso a tutto vantaggio dell’impresa.

Dal 2016, il Governo ha progressivamente messo in campo una serie di incentivi, soprattutto di carattere fiscale, per favorire la diffusione del welfare aziendale e, numeri alla mano, si può dire che i primi risultati siano ormai tangibili se si pensa che, proprio negli ultimi mesi, la porzione di imprese attive su questo fronte si è consolidata sopra la fatidica soglia del 50%. Il concetto alla base, quello di cuneo fiscale, è molto semplice: 100 euro investiti in welfare aziendale corrispondono a una spesa di 100 euro netti per l’azienda e a 100 euro spendibili per il dipendente.

Assidai e il welfare aziendale: Piani Sanitari ad hoc

Anche Assidai ritiene che il benessere personale e un corretto bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata, il cosiddetto work-life balance fanno bene ai manager e ai dipendenti in generale, perché accrescono il benessere organizzativo generale all’interno di un’azienda e il livello di energia e motivazione dei singoli. E, di conseguenza, incrementano la produttività, l’operatività ordinaria e aiutano ad affrontare i cambiamenti organizzativi necessari per tenere il passo della competitività. Non solo: diverse indagini in materia hanno dimostrato come l’assistenza sanitaria sia tra i benefit più richiesti a livello di welfare aziendale. Per questo i Piani Sanitari Assidai riservati alle imprese sono diversi e i vantaggi sia per le aziende che per i lavoratori sono numerosi; inoltre, i decision maker possono valutare con Assidai la costruzione di Piani Sanitari ad hoc, personalizzati proprio sulla base delle caratteristiche richieste dalle aziende e dai lavoratori.

L’intervento sui fringe benefit

Approfondiamo il Decreto Agosto e vediamo nello specifico cosa prevede. L’articolo chiave è il 112, comma 1, che introduce il raddoppio del limite di esenzione per il welfare aziendale e che, modificando quanto previsto dall’articolo 51, comma 3 del TUIR, innalza la soglia di esenzione fiscale per i fringe benefit da 258,23 euro a 516,46 euro: “Limitatamente al periodo d’imposta 2020, l’importo del valore dei beni ceduti e dei servizi prestati dall’azienda ai lavoratori dipendenti che non concorre alla formazione del reddito ai sensi dell’articolo 51, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, è elevato ad euro 516,46.”

Che cosa significa in parole povere? Entro tale limite, il valore di beni ceduti e servizi erogati dalle imprese ai propri lavoratori dipendenti non concorrerà alla formazione del reddito, e sarà quindi esente da imposte e contributi. Salvo ripensamenti futuri o provvedimenti che la renderanno strutturale, questa sarà una misura una tantum (valida cioè soltanto per il 2020), ma in ogni caso si tratta di un’iniziativa apprezzabile poiché agevola la concessione di buoni spesa, buoni benzina o altre misure di welfare aziendale ai dipendenti, grazie all’incremento del limite che comporta l’obbligo di tassazione totale del valore di beni e servizi riconosciuti ai dipendenti stessi.

Fuori dal provvedimento, invece, i buoni pasto che hanno una specifica disciplina di esenzione. Al proposito va ricordato che – sempre in tema di fringe benefit – l’ultima Manovra finanziaria (che risale ormai a un anno fa) aveva introdotto alcune piccole revisioni, agendo in particolare sulle auto a uso promiscuo (cioè i veicoli aziendali) e sui buoni pasto. Per quest’ultimi era stato deciso, infatti, un aumento del limite di esenzione fiscale del ticket elettronico da 7 a 8 euro e una contestuale riduzione della deducibilità del cartaceo (da 5,29 a 4 euro). Per quanto riguarda invece le auto aziendali era stata introdotta una tassazione correlata e proporzionale ai valori di emissione di anidride carbonica. Le nuove regole sono entrate in vigore dal primo luglio 2020 e sono applicabili solo ai veicoli di nuova immatricolazione.

Le altre agevolazioni del welfare aziendale

Infine, è utile riassumere le attuali agevolazioni fiscali per il welfare aziendale e il percorso che ha portato all’attuale cornice normativa. La Legge di Bilancio 2017, come quella del 2016, era intervenuta con misure specifiche lavorando su due punti in particolare. Innanzitutto, aveva allargato il perimetro del welfare aziendale che non concorre al calcolo dell’Irpef. Aveva incluso servizi come l’educazione, l’istruzione e ulteriori benefit, sempre erogati dal datore di lavoro, per poter fruire di servizi di assistenza destinati a familiari anziani o comunque non autosufficienti. In secondo luogo, aveva allargato, nei numeri, l’area della tassazione zero per i dipendenti che scelgono di convertire i premi di risultato del settore privato di ammontare variabile in benefit compresi nell’universo del welfare aziendale. In alternativa i benefit saranno soggetti a un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento.

Nel dettaglio, il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata è di 80.000 euro, mentre gli importi dei premi erogabili sono di 3.000 euro nella generalità dei casi e di 4.000 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Infine, la sanità integrativa può andare oltre il limite di deducibilità previsto dalle norme fiscali utilizzando il premio di produttività. Le Leggi di Bilancio 2019 e 2020, invece, hanno confermando di fatto le misure già introdotte negli anni precedenti sul welfare aziendale.

Al via il Piano Nazionale della Prevenzione al 2025

Lo scorso anno avevamo già introdotto il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, adottato in via definitiva nelle scorse settimane dalla Conferenza Stato-Regioni.

Fra i suoi principali obiettivi ci sono:

  • consolidare l’attenzione alla centralità della persona, tenendo conto che questa si esprime anche attraverso le azioni finalizzate a migliorare la cosiddetta “alfabetizzazione sanitaria.
  • Accrescere la capacità degli individui di interagire con il sistema sanitario attraverso relazioni basate sulla fiducia, la consapevolezza e l’agire responsabile.
  • Migliorare il mantenimento del benessere in ciascuna fase dell’esistenza.
  • Potenziare le azioni di promozione della salute e di prevenzione, e di genere, al fine di migliorare l’appropriatezza ed il sistematico orientamento all’equità degli interventi.

A tutti gli effetti il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, rappresenta lo strumento fondamentale di pianificazione centrale degli interventi di prevenzione e promozione della salute da realizzare sul territorio. Esso – sottolinea il Ministero della Salute – punta infatti

“a garantire sia la salute individuale e collettiva sia la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale attraverso azioni quanto più possibile basate su evidenze di efficacia, equità e sostenibilità che accompagnano il cittadino in tutte le fasi della vita, nei luoghi in cui vive e lavora”.

Perché un Piano Nazionale di Prevenzione

I lavori sul Piano Nazionale di Prevenzione proseguivano da oltre un anno mentre era stata effettuata una proroga al precedente Piano 2014-2018. Stiamo parlando – è bene ricordarlo – di uno strumento fondamentale di pianificazione del Ministero della Salute, messo in campo già dal 2005: un documento di respiro strategico che a livello nazionale stabilisce gli obiettivi e gli strumenti che vengono poi adottati a livello regionale. Del resto, l’assetto istituzionale del nostro Paese in tema di tutela della salute è semplice: stabiliti i principi fondamentali da parte dello Stato, le Regioni hanno competenza non solo in materia di organizzazione dei servizi, ma anche sulla legislazione per l’attuazione dei principi stessi, sulla programmazione, sulla regolamentazione e sulla realizzazione dei differenti obiettivi. Perché serve un Piano nazionale di prevenzione? Su questo punto il Ministero della Salute è chiaro: un investimento in interventi di prevenzione costituisce una scelta vincente, capace di contribuire a garantire, nel medio e lungo periodo, la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale, a maggior ragione considerate le sue caratteristiche di equità e universalità praticamente uniche al mondo.

Il ruolo cruciale della prevenzione è riconosciuto anche da Assidai, che la reputa fondamentale e ogni anno promuove campagne di prevenzione gratuite per gli iscritti al Fondo sanitario e campagne di informazione sui corretti stili di vita. Ad oggi le malattie croniche (ad esempio le cardiopatie, l’ictus, il cancro, il diabete e le malattie respiratorie croniche) sono i principali killer a livello mondiale. Non solo: ragionando anche in termini più prettamente economici, una buona prevenzione consente pure allo Stato di risparmiare le spese in termini di cure, ospedalizzazioni e assistenza nel lungo periodo che mettono a serio rischio la tenuta del sistema.

Il Piano al 2025: obiettivi e strategie

Ebbene, il nuovo Piano per la Prevenzione al 2025, anche alla luce della recente pandemia di Covid, sottolinea l’indispensabilità di una programmazione sanitaria basata su una rete coordinata e integrata tra le diverse strutture e attività presenti nel territorio, anche al fine di disporre di sistemi flessibili in grado di rispondere con tempestività ai bisogni della popolazione, sia in caso di un’emergenza infettiva, sia per garantire interventi di prevenzione (screening oncologici, vaccinazioni, individuazione dei soggetti a rischio, tutela dell’ambiente, ecc.) e affrontare le sfide della promozione della salute e della diagnosi precoce e presa in carico integrata della cronicità. Per raggiungere questo obiettivo si punta su alleanze e sinergie intersettoriali tra forze diverse e conferma l’impegno nella promozione della salute, chiamata a caratterizzare le politiche sanitarie non solo per l’obiettivo di prevenire una o un limitato numero di condizioni patologiche, ma anche per creare nella comunità e nei suoi membri un livello di competenza, resilienza e capacità di controllo che mantenga o migliori il capitale di salute e la qualità della vita.

Nel dettaglio, il piano si articola in sei Macro Obiettivi:

  1. malattie croniche non trasmissibili;
  2. dipendenze e problemi correlati;
  3. incidenti stradali e domestici;
  4. infortuni e incidenti sul lavoro, malattie professionali;
  5. ambiente, clima e salute;
  6. malattie infettive prioritarie.

Esso inoltre mira a contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che definisce un approccio combinato agli aspetti economici, sociali e ambientali che impattano sul benessere delle persone e sullo sviluppo delle società, affrontando dunque il contrasto alle disuguaglianze di salute quale priorità trasversale a tutti gli obiettivi. Proprio la riduzione delle principali disuguaglianze sociali e geografiche rappresenta una priorità trasversale a tutti gli obiettivi del Piano: il profilo di salute ed equità della comunità – si legge nel documento finale approntato dalla Conferenza Stato-Regioni – rappresenta il punto di partenza per la condivisione con la comunità e l’identificazione di obiettivi, priorità e azioni sui quali attivare le risorse della prevenzione e al tempo stesso misurare i cambiamenti del contesto e dello stato di salute.

I prossimi passi e le mosse delle Regioni

Quali saranno ora i prossimi passi? Ogni Regione è ora chiamata ad adottare il Piano e a predisporre e approvare un proprio Piano locale (Piano Regionale della Prevenzione), entro i termini previsti dall’intesa, declinando contenuti, obiettivi, linee di azione e indicatori del Piano nazionale all’interno dei contesti regionali e locali. A sua volta il livello centrale è tenuto a mettere in campo le linee di supporto centrale al Piano nazionale, parte integrate del Piano stesso, al fine di contribuire al raggiungimento degli obiettivi garantendo la coesione del sistema. Infine, come il precedente, il Piano adotta infine un sistema di valutazione, basato su indicatori e relativi standard, che consente di misurare, nel tempo, e in coerenza con il monitoraggio dell’applicazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), lo stato di attuazione dei programmi, anche al fine di migliorarli in itinere, nonché il raggiungimento dei risultati di salute e di equità attesi.

 

Welfare in azienda, nasce il manager della felicità

La felicità e il benessere aziendale migliorano l’efficienza e le prospettive di crescita delle imprese, nonché la produttività dei dipendenti. Questo concetto, che solo alcuni anni fa veniva visto da taluni con una certa diffidenza, rappresenta ormai un punto fermo per le politiche di molte aziende, in particolare sul fronte del welfare, con l’obiettivo di garantire ai propri lavoratori anche un perfetto equilibrio vita-lavoro (il cosiddetto work –life balance). Non solo, negli ultimi tempi, proprio a fronte di queste considerazioni, sempre più suffragate da evidenze empiriche, sta emergendo una figura professionale ad hoc, il Chief Happiness Officer: il manager della felicità rientra tra le figure aziendali che si occupano delle risorse umane e rappresenta al tempo stesso un’evoluzione dell’HR classico poiché si occupa proprio della soddisfazione e del benessere dei dipendenti, nonché di far percepire l’azienda stessa come una organizzazione innovativa e costruttiva.

Chief Happiness Officer: da Microsoft a KPMG

A livello mondiale non mancano gli studi e gli esempi (anche legati a società molto famose) che testimoniano come il benessere organizzativo sia un’opportunità di crescita per tutti. Di recente Microsoft ha sperimentato nella sede di Tokyo la settimana lavorativa di quattro giorni su 2.300 dipendenti. Il risultato? Un aumento di produttività di circa il 40%.

I Tax Manager di KPMG, una delle prime società di consulenza e revisione al mondo, sono stati invece sottoposti a varie esercitazioni che hanno dimostrato come avere dipendenti allenati a mantenere un alto livello di felicità, riescono a trasformare la felicità stessa in abitudine, a vantaggio di sé stessi e del business.

Ancora: secondo uno studio di Gallup Healthways, società di consulenza americana che supporta manager e società nelle loro decisioni, ha rivelato come i dipendenti infelici si assentano 15 giorni all’anno in più rispetto agli altri, mentre le catene di retail, in cui i lavoratori sono soddisfatti, registrano in media profitti superiori rispetto alle altre.

Insomma: quando i dipendenti riescono ad agire in un contesto incoraggiante e positivo possono svolgere incarichi complessi con efficienza, senza accumulare tensioni e stress e ottenendo, al contempo, retribuzioni e soddisfazioni professionali superiori. Tutto ciò, ovviamente, si traduce in maggiori possibilità di crescita per l’azienda.

Cosa fa il manager della felicità

Da queste considerazioni nasce così il Chief Happiness Officer, una figura professionale che integra le competenze dell’HR con una visione più legata al business per amalgamare alla perfezione iniziative di welfare, politiche di sviluppo delle persone, stili di leadership e cultura dell’organizzazione creando un mix vincente per l’azienda. Detto in altre parole, il suo obiettivo è rendere il posto di lavoro un luogo felice, dove le persone si sentono valorizzate e motivate e le interazioni tra colleghi hanno conseguenze positive (e non negative). Così facendo, un’azienda riesce anche a trattenere i propri talenti, rendendoli più coinvolti nella mission di impresa.

Quali sono le regole a cui si deve attenere un manager della felicità per svolgere al meglio il proprio compito? Difficile dirlo. Secondo Hppy (HR & Employee Engagement News and Resources), una community statunitense delle Risorse Umane, ci sono in ogni caso otto linee guida da seguire: dare importanza ad ogni persona, trattandola con rispetto; garantire basi economiche adeguate per ciascun dipendente; consentire a ciascun lavorare di esprimere la propria voce e ascoltarlo con attenzione; assicurarsi che i valori aziendali siano conosciuti e apprezzati; consentire ai propri dipendenti di lavorare in modo libero e flessibile (smart working); sostenere la crescita delle persone; stimolare il lavoro di squadra e, infine, creare un ambiente di lavoro piacevole.

Assidai e il welfare

Anche Assidai è perfettamente consapevole che le politiche di total reward rivestono una grande importanza per una concreta attuazione del welfare all’interno delle aziende, perché i manager si aspettano che l’azienda stessa comprenda e favorisca sempre più l’equilibro tra vita lavorativa e vita privata. Allo stesso tempo, inoltre, le imprese considerano i benefit una leva di gestione e di crescita dell’individuo all’interno dei modelli di sviluppo aziendale.

In questo senso Assidai e i suoi pacchetti sanitari rappresentano un benefit esclusivo e di valore: un importante strumento a disposizione di datori di lavoro, dei responsabili delle risorse umane e degli altri decision maker aziendali per ricompensare, attrarre e trattenere talenti e collaboratori.

Il benessere individuale è la premessa per un buon clima aziendale e per il successo della propria azienda: per questo Assidai è a totale disposizione delle aziende per fidelizzare e motivare i dirigenti, i quadri, i dipendenti e i consulenti, favorendo la prevenzione e il mantenimento di un buono stato di salute per gli iscritti.

Ministero del Lavoro: il welfare aziendale cresce ancora

Oltre 56mila dichiarazioni di conformità, per l’esattezza 56.131, di cui 11.998 si riferiscono a contratti tuttora attivi: di questi 9.144 riguardano contratti aziendali e 2.854 contratti territoriali. Oppure, per vederla utilizzando un altro “filtro”: degli 11.998 contratti attivi 9.433 si propongono di raggiungere obiettivi di produttività, 7.074 di redditività, 5.524 di qualità mentre 1.436 prevedono un piano di partecipazione e 6.918 contemplano misure di welfare aziendale. L’ultimo report, datato metà luglio, diffuso dal Ministero del Lavoro, conferma la forte accelerazione del welfare aziendale, iniziata nel 2016 quando il Governo, attraverso la Legge di Bilancio, inaugurò una serie di agevolazioni fiscali potenziate o quantomeno confermate negli anni successivi (2019 e 2020).

Un trend di crescita che, a dirlo sono i numeri, non si è arrestato neppure durante gli ultimi, complessi mesi in cui l’attività economica in Italia è frenata molto, in particolare nel secondo trimestre, a causa delle restrizioni legate al Coronavirus. Lo scorso 14 gennaio, infatti, i contratti attivi erano 10.272 e a luglio, dunque, si registrata un incremento di quasi il 17%: di questi oggi quasi 7mila sono riferiti a misure di welfare aziendale contro i 5843 di gennaio.

Va ricordato che vige il regime di tassazione zero per i dipendenti che scelgono di convertire i premi di risultato del settore privato di ammontare variabile in benefit compresi nell’universo del welfare aziendale stesso (il perimetro di quest’ultimo che è stato via via esteso con ulteriori interventi legislativi allargandolo per esempio all’educazione, all’istruzione e alla copertura per la non autosufficienza – Long Term Care). In alternativa, come già previsto, i benefit saranno soggetti a un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento.

La crescita del welfare aziendale

Il report periodico del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali aggiorna ogni mese sul deposito telematico dei contratti aziendali e territoriali che prevedono la detassazione dei premi o, in alternativa, l’erogazione di servizi di welfare aziendale. Per questo è un punto di osservazione privilegiato, che permette di tastare il polso alla dinamica di questo segmento, cui le imprese ricorrono sempre più per remunerare i propri dipendenti. Ormai, a dirlo sono tutte le principali indagini in materia, il welfare aziendale – inteso come quell’insieme di benefit e servizi forniti da un’azienda ai propri dipendenti (e talvolta anche ai loro familiari) come forma integrativa della normale retribuzione monetaria – è diffuso in oltre il 50% delle aziende: una realtà sempre più solida, dunque, che affonda le proprie radici nel Decreto Interministeriale del 25 marzo 2016. Quest’ultimo disciplina infatti l’erogazione dei premi di risultato, la partecipazione agli utili di impresa con tassazione agevolata e prevede misure di welfare aziendale. Sempre questo Decreto prevede che il deposito dei contratti aziendali e territoriali di secondo livello deve avvenire esclusivamente in modalità telematica, senza recarsi cioè presso gli Uffici Territoriali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in modo che le prassi delle singole imprese vengano monitorate e controllate con la dovuta attenzione.

Il report del Ministero: numeri e dettagli

Per andare più nello specifico, che cosa rivela il report del Ministero sulla diffusione del welfare aziendale? Svolgendo un’analisi per settore di attività economica si scopre come il 58% delle dichiarazioni si riferisca ai servizi, il 41% all’industria e solo l’1% all’agricoltura. Se invece ci si sofferma sulla dimensione aziendale emerge che il 52% delle aziende ha un numero di dipendenti inferiore a 50, il 33% ha un numero di dipendenti maggiore uguale di 100 e il 15% ha un numero di dipendenti compreso fra 50 e 99. Altro elemento chiave: la distribuzione geografica, che per le 11.998 dichiarazioni di conformità che si riferiscono a contratti tuttora attivi, evidenzia come, per sede legale delle imprese, il Nord si aggiudica il 78% del totale, il Centro il 15% e il Sud il 7%. In questa fattispecie il numero di lavoratori beneficiari indicato è pari a 2.777.677, di cui 2.404.707 riferiti a contratti aziendali e 372.970 a contratti territoriali. Il valore annuo medio del premio risulta pari a 1.303,06 euro, di cui 1.547,00 euro riferiti a contratti aziendali e 532,66 euro a contratti territoriali.

I benefici del welfare aziendale e l’offerta di Assidai

Qual è invece l’impatto del welfare aziendale sulle “performance” lavorative? Diversi studi confermano come all’interno delle aziende un corretto bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata rappresenta un fattore positivo. Esso infatti aumenta il benessere organizzativo generale all’interno dell’impresa, le motivazioni dei singoli e, di conseguenza, migliora la produttività. Inoltre, dai dati emersi da numerose indagini di mercato sul tema del welfare aziendale, si scopre come l’assistenza sanitaria integrativa sia uno dei benefit maggiormente richiesti all’interno delle aziende.

In tale contesto, Assidai, Fondo di assistenza sanitaria integrativa, eroga i propri servizi in favore di manager, quadri e professionisti e delle loro famiglie mettendo loro a disposizione i migliori Piani Sanitari per le persone e utilizzando tecnologie avanzate per consentire l’accesso alla propria area riservata in assoluta sicurezza. Inoltre, il servizio di Customer Care Assidai è a completa disposizione degli iscritti dal lunedì al venerdì, dalle ore 8.00 alle ore 18.00, e risponde alle domande e richieste di supporto.

I Piani Sanitari Assidai riservati alle aziende sono diversi e i vantaggi sia per le aziende stesse che per i lavoratori sono numerosi. Inoltre, i decision maker delle aziende industriali possono valutare direttamente con Assidai la costruzione di Piani Sanitari ad hoc, personalizzabili proprio sulla base delle esigenze presentate al Fondo di assistenza sanitaria dalle aziende e dai lavoratori.

Passi d’Argento: un’indagine su salute e assistenza agli anziani

PASSI d’Argento (PDA) è un’indagine periodica nazionale coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sulla qualità della vita, sulla salute e sulla percezione dei servizi nella terza età, ripetibile nel tempo (survey) che mira ad ottenere informazioni sui bisogni della popolazione over 65 anni e sulla qualità del sistema integrato di servizi socio-sanitari e socio-assistenziali.

Tale sorveglianza si inserisce nella pianificazione della salute prevista a livello nazionale dal Piano Sanitario Nazionale e dal Piano Nazionale della Prevenzione e, a livello regionale, dal Piano Regionale della Prevenzione.

PASSI d’Argento viene effettuato concretamente mediante interviste telefoniche o domiciliari ai cittadini di 65 anni e oltre, estratti in modo casuale dall’anagrafe sanitaria, utilizzando un questionario standardizzato messo a punto dal CNESPS (Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute) dell’Istituto Superiore di Sanità. La durata dell’intervista è di circa 20 minuti. L’indagine condotta sul territorio dai Dipartimenti di Prevenzione delle Aziende sanitarie locali ha l’obiettivo di analizzare i dati delle patologie croniche riscontrate nella popolazione residente in Italia.

Il tema, del resto, è cruciale: da una parte proprio le patologie croniche sono le principali cause di morte a livello globale; dall’altra parte, in Italia così come nei principali Paesi occidentali, è in atto un trend di graduale invecchiamento della popolazione che potrebbe presto mettere a rischio gli equilibri del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN), noto in tutto il mondo per le caratteristiche di equità e universalità. Allo stesso tempo c’è un altro aspetto da sottolineare con forza e che è alla base di questa indagine: le persone over 65 anni vanno considerate una risorsa preziosa per la nostra società e possono contribuire in modo importante alla crescita del sistema paese: dunque identificare le loro potenzialità, le loro debolezze e le loro abitudini può essere di straordinario aiuto per tutto il Paese. In sostanza, con PASSI d’Argento si “misura” anche il contributo che gli anziani offrono alla società, attraverso il lavoro retribuito o fornendo sostegno all’interno del proprio contesto familiare e della comunità con attività di volontariato, ambiti nei quali sono centrali non solo la salute fisica, l’autosufficienza, ma anche il benessere psicologico e sociale della persona.

La struttura dell’indagine e il campione

Ma quali temi vengono indagati da PASSI d’Argento e in che modo? Gli ambiti d’analisi sono molteplici e consentono di disegnare il profilo della popolazione ultra65enne imperniato su tre pilastri del cosiddetto invecchiamento attivo, individuati dalla strategia “Active Ageing” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms): salute, partecipazione e sicurezza. Vediamoli nel dettaglio:

  • Su salute e prevenzione vengono raccolte le informazioni più varie: la salute percepita, la soddisfazione per la propria vita, la qualità della vita connessa alla salute, i sintomi di depressione, la presenza di patologie croniche e l’autonomia nelle attività funzionali e strumentali della vita quotidiana, la presenza di problemi sensoriali (di vista, udito, masticazione), l’uso dei farmaci, la vaccinazione antinfluenzale e fattori di rischio comportamentali (fumo, alcol, consumo di frutta/verdura, eccesso ponderale o perdita di peso involontaria, ridotta attività fisica).
  • Nell’ambito della partecipazione, invece, vengono raccolte informazioni sullo svolgimento di attività lavorative retribuite, sul supporto fornito alla famiglia o alla collettività e sulla partecipazione a eventi sociali o a corsi di formazione.
  • Infine, sulla tutela vengono indagati aspetti inerenti all’accessibilità dei servizi socio-sanitari, alla qualità dell’ambiente di vita, alla sicurezza domestica e alla sicurezza del quartiere.

Altro tema cruciale è il campione intervistato: le analisi si basano su un campione nazionale di circa 130 mila adulti raccolto nel quadriennio 2015-2018 (PASSI) e su un campione di circa 40 mila anziani raccolto nel triennio 2016-2018 (PASSI d’Argento), a cui hanno partecipato tutte le Regioni, eccetto Lombardia e Valle d’Aosta. Sperimentato per la prima volta nel 2009 e realizzato nel 2012 come indagine trasversale, PASSI d’Argento è stato infatti avviato come indagine in continuo dal 2016, tanto da essere ormai diventato un punto di riferimento per il Paese.

I risultati di PASSI d’Argento: cronicità e policronicità

Quali sono i principali risultati dell’indagine? Un angolo di analisi interessante è quello delle cronicità e delle policronicità, con quest’ultima intesa come presenza di due o più patologie croniche fra quelle indagate in PASSI e PASSI d’Argento, cioè fra cardiopatie, ictus o ischemia cerebrale, tumori, malattie respiratorie croniche, diabete, malattie croniche del fegato e insufficienza renale.

Ebbene questi dati raggiungono livelli importanti con l’avanzare dell’età: già dopo i 65 anni e prima dei 75 anni più della metà delle persone convive con una o più patologie croniche fra quelle indagate e questa quota aumenta con l’età fino a interessare complessivamente i tre quarti degli ultra 85enni, di cui la metà è affetto da due o più patologie croniche.

Quali sono le malattie croniche più diffuse? Anche qui la prevalenza dipende fortemente dall’età: se prima dei 55 anni la più frequente riguarda l’apparato respiratorio e coinvolge mediamente il 6% degli adulti, con l’avanzare degli anni aumenta significativamente anche la frequenza di cardiopatie e di diabete, che raggiungono prevalenze intorno al 30% e al 20% verso gli 80 anni. Attorno a quest’età raggiungono il picco anche i tumori (15% circa). I casi con eventi pregressi di ictus e ischemie cerebrali, così come i casi con insufficienza renale, numericamente più contenuti, iniziano ad aumentare dopo i 70 anni, mentre la prevalenza di malattie croniche del fegato non supera mai il 5%. Attenzione poi alla pressione alta, meglio detta ipertensione arteriosa: è poco frequente prima dei 40 anni e interessa meno del 10% di questa popolazione ma dopo questa età aumenta rapidamente e arriva a coinvolgere circa il 65% degli intervistati intorno agli 80 anni di età.

In generale, il quadro che emerge da questi dati mostra un Paese longevo ma con una quota rilevante di anziani con patologie croniche e policronicità che accresce la loro vulnerabilità a eventi avversi alla salute e che diminuisce la qualità della loro vita. Su una popolazione residente in Italia di quasi 51 milioni di persone con più di 18 anni di età, si può stimare infatti che oltre 14 milioni di persone convivano con una patologia cronica, e di questi 8,4 milioni siano ultra 65enni.

I fattori di rischio e la prevenzione primaria

Infine, un breve cenno ai fattori di rischio, che determinano un incremento dell’incidenza delle malattie croniche in età adulta ma soprattutto dopo i 65 anni. Tra questi spiccano la mancanza di attività fisica (regolare e ove possibile quotidiana), sovrappeso e obesità, eccessivo consumo di alcol, abitudine al fumo e fumo passivo. Tutte “cattive abitudini” che Assidai ha spesso evidenziato nei propri approfondimenti e nelle comunicazioni agli iscritti, in cui ha altresì sottolineato l’importanza della prevenzione primaria – anche con specifiche campagne di screening totalmente gratuite per i propri iscritti – per evitare l’insorgenza e l’incidenza delle malattie croniche.

Un nuovo algoritmo contro il cancro al seno

Un nuovo algoritmo che consente di prevedere il rischio individuale di metastasi per le donne con tumore al seno e, di conseguenza, permetterà di evitare il sovra-trattamento o il sotto-trattamento nelle terapie dopo il trattamento chirurgico. La scoperta, potenzialmente una vera e propria svolta per combattere il carcinoma più diffuso del genere femminile, è stata annunciata nelle scorse settimane e ottenuta nell’ambito del Programma di Novel Diagnostics dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano con il sostegno della Fondazione AIRC. Che cosa permette questa rilevante novità? Di fatto potrebbe portare a indicare una vera e propria cura su misura per le donne con tumore al seno: il modello creato dell’IEO, secondo i ricercatori, potrebbe diventare una guida per gli oncologi al fine di orientare le scelte terapeutiche paziente per paziente. Esso si basa sulla combinazione del predittore genomico, ovvero un gruppo di geni che forma una “firma molecolare”, con due parametri clinici: lo stato dei linfonodi e la dimensione del tumore.

I numeri della ricerca dello IEO

I risultati dei primi test sono stati decisamente confortanti, per non dire eccellenti: testato su oltre 1.800 pazienti selezionate dallo IEO, il modello matematico ha dimostrato che la sua capacità di stimare il rischio di recidiva entro 10 anni dalla diagnosi è superiore rispetto ai parametri clinico-patologici comunemente utilizzati. Il biomarcatore StemPrintER – introdotto appunto grazie alla scoperta dello IEO – può considerarsi ad oggi il primo e unico strumento capace di indicare numero e aggressività delle cellule staminali del cancro, che hanno un ruolo cruciale nell’avvio del tumore, nella sua diffusione con metastasi nell’organismo, e sono anche alla base della resistenza alla chemioterapia di ogni tumore del seno. In sostanza, le evidenze dicono che si tratta di un modello duttile e affidabile – sempre secondo i ricercatori – che si applica sia alle pazienti con linfonodi negativi, sia a quelle con pochi linfonodi positivi. Proprio queste ultime sono ovviamente il gruppo con il maggior bisogno di una predizione accurata del rischio di recidiva per evitare il sovra-trattamento con chemioterapie aggressive non indispensabili, senza per questo trascurare il rischio di sviluppare una recidiva a distanza di anni.

I numeri del cancro al seno

Il cancro al seno, come detto, è il tumore più frequente nel genere femminile: colpisce una donna su otto nella propria vita. I numeri più recenti dicono che la sopravvivenza a cinque anni è aumentata: dall’81% all’87% negli ultimi 20 anni con il 2019 come ultimo periodo di riferimento. Tuttavia, questa patologia resta la prima causa di mortalità per tumore nelle donne, è responsabile infatti del 17% di tutti i decessi per causa oncologica del sesso femminile.

Un dato purtroppo ancora rilevante che ci dice come, oltre alla ricerca, un’arma fondamentale per sconfiggere il cancro al seno sia la prevenzione, agendo sia a livello primario (cioè sugli stili di vita, a partire da una corretta alimentazione, eliminando il consumo di alcol o tabacco e praticando sport) sia secondario, cioè svolgendo con regolarità periodici screening che, nel peggiore dei casi, ci consentiranno di scoprire eventuali lesioni con il congruo anticipo.

Il tema della prevenzione, non solo per quanto riguarda il cancro al seno, è sempre stato sostenuto con forza da Assidai. Anche alla luce di statistiche eloquenti: secondo l’AIRC, un ente privato senza fini di lucro nato nel 1965 grazie all’iniziativa di alcuni ricercatori dell’Istituto dei tumori di Milano, fra cui il Professor Umberto Veronesi, se il tumore al seno viene scoperto allo stadio 0 (cioè iniziale), la sopravvivenza a cinque anni nelle donne trattate è del 98%, anche se le ricadute variano tra il 9 e il 30% dei casi, a seconda della terapia effettuata. Se invece i linfonodi sono positivi (ovvero tutti gli stadi tranne lo 0), cioè contengono cellule tumorali, la sopravvivenza a cinque anni è del 75%.

La prevenzione del tumore al seno: gli screening consigliati

La prevenzione secondaria, cioè basata su periodici screening, deve iniziare dai 20 anni. Con un punto fermo: l’autopalpazione, ovvero un esame che ogni donna dovrebbe svolgere autonomamente una volta al mese per individuare anomalie del seno. Tra i possibili campanelli di allarme, la presenza di noduli, secrezioni nei capezzoli o l’ingrossamento dei linfonodi sotto l’ascella. Tutti segnali ovviamente da valutare con una visita senologica, cioè con l’esame clinico completo del seno da parte di un medico specializzato, visita che dopo i 40 anni è consigliabile effettuare ogni anno.

Poi ci sono gli esami diagnostici veri e propri. Ovvero l’ecografia, che permette di studiare a fondo la ghiandola mammaria ed è indicata nelle donne di età compresa tra i 45 e i 50 anni perché molto affidabile nell’individuare lesioni in caso di seno con una ricca componente ghiandolare, ma è meglio associarla ad ogni età alla mammografia. Quest’ultima è invece una radiografia eseguita con il seno compresso tra due lastre per individuare la presenza di formazioni potenzialmente tumorali. In questo caso, il programma di screening, secondo le indicazioni del Ministero della Salute, prevede che venga effettuata ogni due anni dalle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni.

L’impatto sulla salute dei prodotti per la cura della persona

Un mercato, quello dei prodotti per il benessere, l’igiene e la cura della persona, che in Italia vale milioni di euro: il loro utilizzo è finalizzato al miglioramento dell’aspetto e alla protezione delle superfici esterne del corpo umano e pertanto non è percepito dai più come possibile fonte di rischio per la salute. Tuttavia, poiché i prodotti cosmetici per la cura della persona vengono a diretto contatto con la pelle e le mucose e poiché gli ingredienti sono moltissimi e comprendono anche sostanze chimiche, il loro uso costituisce una via di esposizione a sostanze che potrebbero anche essere sensibilizzanti, irritanti, nocive o tossiche.

La produzione e l’uso dei cosmetici sono regolamentati in Europa dal Regolamento (CE) 1223/2009 – entrato in vigore in tutti gli Stati membri nel 2013 – che contempla potenziali rischi che possono essere legati a diversi fattori quali, ad esempio, la presenza di ingredienti pericolosi per la salute, di allergizzanti e di contaminanti, la non corretta conservazione e/o l’uso improprio. Possibili danni associati all’uso dei prodotti cosmetici possono, inoltre, dipendere da fattori individuali legati a peculiarità fisiologiche e genetiche della persona o da patologie in presenza delle quali ne è controindicato l’uso.

Insomma, quando si parla di tali prodotti non si può non parlare di salute e dunque il tema diventa centrale per Assidai. Il nostro Fondo da 30 anni si prende cura di salute e benessere dei manager e delle loro famiglie, garantendo un’assistenza sanitaria completa per rispondere a tutte le possibili esigenze e, in questa sede, vuole offrire loro un ampio contenuto informativo – analizzando un recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e molte altre Fonti inerenti a tale argomento – per comprendere quali rischi posso derivare dall’uso di determinati prodotti per l’igiene e la cura, soprattutto per le persone più sensibili come i neonati, i bambini e gli anziani.

Nel dettaglio, l’ISS si propone di fare il punto della situazione “prodotti cosmetici” a partire dal quadro normativo, esplorando aspetti diversi, dall’economico al culturale e al medico-biologico, con attenzione alle nuove frontiere della moderna cosmesi incluso l’uso di nanomateriali che presumibilmente aumenterà con l’ulteriore sviluppo della tecnologia. L’obiettivo? La messa a fuoco di determinate criticità e la diffusione di una corretta informazione scientifica destinata non solo agli addetti ai lavori ma anche al consumatore.

I numeri del mercato cosmetico in Italia e nel mondo

Secondo il Ministero della Salute i prodotti per l’igiene e la cura della persona rappresentano una categoria di largo consumo e di ampia diffusione; si tratta di prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana e il cui impiego è legato a comportamenti abituali di cui non possiamo immaginare di fare a meno. Per “prodotto cosmetico” secondo il Regolamento CE si intende

“qualsiasi sostanza o miscela destinata ad essere applicata sulle superfici esterne del corpo umano (epidermide, sistema pilifero e capelli, unghie, labbra, organi genitali esterni) oppure sui denti e sulle mucose della bocca allo scopo di pulirli, profumarli, modificarne l’aspetto, proteggerli, mantenerli in buono stato o correggere gli odori corporei”.

Qualche numero? L’industria cosmetica internazionale ha un valore di oltre 260 miliardi di euro, con un trend positivo costante nonostante la crisi economica dell’ultimo decennio, confermando le caratteristiche anticicliche dei beni di lusso, sottolinea il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità.  Secondo l’associazione europea “Cosmetics Europe” i principali acquirenti di prodotti cosmetici sono in Oriente: la Cina e la Russia sono i primi importatori, seguiti da Giappone e Corea del Sud. L’Europa è il maggiore produttore, con un valore di mercato stimato superiore a 77 miliardi. Nel Vecchio Continente l’industria cosmetica impiega oltre 190.000 lavoratori e indirettamente ne coinvolge oltre 2 milioni, impiegati nei settori correlati; l’Italia occupa una posizione di leadership nel settore a fronte di un fatturato stimato in 14 miliardi di euro e di circa 35mila lavoratori nel settore, che diventano 200mila se si considera l’indotto.

Qual è il target di questi prodotti? Principalmente i bambini e le donne, che usano la stragrande maggioranza (70%) dei prodotti, in particolare quelli per il make-up, anche se, negli ultimi dieci anni, il mercato dei cosmetici no gender e quello dedicato specificamente agli uomini ha visto una crescita costante, soprattutto tra gli uomini con un’età compresa tra i 20 e i 40 anni.

Contraffazione dei prodotti cosmetici

Un tema sicuramente “caldo”, che ha forte implicazioni sulla salute, è quello del mercato illegale dei cosmetici che è cresciuto costantemente, con un incremento dei prodotti contraffatti fortissimo negli ultimi anni, addirittura del 264% da un anno all’altro.

I cosmetici contraffatti, in quanto prodotti illegalmente, si caratterizzano per la mancanza di conformità alla normativa e per la possibile presenza di ingredienti vietati, o in concentrazione maggiore a quella ammessa. Si possono trovare anche contaminazione da batteri o funghi a causa dei processi produttivi in ambienti non idonei dal punto di vista igienico sanitario. Non solo: i metalli pesanti come il nichel, il piombo e in particolare il cromo, tutti vietati dalla legislazione europea, si trovano più frequentemente in rossetti contraffatti, eyeliner e altri prodotti per il trucco importati illegalmente da Paesi non UE (il maquillage in particolare dalla Cina, i profumi soprattutto dalla Turchia e Hong Kong). Recentemente è anche cresciuta la quota di cosmetici prodotti nel nostro Paese in laboratori clandestini. I contaminanti possono essere presenti in concentrazioni sufficientemente elevate da causare dermatiti e gravi allergie o danni ancora più gravi.

I cosmetici “green” e il tema certificazione

Altro punto che merita un’analisi è il mercato dei cosmetici “green” che si va velocemente espandendo in Italia e nel mondo ed è sempre più richiesto dai consumatori tanto che l’Associazione Cosmetica Italia nel marzo 2018 stima il mercato della cosmesi verde nel 2017 pari a 1,1 miliardi di euro in Italia e 45,8 miliardi di euro nel mondo. Il mercato del naturale è molto ben consolidato e in costante crescita perché moltissimi consumatori mostrano interesse per ingredienti e prodotti non chimici percepiti come più sicuri anche se tale certezza non è scontata, avverte l’Istituto Superiore di Sanità. Di fatto, solo il 10% dei prodotti è certificato biologico e, anche se i marchi e i simboli “bio” appaiono in modo sempre più numeroso su molte confezioni, la consapevolezza di consumatori e rivenditori, farmacisti inclusi, non è così scontata e sarebbe necessario fare più chiarezza.

Infatti – si spiega – mentre in agricoltura e nell’industria alimentare i prodotti sono regolati da norme dedicate, nel campo dei prodotti cosmetici non ci sono standard univoci né regole specifiche per la certificazione. Ad oggi, in mancanza di un Regolamento dedicato, l’indicazione è attenersi alle leggi in vigore CE che valgono per tutti i cosmetici fabbricati e venduti in Italia e in Europa sia che si produca un prodotto “green” che di sintesi, e riferirsi alla norma ISO 16128 per definire gli ingredienti naturali.

L’importanza dell’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients)

Il Regolamento europeo ha previsto una serie di disposizioni specifiche sulla sicurezza perché, per esempio, i cosmetici possono essere immessi sul mercato solo se il contenitore a diretto contatto con il prodotto e l’imballaggio secondario riportano, oltre a tutti i claim pubblicitari e alle specifiche d’uso, alcune indicazioni obbligatorie relativamente agli ingredienti del prodotto stesso. Come? In ordine decrescente di peso al momento dell’incorporazione. Ma allora approfondiamo l’analisi dell’INCI per scoprire cosa si nasconde, realmente, dietro agli ingredienti che compongono un prodotto dedicato all’igiene e alla cura della persona.

Inizialmente, l’analisi dell’INCI potrebbe sembrare complesso per coloro che non hanno confidenza con la chimica, ma in realtà diventa più semplice se raggruppiamo gli ingredienti più comuni e se ne studiano le caratteristiche.

  • Formaldeide: è una sostanza di derivazione petrolifera che è stata dichiarata cancerogena ed è nella lista mondiale delle sostanze più pericolose e tossiche per gli esseri umani. Resta consentito l’utilizzo dei cessori della formaldeide che, però, sono comunque sostanze cancerogene come per esempio: Sodio idrossimetil glicinato, 2-Bromo-2-Nitropoane-1,3-Diol, Diazolidinyl urea, Imidazolidinyl urea, DMDM Hydantoin, Quaternium-15, Benzylhemiformal, Methenamine.
  • Petrolati: sono sottoprodotti del processo di raffinazione del petrolio che, oltre a non fare bene alla pelle, sono inquinanti. Le denominazioni sotto cui si trovano sono: petrolatum, paraffinum, liquidum, paraffina, ceresin, olii minerali, cera microcristallina, ozokerite e vaselina.
  • PEG (Poli-Etilen-Glicoli): sono composti che derivano dalla polimerizzazione dell’ossido di etilene e dalla lavorazione del petrolio. Esistono numerosi “PEG” all’interno degli ingredienti utilizzati e il numero accanto al termine PEG indica la lunghezza delle molecole a cui corrispondono differenti caratteristiche fisiche, mentre le proprietà chimiche sono le medesime. Vengono utilizzati nei cosmetici principalmente per ottenere emulsioni viscose ed emollienti. L’effetto, però, è solo temporaneo in quanto non avviene una vera idratazione ma viene coperto lo stato reale dell’epidermide. Inoltre, sono cancerogeni e inibiscono l’assorbimento da parte del derma delle sostanze nutritive.
  • Parabeni: sono sostanze chimiche utilizzate come conservanti negli alimenti, nei cosmetici e nei farmaci. Il loro compito è quello di proteggere i prodotti dalla formazione di batteri, funghi ecc. Accanto a questi vantaggi ci sono però anche molte controindicazioni. Una di esse è la capacità di queste sostanze di penetrare all’interno degli strati della pelle, rimanendo nei tessuti per diverso tempo. Queste sostanze sono classificate come “potenziali interferenti endocrini“, ovvero sostanze che possono interferire con la normale attività delle ghiandole che producono alcuni ormoni, soprattutto degli estrogeni e sono fortemente sospettati di avere dei legami con i tumori. Sono facilmente producibili e non molto costosi e ciò ha comportato un loro impiego in grandi quantità. Sono vietati: Isopropilparabene, Isobutilparabene, Fenilarabene, Benzilparabene e Pentilparabene ma, putroppo, è ancora consentito l’utilizzo di Propilparabene (E216), Butilparabene, Metilparabene (E218 ed E219), Etilparabene (E214), Calcium parabene, Sodium parabene e Potassium parabene.
  • Siliconi: sono composti chimici che non si trovano in natura. Utili per le loro proprietà idrorepellenti, antistatiche, anti-invecchiamento, resistenti alle alte temperature e al tempo. Il loro compito è quello di rendere le texture dei vari prodotti morbide e setose. Con il tempo, però, l’effetto risulta solo apparente: creano, infatti, una patina artificiale sulla pelle impedendo la traspirazione e l’assorbimento di ulteriori sostanze nutrienti e idratanti della zona interessata (es. Dimethicone, Amodimethicone, Cyclomethicone, Ciclopentasiloxane Polydimethicone, Quaternium-80, Simethicone).
  • Sles e Sls: sono tensioattivi chimici aggressivi che, con l’uso prolungato, danneggiano il film idrolipidico cutaneo causando secchezza e disidratazione, allergie e arrossamenti.
  • Alluminio: sostanza utilizzata nei deodoranti con proprietà antitraspiranti e antibatteriche. Potrebbe avere un legame con malattie come il morbo di Alzheimer e il cancro al seno.

La cosmetovigilanza per la tutela dei consumatori

Un ulteriore elemento da approfondire è quello della cosiddetta cosmetovigilanza.  Premesso che i prodotti in commercio sono sottoposti a controlli o sorveglianza su territorio nazionale, anche con campionamenti, per verificare e contrastare la vendita e la distribuzione di prodotti cosmetici irregolari, cioè non conformi al Regolamento (CE) 1223/2009, il consumatore, in caso di effetti avversi sulla salute, può fare una segnalazione, direttamente o attraverso il medico, al Ministero della Salute nell’ambito delle attività, appunto, di cosmetovigilanza. Queste sono definite nell’art. 23 del Regolamento (CE) 1223/2009 e includono raccolta, monitoraggio e verifica di eventuali segnalazioni di reazioni avverse, i cosiddetti effetti indesiderabili gravi e non dovuti all’impiego di prodotti cosmetici.

Al fine di facilitare la sorveglianza post-marketing e di garantire la tutela della salute dei cittadini il Ministero della Salute ha attivato una piattaforma informatica centralizzata per la raccolta e la gestione delle segnalazioni di effetti indesiderabili gravi e non gravi, per favorire l’acquisizione di nuove informazioni sulla qualità e sicurezza dei cosmetici disponibili.

Infine, un ulteriore strumento a tutela della salute dei consumatori è rappresentato dal sistema europeo di allerta rapida RAPEX (European Rapid Alert System for non-food consumer products). Grazie a questo sistema le autorità nazionali notificano alla Commissione Europea i prodotti che, ad eccezione degli alimenti, dei farmaci e dei presidi medici, rappresentano un grave rischio per la salute e la sicurezza dei consumatori. Fin dall’entrata in vigore della Direttiva 2001/95/CE sulla sicurezza generale dei prodotti, la Commissione europea pubblica così con cadenza settimanale un elenco delle notifiche RAPEX accessibile al consumatore. Le allerte riguardano prevalentemente la presenza di sostanze irritanti e sensibilizzanti, e, meno frequentemente, la presenza di sostanze vietate e pericolose. Il consumatore può comunicare e segnalare l’effetto indesiderabile sia all’azienda distributore del prodotto che all’Autorità per il tramite del medico e anche del Centro Anti Veleni.

Per concludere, qualche informazione pratica. Sul sito del Ministero della Salute, nella sezione cosmetici, si possono trovare tutte le informazioni relative a questi prodotti. Nello specifico, i dettagli sulla cosmetovigilanza e sugli effetti indesiderabili sono presenti nella sezione vigilanza, dove vengono descritte le modalità di segnalazione, compilando un’apposita scheda, al Ministero della Salute sia per le aziende che per i professionisti sanitari e per gli utilizzatori finali (consumatori, estetiste, parrucchieri etc…).

Perché segnalare è importante? Su questo punto il Ministero è chiaro: l’analisi delle segnalazioni degli effetti indesiderabili potenzialmente attribuibili all’uso dei cosmetici permette, ad esempio, di modificare le istruzioni e le avvertenze d’uso riportate in etichetta o di rimodulare la composizione di un prodotto cosmetico. Insomma, il sistema di segnalazione costituisce un importante strumento per la tutela della salute del consumatore.

Il vademecum per scegliere e utilizzare un prodotto cosmetico

Infine, un breve vademecum per un uso corretto e consapevole dei prodotti per l’igiene e la cura della persona:

  • Controllare attentamente l’etichetta: è importante leggere sempre l’INCI per scegliere i prodotti senza sostanze chimiche nocive e seguire con estrema attenzione le modalità d’uso, la zona e i tempi di applicazione. Se si avverte prurito, bruciore o altri sintomi dopo l’utilizzo di un cosmetico sospenderne sempre l’uso e se i sintomi persistono, consultare un medico, un farmacista e/o eventualmente uno specialista.
  • Per evitare la contaminazione dei cosmetici: lavare le mani prima di applicare il trucco e non condividerlo con altre persone e non aggiungere acqua o saliva per diluirlo.
  • Non usare cosmetici scaduti: attenzione alla data di durata minima (indicata sulla confezione con la dicitura “Usare preferibilmente entro…” seguita da mese e anno o giorno, mese e anno), che è quella fino alla quale il prodotto cosmetico, stoccato in condizioni adeguate, mantiene le sue caratteristiche iniziali. La sua indicazione non è obbligatoria per i prodotti cosmetici che abbiano una durata minima superiore ai 30 mesi.
  • Non usare mai un prodotto cosmetico che abbia cambiato odore, colore o consistenza.
  • Non acquistare prodotti cosmetici attraverso canali non regolarmente autorizzati alla vendita (come per esempio commercio ambulante non autorizzato).

Il mondo contro il fumo: una battaglia da vincere

Lo scorso 31 maggio è stata celebrata la Giornata Mondiale senza tabacco: un’occasione importante finalizzata a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti nocivi e mortali del fumo e a scoraggiare l’uso del tabacco in qualsiasi forma, essendo quest’ultimo responsabile – secondo gli studi più aggiornati – del 25% di tutti i decessi per cancro a livello globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel mondo e il Ministero della Sanità e l’Istituto Superiore di Sanità in Italia sono sempre stati in prima fila nella battaglia contro il fumo visto che la nicotina e i prodotti del tabacco aumentano in modo significativo anche il rischio di malattie cardiovascolari e polmonari.

Siamo nel campo della prevenzione primaria, cioè tutta quella serie di comportamenti corretti e salutari (che comprendono anche, per esempio, un’alimentazione equilibrata e uno stile di vita attivo), finalizzati a evitare l’insorgere delle malattie croniche, principali killer a livello mondiale e responsabili di almeno il 70% dei decessi nei Paesi occidentali.

OMS e Ministero della Salute: i costi del fumo

I numeri, del resto, parlano chiaro. Secondo l’OMS il tabacco uccide più di 7 milioni di persone ogni anno: oltre 6 milioni sono il risultato del consumo diretto di tabacco, mentre circa 890.000 derivano dal fumo passivo per i non fumatori. Ciò tenendo presente anche un altro dato chiave: circa l’80% degli 1,1 miliardi di fumatori del mondo vive in Paesi a basso e medio reddito.

Ancora: il fumo di tabacco è la causa principale del cancro del polmone, seconda causa di morte a livello globale dopo le patologie cardiocircolatorie. Non è un caso, infatti, che dopo 10 anni di abbandono delle sigarette, il rischio di cancro ai polmoni scenda a circa la metà di quello di un fumatore.

Ma il fumo di tabacco è anche la principale causa di broncopneumopatia cronica ostruttiva, una condizione in cui l’accumulo di muco e pus nei polmoni si traduce in una tosse dolorosa e in difficoltà di respirazione, e aggrava l’asma.

Ha effetti sui neonati: i bambini piccoli esposti al fumo passivo sono a rischio di esordio ed esacerbazione di asma, polmonite e bronchite e frequenti infezioni delle vie respiratorie inferiori. Globalmente, secondo l’OMS, 165mila bambini muoiono prima dei cinque anni di questo tipo di infezioni causate dal fumo passivo.

Infine, il fumo di tabacco è una forma molto pericolosa di inquinamento dell’aria interna: contiene oltre 7.000 sostanze chimiche, 69 delle quali sono note per causare il cancro e anche se può essere invisibile e inodore può rimanere sospeso nell’aria per un massimo di cinque ore, esponendo ai rischi spiegati finora chi lo respira.

Per riassumere, sottolinea dal canto suo il report annuale 2020 “Prevenzione e controllo del tabagismo” redatto dal Ministero della Salute, il tabacco provoca più decessi di alcol, AIDS, droghe, incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme: il fumo è una causa nota o probabile di almeno 25 malattie.

“La più grande minaccia per la salute e il primo fattore di rischio delle malattie croniche non trasmissibili a livello mondiale”,

sintetizza l’OMS. Per questo il Piano di Azione Globale dell’OMS per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie ha incluso l’obiettivo di ridurre la prevalenza dell’uso di tabacco (da fumo e non da fumo) del 30% nel 2025 rispetto ai valori del 2010 anche se dai dati stimati la riduzione si fermerebbe al 23,4%.

In Italia, meno fumo ma ancora troppi morti

In questo contesto come si posiziona l’Italia? Per quanto ci riguarda qualche buona notizia c’è. Nel 2019, secondo i dati Istat, i fumatori, tra la popolazione di 14 anni e più, sono poco meno di 10 milioni. La prevalenza è scesa per la prima volta sotto il 19% ed è pari al 18,4%; restano comunque forti differenze di genere: tra gli uomini i fumatori sono il 22,4%, tra le donne il 14,7%. In ogni caso la progressione è positiva: nel 1993 la prevalenza era al 25,8%, prima dell’entrata in vigore della cosiddetta Legge Sirchia (nel 2003) al 23,8% con una riduzione relativa, dunque, negli ultimi 16 anni, di oltre il 22%. Nel dettaglio, il calo dei fumatori è quasi raddoppiato passando da una diminuzione di circa lo 0,7% annuo tra il 1993 e il 2003 all’1,3% annuo tra il 2003 e il 2019, soprattutto grazie al fatto che le donne fumatrici nel periodo 1993-2003 addirittura aumentavano dello 0,4% l’anno, mentre dopo la Legge Sirchia hanno cominciato a decrescere dello 0,9% l’anno. Anche gli uomini fumatori che prima diminuivano dell’1,2% l’anno hanno aumentato la “velocità” diminuendo dell’1,6% ogni anno.

In Italia, sottolinea inoltre il Ministero della Salute, si stima che possano essere attribuibili al fumo di tabacco oltre 93mila morti (il 20,6% del totale di tutte le morti tra gli uomini e il 7,9% del totale di tutte le morti tra le donne) con costi diretti e indiretti pari a oltre 26 miliardi di euro. Per quanto riguarda il carcinoma polmonare, una delle principali patologie fumo-correlate, nel nostro Paese la mortalità e l’incidenza sono in calo tra gli uomini ma in aumento tra le donne, per le quali questa patologia ha superato il tumore allo stomaco, divenendo la terza causa di morte per neoplasia, dopo il tumore al seno e al colon-retto. Un andamento che rispecchia quello della prevalenza dei fumatori, con una progressiva riduzione nei maschi e un costante lieve aumento nelle femmine tra il 1993 e il 2005.

I costi economici e sociali delle sigarette

Il tema dei “costi” legati al fumo non è certo secondario rispetto alle conseguenze a livello sanitario. La spesa sanitaria pubblica annuale dell’Unione Europea per il trattamento di sei principali categorie di malattie causate dal fumo è stimata intorno a 25,3 miliardi di euro, mentre è stimata in ulteriori 8,3 miliardi di euro all’anno la perdita in termini di produttività (inclusi prepensionamenti, decessi, situazione di non autosufficienza e assenteismo dal lavoro) legata al fumo: se monetizzati, gli anni di vita persi a causa del tabacco corrisponderebbero a 517 miliardi di euro ogni anno.

Diversi studi documentano, inoltre, l’effetto negativo delle sigarette sull’economia e sul lavoro. In particolare, l’evidenza mostra che per le aziende i fumatori sono fonte di costi più alti, dovuti soprattutto alla perdita di produttività associata a malattia e a pause per fumare, a più frequenti incidenti durante l’orario di lavoro, ai maggiori costi dei premi assicurativi per malattie o per incendio, a effetti negativi sui colleghi non fumatori e a pensionamenti anticipati per disabili.

La prevenzione primaria e Assidai

Assidai ritiene la prevenzione primaria fondamentale per evitare o ridurre a monte l’insorgenza e lo sviluppo di una malattia o di un evento sfavorevole: stili di vita sani e corretti, un’alimentazione equilibrata, un consumo limitato di alcolici, la pratica quotidiana di movimento (se non di attività sportiva) e ovviamente lo stop a qualsiasi uso di tabacco.

Del resto, il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – per quanto considerato tra i migliori al mondo per le caratteristiche di universalità ed equità – nei prossimi anni sarà ulteriormente sotto pressione per le dinamiche demografiche e di spesa pubblica e non appesantirlo ulteriormente con costi miliardari legati al trattamento delle patologie legate per esempio al fumo (a partire da cancro e malattie cardiocircolatorie) deve essere considerato una priorità da ciascun cittadino, anche come atto di responsabilità nei confronti della comunità.

Con il 5×1000 ripartiamo dai giovani per ripensare il futuro

La situazione che il nostro Paese, come ormai gran parte del mondo, sta affrontando in questo periodo e l’impatto senza precedenti che sta generando sulle nostre vite, impongono di guardare al futuro con uno sguardo diverso, per tentare di ridisegnare una realtà migliore di quella che abbiamo lasciato. Oggi ancora di più, per far ripartire l’Italia ci sarà bisogno di riscoprire la solidarietà, anticipando i bisogni sociali che andranno sempre più ad aumentare.

Vises, la onlus di Federmanager, da anni lavora per contribuire al benessere delle persone e della società civile, tutelando i diritti dei più deboli. Realizzando percorsi educativi innovativi per lo sviluppo delle competenze personali e professionali, offre orientamento e sostegno a donne e giovani, categorie che la crisi attuale sta colpendo duramente.

All’educazione dei giovani Vises ha dedicato negli anni gran parte della sua azione: con progetti come Un’impresa che fa scuola e Apprendere x Riprendere, realizzati grazie al costante sostegno di Assidai, Federmanager e di molti manager, che intendono offrire ai ragazzi gli strumenti utili per diventare cittadini attivi e consapevoli, in grado di entrare, con nuove e rafforzate competenze, in un modo del lavoro che necessariamente verrà stravolto da questa crisi.

L’emergenza in atto ha imposto la sospensione della scuola e un adeguamento dei supporti educativi, con il rischio di aumentare le disuguaglianze lasciando indietro molti giovani. Sarà quindi indispensabile supportare le famiglie e i ragazzi per garantire il diritto fondamentale all’istruzione e permettere ai giovani di continuare ad essere parte attiva della crescita economica e sociale del Paese.

Grazie al contributo e alla partecipazione dei manager, uomini e donne abituati a trasformare i problemi in opportunità, volontari che con professionalità e passione si impegnano in prima linea o sostengono l’Associazione con donazioni, Vises realizza nelle scuole percorsi per lo sviluppo delle competenze trasversali e per l’orientamento, aiutando i ragazzi ad affrontare le continue sfide e i cambiamenti della società.

Inserendo il codice fiscale 08002540584 nello spazio della dichiarazione dei redditi riservato al sostegno al volontariato è possibile partecipare in modo semplice e diretto alle iniziative di Vises per lo sviluppo e diffusione di una cultura manageriale responsabile e partecipe del benessere della società civile, attenta alla creazione di valore sostenibile e impegnata per lo sviluppo delle competenze e per l’educazione dei giovani. Per immaginare un nuovo futuro che parta proprio da loro si può ripartire anche solo da un piccolo gesto come mettere una firma!

5x1000 vises

L’impatto sulla salute dei metalli presenti nei cibi

La contaminazione alimentare da metalli rappresenta sicuramente un tema da non sottovalutare e su cui, invece, riporre forte attenzione. L’arsenico, il cadmio, il piombo e il mercurio sono composti chimici che esistono in natura e che possono trovarsi nell’ambiente a varie concentrazioni, ad esempio nel terreno, nell’acqua e nell’atmosfera. Ma i metalli possono anche essere presenti nei cibi come residui, essendo già nell’ambiente a esito di attività umane come l’allevamento, l’industria e i gas di scarico di autoveicoli oppure a causa di una contaminazione avvenuta durante la lavorazione e la conservazione degli alimenti. Gli esseri umani possono dunque essere esposti a questi metalli tramite l’ambiente o per ingestione di cibi o acqua contaminati e il loro accumulo nell’organismo umano può causare, nel tempo, effetti dannosi.

Questi metalli sono oggetto di attenzione da parte di autorità internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) che hanno valutato i rischi derivanti alla salute umana dalla loro assunzione attraverso la dieta. Anche l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha effettuato studi sull’esposizione alimentare per la popolazione italiana. I risultati?

Ad eccezione dei fumatori, la fonte numero uno di esposizione al cadmio – sottolinea l’Istituto Superiore di Sanità (che ha nel proprio sito un approfondimento sui metalli pesanti e i loro rischi) – è rappresentata dalla dieta. I principali alimenti responsabili sono: cereali, verdura e ortaggi, patate, crostacei e molluschi.

Il mercurio, invece, è legato soprattutto a determinate tipologie di pesce: al proposito l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare invita a ridurre il consumo, soprattutto in gravidanza e durante la prima infanzia, di grandi predatori come pesce spada, tonno e luccio e a sostituirlo con altri pesci, come il pesce azzurro o le orate, che contengono concentrazioni molto meno elevate di metilmercurio.

E se il riso è l’alimento che ha le più spiccate capacità di accumulare l’arsenico legate al particolare ambiente in cui avviene la coltivazione della pianta, per la contaminazione da nichel delle filiere alimentari vanno tenuti sotto controllo per prevenire possibili effetti cronici sulla salute – specialmente nei bambini – cereali, dolci, verdure e ortaggi, acqua e bevande alcoliche.

Contaminazione alimentare: il caso dell’alluminio

Va ricondotto a questo quadro, anche se rappresenta sicuramente un caso a parte, la possibile contaminazione alimentare da contatto con l’alluminio, che trova largo impiego nel settore alimentare. Con esso vengono infatti realizzati imballaggi e recipienti destinati a venire in contatto con gli alimenti come pentole, film per avvolgere, vaschette monouso o caffettiere. Per questo, il Ministero della Salute ha chiesto al Comitato nazionale per la sicurezza alimentare (Cnsa) di esprimere un parere circa la valutazione del rischio derivante dall’utilizzo di materiali a contatto alimentare costituiti da alluminio e sue leghe, soprattutto per categorie di popolazione particolarmente vulnerabili (bambini e anziani). Ne è uscita un’analisi molto interessante (qui il documento completo) che sottolinea come

“l’alluminio, onnipresente nella nostra vita quotidiana, è uno dei metalli con riconosciuta potenziale pericolosità̀ per la nostra salute, anche considerando la presenza diffusa in molti alimenti e in molti altri prodotti di consumo”.

Il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare, va ricordato, è un organo autorevole, autonomo e composto da 13 esperti (e un presidente) di comprovata esperienza nominati dal Ministero della Salute: il suo ruolo è tecnico-consultivo in materia di valutazione del rischio. Il Comitato si articola in due sezioni: una per la sicurezza alimentare e un’altra, consultiva, delle associazioni dei consumatori e dei produttori sempre in materia di sicurezza alimentare. La Sezione per la sicurezza alimentare, nel dettaglio, svolge consulenza tecnico-scientifica alle amministrazioni che si occupano di gestione del rischio nelle materie correlate alla sicurezza alimentare, formulando pareri scientifici su richiesta delle amministrazioni centrali e regionali.

Ebbene secondo il Cnsa, l’alluminio può interferire con diversi processi biologici e pertanto indurre effetti tossici in organi e sistemi: il tessuto nervoso è il bersaglio più vulnerabile. Questo metallo ha una biodisponibilità orale molto bassa nei soggetti sani anche se, per contro, la dose assorbita ha una certa capacità di bioaccumulo, specie per bambini piccoli, anziani e nefropatici. Inoltre, si aggiunge, l’alluminio può aumentare la morte neuronale e lo stress ossidativo a livello cerebrale; per cui non va escluso un ruolo nell’aggravare o accelerare i sintomi e l’insorgenza di patologie neurodegenerative umane.
La via primaria di esposizione per la popolazione generale è quella alimentare. La sua concentrazione negli alimenti può derivare da un background naturale o da emissioni ambientali; vi è inoltre un utilizzo di additivi alimentari a base di alluminio, che però è stato drasticamente ridotto a partire dal 2011. Attualmente, il principale fattore direttamente prevenibile è la contaminazione del cibo per contatto, ad esempio, per fenomeni migrazionali da utensili per la cottura o imballaggi. Per quanto generalmente modesta, la migrazione diventa marcata quando i materiali a base di alluminio vengono in contatto con cibi acidi (acido citrico) o contenenti sale. Alcuni studi effettuati con alimenti avvolti in fogli di alluminio e sottoposti a differenti tipi di cottura (in forno e grigliati sulla carbonella) hanno dimostrato che l’elevata temperatura comporta l’aumento della concentrazione dell’alluminio nell’alimento. Inoltre – continuano gli esperti – i dati disponibili indicano che i cereali e prodotti a base di cereali, verdure, bevande e formule per lattanti sono i principali determinanti dell’esposizione alimentare all’alluminio. L’acqua potabile rappresenta una fonte di esposizione secondaria. Un’ulteriore esposizione può infine derivare da medicinali e prodotti di consumo (ad esempio per la cura personale) che contengono composti dell’alluminio.

Lo studio dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) su 48 cibi

Il quadro delle ricerche in materia è stato arricchito da un recente paper dell’Istituto Superiore di Sanità, intitolato “Studio dell’esposizione del consumatore all’alluminio derivante dal contatto alimentare” che ha effettuato prove di cessione di alluminio da pentolame, utensili, barattoli, vaschette e film monouso di alluminio in contatto con 48 tipologie di preparazioni alimentari cotte e/o conservate in condizioni realistiche. Combinando l’incremento di alluminio con il consumo alimentare è stata stimata l’esposizione della popolazione italiana riferendola a diverse fasce di età (bambini, adolescenti, adulti, anziani), somministrando un questionario conoscitivo sulla frequenza di uso di materiali e oggetti di alluminio a contatto con alimenti nelle famiglie italiane. La conclusione?

L’esposizione all’alluminio da articoli monouso contribuisce in modo modesto all’incremento di alluminio assumibile ceduto in alimenti, rispetto alla esposizione da pentolame e utensili, fra i quali però il consumo di brodi è una delle maggiori fonti di esposizione, specialmente, per le fasce di età̀ dei bambini. Sicuramente un elemento su cui riporre particolare attenzione.

Come evitare i rischi dell’alluminio: istruzioni per l’uso

Come evitare questa tipologia di contaminazione? Sono molto utili alcuni  semplici accorgimenti considerato che il rilascio di alluminio dai materiali a contatto – sottolinea il Ministero della Salute in una recente campagna per il corretto utilizzo dell’alluminio in cucina – è condizionato dalle modalità di uso e da altri fattori combinati, quali il tempo di conservazione, la temperatura e la composizione dell’alimento. C’è un altro elemento da tenere ben presente: nei soggetti sani il rischio tossicologico dell’alluminio è limitato per via dello scarso assorbimento e della rapida escrezione attraverso i reni. I gruppi di popolazione più vulnerabili alla tossicità orale di questo metallo – come detto – sono invece quelli con diminuita capacità escretoria renale: cioè anziani, bambini sotto i tre anni, donne in gravidanza e tutti quei soggetti con malattie renali.

In ogni caso, anche per la contaminazione da alluminio, la parola chiave è sempre la stessa: prevenzione. Un valore chiave anche per Assidai, che ogni anno offre gratuitamente ai propri iscritti campagne di prevenzione (nel 2019 contro il melanoma) finalizzate a ridurre l’incidenza delle malattie croniche o quanto meno a diagnosticarle in anticipo visto che, statisticamente, sono i principali killer a livello mondiale, soprattutto nei Paesi occidentali.

3 consigli dal Comitato nazionale per la sicurezza alimentare

Per concludere qualche indicazione più pratica: va ricordato innanzitutto che in Italia, con decreto ministeriale dell’aprile 2007, sono state previste specifiche disposizioni in materia di contaminazione da alluminio. In particolare i contenitori in questo metallo devono riportare in etichetta una o più delle seguenti istruzioni:

  • non idoneo al contatto con alimenti fortemente acidi o fortemente salati;
  • destinato al contatto con alimenti a temperature refrigerate;
  • destinato al contatto con alimenti a temperature non refrigerate per tempi non superiori alle 24 ore;
  • destinato al contatto per tempi superiori alle 24 ore a temperatura ambiente solo per i seguenti alimenti: prodotti di cacao e cioccolato, caffè, spezie ed erbe per tisane e infusi, zucchero, cereali e prodotti derivati, paste alimentari non fresche, prodotti di panetteria, legumi secchi e prodotti derivati, frutta secca, funghi secchi, ortaggi essiccati, prodotto della confetteria, prodotti da forno fini a condizione che la farcitura non sia a diretto contatto con l’alluminio.

Tutto ciò – è bene sottolineare – non si applica ai materiali e agli oggetti di alluminio ricoperto purché lo strato a diretto contatto con gli alimenti costituisca un effetto barriera.
Inoltre, il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare fornisce altri tre consigli molto chiari:

  1. non graffiare i contenitori, ledendo così la patina protettiva dell’alluminio anodizzato;
  2. evitare il contatto diretto di alimenti acidi o salati con fogli di alluminio;
  3. non conservare alimenti in contenitori di alluminio dopo la cottura e per lunghi tempi.