Il Welfare Aziendale dal punto di vista degli under 35

I giovani credono e puntano sul welfare con la sanità integrativa in prima linea. Ma soprattutto lo fanno in un’accezione sempre più legata al benessere a 360 gradi (salute, volontariato, flessibilità di tempi e spazi di lavoro: in poche parole il cosiddetto “work life balance”) e guardando con minor interesse al mero vantaggio economico individuale. È questo il principale messaggio che emerge da “Indagine per i bisogni degli under 35”, condotta dalla start up innovativa a vocazione sociale Jointly – Il welfare condiviso con il supporto di un team di ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. L’obiettivo dello studio è chiaro: mettere a fuoco la percezione che i giovani lavoratori hanno del welfare e, in particolare, quali sono i loro bisogni e le loro preferenze dentro e fuori l’azienda. Per questo, sono stati intervistati circa 3.200 dipendenti di aziende come Acli Milano, Banca Etica, Coopservice, Discovery, Etica sgr, Ferrovie dello Stato, Invitalia, Unipol e Yoox Net-A-Porter.

Welfare aziendale: meglio il tempo libero che un aumento in busta paga

Il messaggio che emerge è dunque chiaro: i “Millennials” (cioè i nuovi giovani), piuttosto che un rimborso in busta paga preferiscono avere più tempo da dedicare a sé stessi, alla crescita e formazione professionale o molto più semplicemente al benessere psicofisico. Ciò che balza subito all’occhio è che le nuove generazioni di lavoratori fanno ampio utilizzo dei servizi di welfare: più della metà degli interessati utilizza, infatti, almeno due servizi tra quelli a disposizione (il 32% uno e il 24% due), mentre il 18% ne utilizza tre e il 16% più di quattro.

Ma quali servizi di welfare preferiscono i Millennials? I giovani che utilizzano già iniziative di welfare scelgono sempre meno le convenzioni (per esempio la palestra) a vantaggio di attività di formazione (scelte dal 100% degli intervistati), iniziative di socializzazione (96%), flessibilità (78%) e salute (61%), che si posiziona comunque davanti ad altre categorie più “tradizionali” come previdenza complementare (54%), convenzioni (54%), servizi salva tempo (32%) e maternità (12%).

C’è un altro messaggio, altrettanto importante, che dimostra anche il cambiamento culturale ormai in atto: per i Millennials il lavoro non è più mera fonte di guadagno e componente totalizzante e centrale della vita, quanto piuttosto uno strumento utile al miglioramento del work-life balance. Emblematico in questo senso è il caso dell’utilizzo di convenzioni a disposizione nel piano welfare: se da un lato infatti gran parte degli interpellati le utilizzerebbe (quasi il 75%), il valore che gli viene attribuito risulta basso (3 su 10).

Soluzioni personalizzate come nuova frontiera del welfare aziendale

Secondo Francesca Rizzi, Ceo di Jointly – Il welfare condiviso, questi dati dimostrano una cosa molto chiara:

“La mutata percezione da parte dei giovani del welfare aziendale è un dato di fatto di cui le aziende devono tener conto: la società moderna è caratterizzata da una fluidità tra vita privata e lavoro mai vista prima che comporta, per le aziende e gli operatori del settore, la necessità di prevedere sempre più iniziative volte al benessere e alla crescita della persona, non solo nella dimensione lavorativa, ma sempre più in quella personale e di conciliazione vita-lavoro”. Proprio per questo, aggiunge Rizzi, “solo chi ascolterà i bisogni dei propri dipendenti, e costruirà per loro nuove iniziative coinvolgendoli nella progettazione, sarà in grado di soddisfarli e vedrà aumentare il senso di appartenenza e la possibilità di ridurne il turn over”.

Assidai, massima l’attenzione per i giovani

Il Fondo di Assistenza Sanitaria Integrativa da sempre è attento ai bisogni dei giovani. In primis, fin da piccoli, i figli sono inclusi all’interno del nucleo familiare dell’iscritto/a principale; questo significa che, appena nati, i bimbi hanno a completa disposizione l’assistenza sanitaria Assidai e sono tutelati, da quel momento in poi, in ogni momento della loro vita. Non solo ma una volta cresciuti, al raggiungimento dei 26 anni, possono scegliere di continuare a godere dei benefici garantiti da Assidai attraverso l’iscrizione al Piano Sanitario Familiari con ampie prestazioni socio-sanitarie offerte e l’inclusione anche della copertura per la non autosufficienza. Qualora poi un figlio/a si sia spostato o conviva è possibile estendere l’assistenza sanitaria anche alla moglie/marito/convivente e ai loro futuri figli.

Insomma, un’assistenza sanitaria completa, quindi, per tutta la famiglia fin da giovanissimi.

Al via la nuova campagna istituzionale di Assidai

Io sono Assidai è questo il titolo forte e incisivo che caratterizza la nuova campagna istituzionale di Assidai, Fondo di assistenza sanitaria integrativa nato 28 anni fa da un’intuizione di Federmanager, l’associazione nazionale del management industriale italiano.

La campagna, promossa oggi in anteprima sui principali quotidiani nazionali, fa leva sull’impatto grafico e sceglie di non utilizzare immagini. La motivazione è stata dettata dal voler rappresentare il Fondo sanitario in modo nuovo e dinamico, focalizzando l’attenzione sulla parte testuale per valorizzare ogni punto che caratterizza e che contraddistingue Assidai sul mercato.

L’obiettivo è confermare un posizionamento consapevole e distintivo del Fondo, affinché Assidai possa essere immediatamente compreso da chi non conosce i suoi valori core e possa essere riconosciuto, invece, da chi è già iscritto e trae beneficio da un’assistenza sanitaria integrativa al Sistema Sanitario Nazionale.

Subito dopo l’headline “Io sono Assidai” si evidenziano le peculiarità di Assidai a partire dagli anni in cui il Fondo è operativo; il target di riferimento; la durata e la popolazione di assistiti di cui ci si prende cura.

  • 28 – Gli anni passati a prendermi cura di te e dei tuoi familiari offrendo assistenza sanitaria, consulenza e protezione dagli imprevisti che possono compromettere l’abituale tenore di vita.
  • Per te – manager o azienda che hai deciso di affidarmi il bene più importante: la tutela della salute.
  • Per sempre – Il tempo durante il quale potrai beneficiare delle prestazioni sanitarie senza alcuna limitazione di età e senza che io possa rescindere la tua copertura.
  • 140mila – le persone che assisto su tutto il territorio nazionale secondo criteri di mutualità e solidarietà attraverso i più alti standard qualitativi nell’erogazione delle prestazioni sanitarie.

Chiude la campagna la body copy che racconta in sintesi l’essenza del Fondo:

C’è un Fondo sanitario integrativo diverso dagli altri, perché creato da manager per i manager, i quadri, le alte professionalità e le loro famiglie. E’ senza scopo di lucro e si prende cura di oltre 140.000 persone. Non ha limiti di età, di accesso e di permanenza; non opera la selezione del rischio, non può recedere dall’iscrizione e, quindi, tutela gli assistiti per tutta la durata della loro vita. Tutto questo è garantito da un’istituzione: Federmanager. Ed è contenuto in un nome: Assidai.

 

Per maggiori informazioni per iscriversi Customer Care Assidai 06 44070600

Per seguire tutte le novità seguici sui social media Assidai: LinkedIn, Twitter e Facebook.

Per il 2018 confermata l’iscrizione all’Anagrafe dei fondi sanitari

La trasparenza è uno dei pilastri su cui Assidai fonda la propria attività. Un valore chiave del Fondo di assistenza sanitaria integrativa che si concretizza in una serie di azioni e attività poste in essere a tutela degli iscritti. Tra di esse la certificazione annuale su base volontaria del proprio bilancio, la dotazione di un Codice Etico e di Comportamento, un Sistema Gestione Qualità certificato e, non ultima, la regolare iscrizione all’Anagrafe dei fondi sanitari, istituita dal Ministero della Salute. Proprio su quest’ultimo punto vi è un’importante notizia da condividere: il 29 ottobre 2018, infatti, la Direzione Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero ha confermato il rinnovo dell’iscrizione di Assidai all’Anagrafe dei Fondi Sanitari, anche per il 2018, con il seguente numero di protocollo 0033585-29/10/2018-DGPROGS-DGPROGS-UFF02-P.

Iscrizione all’Anagrafe: come funziona e la posizione di Assidai

Il prestigioso documento della certificazione è arrivato nella sede di Assidai direttamente dal Ministero della Salute, in particolare dalla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria. Nel dettaglio, si tratta del rinnovo dell’iscrizione per il 2018 del Fondo Assidai all’Anagrafe dei Fondi Sanitari. Evidenziamo che, per operare in Italia, i fondi di assistenza sanitaria integrativi devono essere iscritti ad un albo, chiamato appunto Anagrafe Fondi Sanitari Integrativi. Quest’ultima è stata prima istituita dal Ministero della Salute con il Decreto del 31 marzo 2008, e poi resa operativa con il successivo Decreto ministeriale del 27 ottobre 2009, che ha definito le procedure e le modalità del suo funzionamento.

In sostanza, l’Anagrafe dei Fondi Sanitari Integrativi svolge un ruolo di censimento e di controllo sull’operato dei vari soggetti coinvolti. In Italia sono tenute all’iscrizione nell’albo due tipologie di fondi sanitari che garantiscono l’erogazione di prestazioni integrative al Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta dei “Fondi sanitari integrativi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN)”, che erogano solo ed esclusivamente prestazioni non comprese nei livelli essenziali di assistenza, e degli “Enti, Casse e Società di Mutuo Soccorso aventi esclusivamente fini assistenziali” che sono sia integrativi del SSN, sia sostitutivi.

Dai dati più recenti dell’Anagrafe sui fondi sanitari, distinti per tipologia, che tra l’altro sono stati forniti ad Assidai direttamente dal Ministero della Salute, emerge la netta prevalenza di quelli anche sostitutivi al SSN (297 nel 2016, con più di 9 milioni di iscritti), rispetto a quelli puramente integrativi al SSN (8 nel 2016, con più di 9 mila iscritti). La prima categoria, a cui appartiene Assidai, nel 2016 vedeva un ammontare totale delle prestazioni vincolate a quota 694 milioni di euro (dai 682 milioni dell’anno prima), a fronte di risorse impegnate per tutte le prestazioni garantite agli iscritti pari a 2,242 miliardi. In netta crescita anche il totale degli iscritti, arrivati a 9,145 milioni dai 7,49 milioni dell’anno prima. 

I tasselli del “mosaico” della trasparenza di Assidai

L’iscrizione all’Anagrafe dei Fondi Sanitari è uno dei tasselli che formano il mosaico della trasparenza di Assidai. Tasselli che sono rappresentati anche dal Codice Etico e di Comportamento, che evidenzia l’insieme dei valori di cui il Fondo si fa portatore (salute, tutela dei propri iscritti, assistenza, qualità e affidabilità, mutualità, solidarietà, welfare, integrità e trasparenza, professionalità, efficienza dei servizi erogati, condivisione) e le linee guida che devono ispirare l’operato di coloro che agiscono per conto di Assidai e a cui devono attenersi nel perseguimento degli scopi istituzionali.

Senza dimenticare che, ogni anno, pur non essendo obbligato alla certificazione legale, Assidai sottopone volontariamente il proprio bilancio alla revisione contabile d’esercizio, effettuata da una delle principali società di revisione a livello mondiale per fornire ogni garanzia di correttezza e trasparenza a tutti gli stakeholder e alle migliaia di famiglie assistite.

Infine, Assidai si è dotato di un Sistema di Gestione certificato in base alle norme UNI EN ISO 9001:2015 per quanto concerne “l’erogazione del servizio di rimborsi spese mediche ed assistenziali per dirigenti, quadri e consulenti”. L’obiettivo? Fornire ai propri iscritti i migliori servizi e Piani Sanitari, cercando di individuare con i propri partner le soluzioni più vantaggiose. Senza dimenticare che proprio la Certificazione UNI EN ISO 9001:2015 (ISO 9001:2015), richiede al Fondo di assistenza sanitaria integrativa un miglioramento continuo dell’efficienza e dell’efficacia dei processi interni e dei servizi agli iscritti, attuato anche mediante un piano di formazione e crescita professionale del personale.

Salute allo specchio: progetto per il supporto psicologico ai malati oncologici

La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, che non coincide con la semplice assenza di malattia o di infermità. In questa definizione, formulata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1948, c’è tutto lo spirito del Progetto “Salute allo Specchio”, lanciato dall’Ospedale San Raffaele di Milano nel 2013 con un obiettivo molto chiaro: supportare psicologicamente le pazienti ammalate di cancro in corso di trattamento, per aiutarle ad affrontare e gestire gli effetti collaterali delle terapie che, a loro volta, impattano sull’aspetto fisico.

Purtroppo, come noto, la malattia e i suoi trattamenti si associano ancora oggi ad importanti conseguenze che determinano violenti cambiamenti nell’immagine corporea. Alcuni di essi, come la perdita dei capelli, colpiscono la donna nella dimensione intima della femminilità, rendendo la persona facilmente riconoscibile come “malata”. “Umanizzare” le cure, invece, significa riportare la persona al centro, avere rispetto per le preoccupazioni e per i valori dei pazienti e considerare empaticamente il loro benessere fisico ed emotivo. Oltre che, soprattutto, aiutare i malati a combattere la malattia con maggiore spirito ed efficacia.

Assidai, tra i propri capisaldi, ha da sempre la cura e la tutela dei propri iscritti con Piani Sanitari dedicati alle persone e alle aziende ponendosi come obiettivo quello di offrirgli i migliori servizi e le migliori cure disponibili anche utilizzando un ampio network di strutture convenzionate su tutto il territorio nazionale.

Supporto psicologico in tre tappe

Il Progetto “Salute allo Specchio” si pone come fine l’insegnamento di tecniche e strategie per gestire, dal punto di vista estetico, gli effetti collaterali dei trattamenti (chemioterapici, chirurgici, radioterapici) e per favorire un migliore adattamento alla malattia e alle cure. Come? Promuovendo lo sviluppo di risorse personali e sociali e riducendo eventuali stati ansiosi e depressivi che possono insorgere a seguito della diagnosi e dell’inizio delle terapie.

Nel dettaglio, il percorso prevede che, dopo un primo colloquio psicologico individuale, avvengano degli incontri di gruppo, composti da circa 10-12 donne, a cadenza settimanale. Il primo è dedicato alla cura del volto, e prevede l’insegnamento di tecniche di trucco e di uso delle parrucche e dei foulard. Durante il secondo incontro un’estetista formata in estetica oncologica insegna alle pazienti come prendersi cura del proprio corpo e della propria pelle durante le terapie. È, inoltre, presente una consulente d’immagine che aiuta le donne a valorizzare il proprio aspetto, in particolare attraverso l’uso dei colori. L’ultimo incontro, infine, è dedicato a una discussione di gruppo, condotta da psicologi, sull’esperienza di Salute allo Specchio. In questo contesto, la presenza costante di un’equipe di psicologi e medici garantisce la possibilità di accogliere e gestire tempestivamente eventuali difficoltà che possono emergere nella situazione di gruppo.

Effetti positivi fisici e psicologici degli incontri di supporto

Che risultati e quali evidenze empiriche ha evidenziato il progetto? Un team di psicologi e medici ha analizzato 88 pazienti del San Raffaele per valutare se la partecipazione a “Salute allo Specchio” avesse avuto un impatto su variabili psicologiche come ansia, depressione o percezione della propria immagine corporea. L’esito finale? Decisamente confortante: è stato registrato un significativo miglioramento delle variabili psicologiche misurate. Inoltre lo studio ha dimostrato come prendersi cura del proprio aspetto abbia avuto effetti positivi reali sui malati di cancro. È chiaro che un risultato di questo genere autorizza a considerare e promuovere progetti simili a “Salute allo Specchio”, come parte integrante del percorso di cura insieme alle terapie convenzionali. Perché il supporto e il rispetto del malato sono fondamentali per garantirgli un decorso dignitoso e soprattutto efficace.

Numeri del cancro: in Italia si sopravvive di più

Più tumori ma anche più guarigioni. È questo, in estrema sintesi, il messaggio lanciato dall’ottava edizione della ricerca “I numeri del cancro 2018”, frutto della collaborazione tra l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), di Fondazione AIOM e di PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia). Un voluminoso studio che evidenzia come complessivamente quest’anno nel nostro Paese sono stimati 373.300 nuovi casi di tumore (194.800 uomini e 178.500 donne), con un leggero aumento, in termini assoluti, di 4.300 diagnosi rispetto al 2017. Allo stesso tempo, tuttavia, quasi 3,4 milioni di persone vivono dopo la scoperta della malattia (3.368.569, contro i 2.244.000 nel 2006), ovvero sia il 6% dell’intera popolazione: un dato in costante e deciso aumento. Ancora, dallo studio emerge con forza l’importanza di screening periodici e l’adozione di stili di vita sani rispettivamente per diagnosticare un tumore nella fase iniziale e per abbassare i rischi dell’insorgere di questa patologia.

Quanto si sopravvive al cancro?

La sopravvivenza a cinque anni è uno dei principali risultati da valutare in campo oncologico, poiché permette di valutare l’efficacia del sistema sanitario nei confronti della patologia tumorale ed è condizionata da due aspetti: la fase nella quale viene diagnosticata la malattia e l’efficacia delle terapie intraprese.

Complessivamente le donne hanno una sopravvivenza a 5 anni del 63%, migliore rispetto a quella degli uomini (54%), in gran parte determinata dal tumore della mammella, la neoplasia più frequente nelle donne, caratterizzata da una buona prognosi. Le persone che si sono ammalate nel 2005-2009 hanno avuto una sopravvivenza migliore, rispetto a chi si è ammalato nel quinquennio precedente sia negli uomini (54% contro il 51%) sia nelle donne (63% contro il 60%).

Negli uomini le sopravvivenze migliori si registrano per i tumori del testicolo, della prostata e della tiroide; nelle donne per i tumori della tiroide, della mammella e per il melanoma. Il dato peggiore, invece, riguarda per entrambi i sessi il tumore del pancreas (inferiore al 10%). C’è poi il tema del divario territoriale tra Nord e Sud, anche se lo studio evidenzia come la forbice si stia mano a mano riducendo: nelle prime tre posizioni si collocano Emilia-Romagna, Toscana (56% uomini e 65% donne in entrambe le Regioni) e Veneto (55% e 64%); in coda invece il Sud, con Sicilia (52% uomini e 60% donne), Sardegna (49% e 60%) e Campania (50% e 59%).

I tumori più frequenti in Italia

Quali sono i tumori più frequenti? Nel 2018, secondo lo studio, si è registrato un sorpasso con quello della mammella stiamo a 52.800 nuovi casi (erano 51.000 nel 2017), davanti al colon-retto (51.300, erano 53.000 nel 2017) e al polmone (41.500, erano 41.800 nel 2017). L’altra faccia della medaglia è quella della mortalità: stando ai dati ISTAT in media ogni giorno oltre 485 persone muoiono a causa di una neoplasia. In tutto parliamo di 178.232 decessi attribuibili a tumore (99.050 uomini e 79.182 donne), tra i circa 600mila totali l’anno. I tumori sono la seconda causa di morte (29% di tutti i decessi), dopo le malattie cardio-circolatorie (37%).

Il tumore che miete più vittime ogni anno è quello al polmone (33.836), seguito da colon-retto (18.935), mammella (12.381), pancreas (11.463) e fegato (9.675). Può indurre all’ottimismo, invece, un ulteriore dato: almeno il 27% (909.514 persone) di chi si è ammalato di cancro può ritenersi guarito, ossia con un’attesa di vita paragonabile a quella delle persone non affette da tumore. Assidai con i suoi Piani Sanitari Individuali e Piani Sanitari Aziendali tutela i propri iscritti, offrendo loro la possibilità di accedere a tutte le cure necessarie, anche presso le strutture convenzionate.

Il ruolo della prevenzione primaria nella cura del cancro

Infine, il tema della prevenzione primaria e dei fattori di rischio. Le cause note delle alterazioni del DNA nella genesi del cancro, secondo la ricerca, sono di vari ordini: si ipotizzano cause di tipo ambientale, genetiche, infettive, legate agli stili di vita e fattori casuali. In base a una ricerca condotta negli Stati Uniti, il fumo di tabacco da solo è responsabile del 33% delle neoplasie e un altro 33% è legato ai cosiddetti stili di vita (dieta, sovrappeso, abuso di alcool e inattività fisica). I fattori occupazionali sono responsabili del 5% delle neoplasie, mentre le infezioni sono causa dell’8% circa, le radiazioni ionizzanti e l’esposizione ai raggi ultravioletti del 2% e l’inquinamento ambientale contribuisce per un altro 2%. L’ereditarietà ha un’incidenza molto bassa nella genesi tumorale: meno del 2% della popolazione è portatrice di mutazioni con sindromi ereditarie di rischio neoplastico. Un altro studio condotto nel Regno Unito conferma il fumo e l’inattività fisica (associata a stili alimentari scorretti) rispettivamente con il 19% e il 25%. L’ennesima conferma che, per battere il cancro, così come le principali malattie non trasmissibili, bisogna sempre giocare d’anticipo.

Ottobre è il mese contro il cancro al seno

Ottobre è il mese della prevenzione del cancro al seno. In Italia e nel mondo si moltiplicano le iniziative contro un male che, stando ai numeri più recenti, sta “subendo” i colpi della prevenzione – la sopravvivenza a cinque anni è ormai aumentata all’87% – ma resta comunque la prima causa di morte per tumore nelle donne (al 17%).

Giusto per fare qualche numero, ogni anno in Italia vengono effettuate oltre 50mila nuove diagnosi: il che significa che, in media, 135 donne ogni giorno scoprono di avere un cancro al seno e iniziano un percorso di cura e di coraggio. Il tema vero è quando si inizia questo percorso, poiché la prevenzione e, nel caso, la diagnosi precoce sono le vere chiavi di volta per battere questa malattia.

“Serve serenità perché la vera prevenzione è la diagnosi precoce: negli ultimi 10 anni ci ha permesso di ridurre la mortalità del 10%: se c’è qualcosa è meglio scoprirlo subito, perché così non diventa un problema”

Ha sottolineato in un’intervista a Welfare 24 (la newsletter mensile che Assidai realizza in collaborazione con Il Sole 24 Ore) Chiara Pistolese, medico e docente universitaria in Diagnostica per immagini, che lavora al Policlinico Tor Vergata di Roma e da oltre 20 anni segue la diagnostica senologica.

Cancro al seno: prevenzione primaria e fattori di rischio

Vediamo allora nel dettaglio che cosa significa davvero prevenzione per il tumore al seno. Gli esperti hanno identificato diversi fattori di rischio, alcuni modificabili (per esempio gli stili di vita), altri ovviamente no, come l’età – la maggior parte dei tumori del seno colpisce le donne oltre i 40 anni – o fattori ereditari, legati alla presenza nel DNA di mutazioni genetiche, cosa che riguarda il 5-7% delle donne.

La prevenzione primaria incide sulla nascita e sullo sviluppo della malattia attraverso l’adozione di uno stile di vita corretto: praticando cioè esercizio fisico costante e regolare (che secondo recenti studi riduce del 20% il rischio di cancro alla mammella), evitando fumo e alcol, adottando un’alimentazione corretta ricca di frutta e verdura e cereali non raffinati e, invece, povera di grassi animali, latte e latticini. 

Screening e diagnosi precoce del cancro al seno

In realtà, per il cancro al seno la vera prevenzione è la diagnosi precoce che inizia, a partire dai 20 anni, con la cosiddetta autopalpazione, da praticare almeno una volta al mese con regolarità. E poi? Su questo tema, va precisato, le opinioni non sono univoche, anche sulla frequenza con cui effettuare i cosiddetti programmi di screening, ma su un concetto tutti gli esperti sono concordi: muoversi in anticipo è l’unico modo per battere il cancro. Sentiamo, in ogni caso ancora una volta l’esperta Chiara Pistolese:

“A partire dai 40 anni – sempre tenendo ben presente la storia della donna (per esempio se in famiglia ci sono stati altri casi di cancro al seno) e il tipo di mammella – vanno iniziate invece le indagini convenzionali come la mammografia sempre associata a un’ecografia”. Un aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare: “i due esami sono complementari e devono essere effettuati contestualmente, non a mesi di distanza: solo così possono dare una visione globale della mammella – continua l’esperta – La cadenza? Una volta l’anno: solo così infatti si possono individuare lesioni molto piccole che possono essere risolte al più presto, magari anche in regime ambulatoriale”.

Il tumore al seno colpisce 1 donna su 8 nell’arco della vita ed è il più frequente nel sesso femminile (29%): la mortalità è sì diminuita negli ultimi anni ma non bisogna abbassare la guardia per abbassare ulteriormente questi numeri in futuro con l’obiettivo di arrivare a una sopravvivenza pari al 100%. Stili di vita sani e screening periodici sono i principali strumenti a nostra disposizione per raggiungere questo traguardo.

 

 

 

La sanità italiana è la quarta nel mondo secondo Bloomberg

Troppo spesso, ormai, siamo abituati a vedere l’Italia navigare nelle parti basse di qualsivoglia classifica internazionale che riguardi economia, competitività o legalità. Per questo, quanto meno a prima vista, potrebbe apparire sorprendente il quarto posto collezionato dal nostro Paese nel ranking mondiale di Bloomberg sui sistemi sanitari più efficienti del pianeta. Prima di noi, nell’ultima edizione del Global Health Index (sfornata, proprio nei giorni scorsi, incrociando i dati raccolti da Banca Mondiale, Onu, Fondo Monetario Internazionale e Organizzazione Mondiale della Sanità), ci sono soltanto Hong Kong, Singapore e la Spagna: l’Italia rimonta di due posti la classifica, e si mette dietro – nella top ten – Corea del Sud, Israele, Giappone, Australia, Taiwan ed Emirati Arabi. Gli altri principali Paesi occidentali? Decisamente più indietro: gli USA perdono quattro posizioni e scivolano al 54esimo e penultimo posto con l’Azerbaijan, la Gran Bretagna (caratterizzata per tradizione da un sistema sanitario universalistico) risulta in 35esima posizione, la Francia e il Canada in 16esima e la Germania addirittura in 45esima.

Premiata l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale italiano

Come spiegare un risultato di questo genere? Il nostro Servizio sanitario universale, che proprio quest’anno compie 40 anni, è sì tra i più stimati ed è considerato quasi unico al mondo per l’universalismo delle cure offerte. È anche vero, tuttavia, che presenta vari nodi, spesso causati dalle ristrettezze di spesa, su cui sarebbe opportuno lavorare: le liste d’attesa, il divario di prestazioni tra il Nord e il Sud o l’emergenza anziani, giusto per citarne alcuni.

La prestigiosa posizione dell’Italia nella classifica di Bloomberg è determinata, come spesso accade, dai criteri utilizzati per realizzare la classifica stessa. Criteri che valutano l’efficienza, piuttosto che la qualità assoluta dei servizi sanitari, e più nello specifico mettono a fuoco il rapporto tra risultati ottenuti e costi. Proprio per questo alcuni servizi sanitari eccellenti, ma costosi come quello tedesco o danese, sono nelle parti basse della classifica. Nel dettaglio, Bloomberg mette in relazione l’aspettativa di vita con la spesa pubblica pro capite per la sanità e di conseguenza l’Italia, tra i Paesi più longevi al mondo con una media di 82,5 anni, brilla appena preceduta dalla Spagna (82,8 anni): nei due Paesi, del resto, lo Stato mette a disposizione per il Servizio Sanitario Nazionale rispettivamente “solo” 2.700 dollari e 2.354 dollari pro capite l’anno, contro i 4.592 dollari della Germania, i 5.400 circa della Danimarca e gli oltre 9.000 degli Stati Uniti. C’è un altro modo, ovviamente, di interpretare la questione: la sanità italiana utilizza bene le risorse scarse messe a disposizione dalla politica nazionale, evitando gli sprechi e concentrandole sulle iniziative più importanti.

La sanità integrativa in Italia

I risultati forniti dal Global Health Index di Bloomberg confermano e avvalorano le posizioni di Assidai sul Servizio Sanitario Nazionale. Ovvero: il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è un esempio unico nel mondo per la sua prerogativa di universalismo, per la sua capacità di ottimizzare le risorse sempre più risicate messe a disposizione dal Governo centrale e, in buona sostanza, per l’offerta gratuita di servizi ai propri cittadini che in altre parti del mondo, a partire dalle più semplici prestazioni di pronto soccorso, richiedono assicurazioni specifiche o spese di un certa entità. Tuttavia, questo stesso Sistema deve fare i conti sempre più con dinamiche di carattere aggregato che rischiano di minarne la sostenibilità nel lungo periodo, a partire dal graduale invecchiamento della popolazione. Per questo, Assidai vede la propria offerta di Piani Sanitari non come sostitutiva della sanità pubblica, che rappresenta e dovrà continuare a rappresentare uno dei principali pilastri del nostro Paese, ma semplicemente come un elemento integrativo e complementare, di supporto alla sostenibilità finanziaria e sociale dello stesso Servizio Sanitario Nazionale.

Una giornata mondiale per la prevenzione cardiaca

Le malattie cardiovascolari rappresentano ancora oggi la principale causa di morte nel nostro Paese, visto che sono responsabili del 44% di tutti i decessi. In particolare, è la cardiopatia ischemica a essere il principale “killer” (con il 28%), mentre gli attacchi cerebrovascolari sono al terzo posto con il 13%, dopo i tumori. Chi ha la fortuna di sopravvivere a un attacco cardiaco, inoltre, diventa un malato cronico, dato che la malattia peggiora la qualità della vita e comporta notevoli costi economici per la società: in Italia la prevalenza di cittadini affetti da invalidità cardiovascolare è pari al 4,4 per mille, mentre il 23,5% della spesa farmaceutica italiana (pari all’1,34% del prodotto interno lordo) è destinato a farmaci per il sistema cardiovascolare.

Una giornata mondiale per il cuore

Questi numeri, che ben rappresentano l’enorme problema delle patologie cardiache in Italia, sono anche il manifesto della Giornata Mondiale del Cuore, che come ogni anno si celebrerà il 29 settembre: una campagna mondiale di informazione e sensibilizzazione sulla prevenzione delle malattie cardiocerebrovascolari, promossa in tutto il mondo dalla World Heart Federation, attraverso una comunità di oltre 200 organizzazioni nazionali che sostengono l’impegno della società medica e delle fondazioni per il cuore in oltre 100 Paesi.

Nel nostro Paese l’iniziativa è sostenuta da Fondazione Italiana per il Cuore, membro nazionale della World Heart Federation, in collaborazione con Conacuore (100 associazioni di pazienti) e la Federazione Italiana di Cardiologia (FIC) e con il patrocinio di numerosi enti e delle società scientifiche nazionali (per le varie iniziative previste vedi il sito ufficiale). Sullo sfondo, del resto, c’è un obiettivo chiaro: ridurre del 25% l’incidenza delle malattie non trasmissibili, il cosiddetto “25 by 25” goal, come richiesto dall’OMS nel 2011 ai propri Stati membri. Ormai mancano solo 2.655 giorni per raggiungere questo importante traguardo e la prevenzione primaria, rappresentata per esempio da stili di vita sani e da screening medici effettuati con la giusta frequenza (come più volte ricordato e argomentato da Assidai), è un importante mezzo per centrarlo.

La consapevolezza e la “Carta del Rischio cardiovascolare” dell’ISS

In Italia solo il 38% delle persone ad alto rischio cardiovascolare conosce la propria condizione ed è, dunque, in grado di attuare concretamente comportamenti e stili di vita adeguati. La consapevolezza, in questo caso, è fondamentale così come lo sono le abitudini, che possono modificare positivamente un’eventuale predisposizione. C’è tuttavia un dato positivo: l’informazione sul tema e la prevenzione hanno iniziato a fare breccia, visto che i tassi di mortalità per le malattie cardio-cerebrovascolari, tra cui infarto, scompenso e ictus, si sono ridotti di oltre il 35% negli ultimi 11 anni. Per questo, bisogna spingere ancora di più sulla prevenzione come arma per combattere queste patologie.

Un’iniziativa interessante e di rilievo arriva dall’Istituto Superiore di Sanità che, attraverso il portale “Progetto Cuore”, ha lanciato già da tempo la cosiddetta “carta del rischio cardiovascolare”, che serve a stimare la probabilità di andare incontro a un primo evento cardiovascolare maggiore (infarto del miocardio o ictus) nei 10 anni successivi, conoscendo il valore di sei fattori di rischio: sesso, diabete, abitudine al fumo, età, pressione arteriosa sistolica e colesterolemia. La carta del rischio deve essere usata dal medico e con estrema cura, rispettando precise indicazioni, ma può essere estremamente utile per mettere a punto il proprio “identikit” cardiaco e muoversi di conseguenza sul fronte della prevenzione.

L’importanza della prevenzione per Assidai

Assidai crede fortemente nell’importanza della prevenzione e negli anni ha promosso specifiche campagne affinché la prevenzione non sia mai da sottovalutare per tutti coloro che sono sottoposti a situazioni di stress quotidiano, come per esempio i manager.

Quest’anno il Fondo sanitario, insieme a Federmanager, ha offerto a tutti gli iscritti Assidai – in modo totalmente gratuito – la possibilità di aderire al pacchetto “Healthy Manager” per effettuare l’esame ecocolordoppler dei tronchi sovraortici presso le strutture convenzionate con il Fondo sanitario e che hanno aderito al progetto.

Questa indagine rientra tra gli esami di primo livello nell’ambito della prevenzione cardiovascolare, in quanto il rilievo di lesioni arteriosclerotiche a livello carotideo presenta una correlazione non infrequente con analoghe lesioni a livello delle coronarie (le arterie che attraverso cui arriva il sangue al cuore). L’ecodoppler dei tronchi sovraortici è una metodica ecografica e quindi non invasiva e non dolorosa per il paziente. Questo esame consente lo studio della struttura della parete arteriosa e anche del flusso del sangue che scorre all’interno delle arterie. È perciò possibile valutare alcune caratteristiche morfologiche quali il diametro e lo spessore della parete, oltre alle caratteristiche del flusso, quali la velocità e la direzione.

La malattia arteriosclerotica è la patologia più frequentemente studiata nel distretto dei tronchi sovraortici ed è alla base di due delle patologie più diffuse e invalidanti: l’ictus cerebrale e l’infarto del miocardio. La placca carotidea è la lesione aterosclerotica più frequente. Si tratta di accumuli più o meno rilevanti di colesterolo, fibre e cellule all’interno della parete del vaso (che assomigliano molto all’accumulo di ruggine sulla parete di un tubo). Tali accumuli possono essere di piccole dimensioni, ma possono anche diventare così ingombranti da occludere il lume del vaso e quindi determinare un danno irreversibile a livello cerebrale (ictus). Tale metodica consente quindi l’individuazione precoce di tali lesioni che possono essere trattate.

 

Italia, leader in Europa sulla “buona” salute

Ridurre la mortalità prematura entro il 2020, aumentare l’aspettativa di vita, diminuire le disuguaglianze di salute, migliorare il benessere della popolazione, garantire l’accesso universale e il diritto al livello più elevato possibile della salute, e stabilire obiettivi di salute a livello di singoli Stati membri. Sono questi i sei principali obiettivi di “Salute 2020”, fissati ormai nel 2012, e su cui – nell’ultima edizione (appena uscita) dello European Health Report – l’OMS fa un punto dettagliato, con uno spaccato interessante (e confortante) anche sull’Italia.

In Europa si vive di più e meglio

Partiamo dalle notizie positive. A livello europeo, rispetto a cinque anni fa, in media la popolazione vive più a lungo (si è passati da una media di 76,7 anni a una di 77,9 anni), anche se  persiste più di una decade di differenza di aspettativa di vita tra i Paesi con i livelli più alti e quelli con i livelli più bassi (11,5 anni). Inoltre, la mortalità cala per tutte le cause (e per tutte le fasce di età) con un decremento cumulato di circa il 25% nell’arco di 15 anni. Quindi, l’Europa sta facendo meglio di quanto si era prefissata per il 2020: ridurre dell’1,5% l’anno le morti premature dovute ai quattro principali tipi di malattie non trasmissibili – malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito e malattie respiratorie croniche – con un calo medio annuo ormai attorno al 2%, anche se restano profonde differenze tra singole aree geografiche. La lotta alla diffusione delle malattie non trasmissibili vede da sempre in prima fila Assidai, che punta sulla prevenzione primaria (a partire dall’adozione di stili di vita sani e sostenibili) come arma cruciale per vincere questa battaglia.

Altro aspetto cruciale: la percezione di benessere della popolazione europea della Regione è tra le più elevate di tutto il mondo, con una media che si colloca a 6 in una scala da 1 a 10, ma in alcuni Stati è sotto 5 e in altri addirittura sopra il 7,5. E se la spesa sanitaria in rapporto al Prodotto Interno Lordo è praticamente rimasta invariata (8,3% contro 8,2%), l’OMS rileva anche come il numero di Paesi che ha messo in campo politiche contro le disuguaglianze è passato da 29 a 42 (su 53 Paesi complessivi). I risultati tangibili? La mortalità infantile è calata dal 7,3 al 6,8 per mille e la non frequenza della scuola primaria si è abbassata dal 2,6% al 2,3%.

Aumentano obesi e sovrappeso

Ora le notizie meno buone.  In Europa il 29% di coloro che hanno più di 15 anni fuma: si tratta della percentuale più alta delle sei macroregioni mondiali analizzate dall’OMS.  Anche il consumo di alcol resta il più elevato del mondo, anche se è in calo e i livelli  variano tra Paesi in una forbice molto ampia (da 1,1 a 15,2 litri a testa l’anno). Ancora: la popolazione sovrappeso è cresciuta dal 55,9% al 58,7% e gli obesi dal 20,8% al 23,3% dimostrando un trend complessivo crescente per l’Europa. Infine le coperture vaccinali dell’età pediatrica migliorano in generale in tutto il Vecchio Continente, ma recenti focolai di morbillo e rosolia in alcuni Paesi potrebbero mettere a repentaglio l’eliminazione di queste malattie.

Italia, bene SSN ma allarme fumo giovanile

Infine l’Italia, che spicca subito per tre dati: l’aspettativa di vita media che si attesta 82,8 anni (siamo secondi al mondo dietro la Spagna), circa due terzi della popolazione che si sente “in buona salute” e un Servizio Sanitario Nazionale che garantisce quantità (è universalistico) e qualità, visto che risulta efficace nel  mantenere la mortalità prevenibile ai livelli più bassi nell’Unione Europea. Sempre a proposito di SSN, lo studio evidenzia come la spesa sanitaria pubblica procapite è pari a 2.502 euro, il 10% in meno rispetto alla media UE che sfiora i 2.800 euro. Ciò significa, in rapporto al PIL, il 9,1% contro il 9,9% comunitario, a fronte di una spesa out of pocket superiore agli altri Paesi europei.

C’è poi un tema di stili di vita, soprattutto tra i giovani. L’Italia registra la terza percentuale più bassa dopo Svizzera e Danimarca nella diffusione dell’obesità, ma balza immediatamente al quarto posto se si comprendono nella statistica i 15enni maschi, tra i quali gli obesi e in sovrappeso arrivano al 26%. Senza dimenticare il fumo, dove siamo ben sotto la media europea generale ma tra gli adolescenti l’Italia è seconda in Europa per le femmine (22%) e terza per i maschi (20%). Infine il tema dei vaccini: la copertura con la prima dose di anti-morbillo nel 2016 era all’89% e al 92% nel 2017; per la seconda dose si attestava all’85% e all’86% rispettivamente nel 2016 e 2017. Valori elevati ma comunque lontani dal target del 95% fissato dall’OMS. 

 

Welfare sanitario il preferito dai lavoratori

Ristorazione, assistenza sanitaria, previdenza integrativa e istruzione. Appartengono a queste quattro categorie i servizi welfare più diffusi in Italia secondo il Quinto Rapporto Welfare e il Secondo Rapporto Wellbeing di OD&M Consulting, società di Gi Group specializzata in HR Consulting, che ha svolto due indagini parallele su un panel di 161 aziende italiane e su un campione di oltre 500 lavoratori. L’obiettivo? Mettere a fuoco l’evoluzione della percezione del welfare aziendale in Italia sotto entrambi i punti di vista e, soprattutto, quantificare il suo impatto sulla motivazione dei dipendenti. Una ricerca che conferma il ruolo di primo piano dell’assistenza sanitaria e dunque dell’offerta di servizi sanitari integrativi da parte di fondi come Assidai, in grado di garantire un vero valore aggiunto ai propri iscritti.

L’80% dei lavoratori vuole il welfare sanitario

Secondo l’indagine di OD&M Consulting, l’assistenza sanitaria rimane il servizio più apprezzato dai lavoratori con quasi l’80% di gradimento, seguito da ferie e permessi (voluti soprattutto dai giovani). Al terzo posto i servizi di ristorazione e a seguire quelli di gestione del tempo (che registrano una crescita di oltre 7 punti, arrivando a un gradimento del 78,6% se viene previsto anche lo smart working). Seguono, a pari merito, i servizi di previdenza e di mobilità con il 69,2% di preferenze, oltre ai programmi e servizi assicurativi e ai piani di maternità, tutti in crescita nella fascia tra 35 e 44 anni.

Spostandosi invece sul fronte delle aziende, tra i principali servizi offerti, spiccano la ristorazione (77,8%), l’assistenza sanitaria (71,1%), la previdenza (57,8%) e l’istruzione (54,4%). In generale, oltre l’80% delle imprese (ma c’è una preponderanza delle grandi) offre servizi di welfare a tutti i dipendenti e, in sette casi su 10, lo fa – oltre che in base alla possibilità di defiscalizzazione – ascoltando i bisogni dei lavoratori e utilizzando analisi socio-demografiche. Al proposito è importante ricordare come il 73% delle imprese offre ai dipendenti la possibilità di scegliere all’interno di un paniere di servizi. E proprio una bassa flessibilità, in questo senso, incide negativamente sulla soddisfazione dei lavoratori. Altri elementi critici risiedono in un’eventuale scarsa chiarezza del regolamento del piano e in difficoltà nell’accesso ai servizi.

“Un nuovo patto tra impresa e lavoratore”

È molto interessante sentire il parere di Miriam Quarti, Senior Consultant e Responsabile dell’area Reward&Performance di OD&M Consulting.

“Il welfare aziendale è ormai un pilastro fondamentale del Total Reward per la gestione del rapporto azienda/lavoratore; proprio per questo, per garantire il successo dei piani sono cruciali il coinvolgimento dei dipendenti e la soddisfazione di effettivi bisogni che si estendono sempre più alla dimensione famigliare e al benessere individuale”.

Inoltre, secondo Quarti, presidiare l’intero processo, identificare le modalità di implementazione più coerenti con le finalità e procedere soprattutto con una comunicazione strategica e operativa mirata, sono aspetti fondamentali per il successo del piano.

Il welfare aziendale è parte integrante di un nuovo patto tra azienda e lavoratore, basato non più solo sull’erogazione di denaro, – conclude l’esperta – ma anche di servizi che aiutano le persone ad accrescere il loro benessere nell’organizzazione. Questo è un aspetto da valorizzare in modo adeguato con i lavoratori”.

Il welfare e il benessere dei dipendenti

C’è poi il capitolo del cosiddetto “Wellbeing”: oltre che per obbligo derivante da contratto nazionale, nel 35,6% dei casi le aziende implementano piani di welfare per aumentare il livello di benessere delle persone e organizzativo generale. Tra i lavoratori che hanno percepito che questa fosse la finalità principale (21,4%) è cresciuto maggiormente il grado di soddisfazione (+7,4%). Non solo: secondo la ricerca di OD&M Consulting, 9 lavoratori su 10 pensano che i servizi di welfare aziendale possono impattare positivamente sul livello di benessere personale e sul bilanciamento tra vita lavorativa e privata e il 72,5% pensa che la propria azienda investirà in futuro su questa tipologia di servizi.