Welfare sanitario il preferito dai lavoratori

Ristorazione, assistenza sanitaria, previdenza integrativa e istruzione. Appartengono a queste quattro categorie i servizi welfare più diffusi in Italia secondo il Quinto Rapporto Welfare e il Secondo Rapporto Wellbeing di OD&M Consulting, società di Gi Group specializzata in HR Consulting, che ha svolto due indagini parallele su un panel di 161 aziende italiane e su un campione di oltre 500 lavoratori. L’obiettivo? Mettere a fuoco l’evoluzione della percezione del welfare aziendale in Italia sotto entrambi i punti di vista e, soprattutto, quantificare il suo impatto sulla motivazione dei dipendenti. Una ricerca che conferma il ruolo di primo piano dell’assistenza sanitaria e dunque dell’offerta di servizi sanitari integrativi da parte di fondi come Assidai, in grado di garantire un vero valore aggiunto ai propri iscritti.

L’80% dei lavoratori vuole il welfare sanitario

Secondo l’indagine di OD&M Consulting, l’assistenza sanitaria rimane il servizio più apprezzato dai lavoratori con quasi l’80% di gradimento, seguito da ferie e permessi (voluti soprattutto dai giovani). Al terzo posto i servizi di ristorazione e a seguire quelli di gestione del tempo (che registrano una crescita di oltre 7 punti, arrivando a un gradimento del 78,6% se viene previsto anche lo smart working). Seguono, a pari merito, i servizi di previdenza e di mobilità con il 69,2% di preferenze, oltre ai programmi e servizi assicurativi e ai piani di maternità, tutti in crescita nella fascia tra 35 e 44 anni.

Spostandosi invece sul fronte delle aziende, tra i principali servizi offerti, spiccano la ristorazione (77,8%), l’assistenza sanitaria (71,1%), la previdenza (57,8%) e l’istruzione (54,4%). In generale, oltre l’80% delle imprese (ma c’è una preponderanza delle grandi) offre servizi di welfare a tutti i dipendenti e, in sette casi su 10, lo fa – oltre che in base alla possibilità di defiscalizzazione – ascoltando i bisogni dei lavoratori e utilizzando analisi socio-demografiche. Al proposito è importante ricordare come il 73% delle imprese offre ai dipendenti la possibilità di scegliere all’interno di un paniere di servizi. E proprio una bassa flessibilità, in questo senso, incide negativamente sulla soddisfazione dei lavoratori. Altri elementi critici risiedono in un’eventuale scarsa chiarezza del regolamento del piano e in difficoltà nell’accesso ai servizi.

“Un nuovo patto tra impresa e lavoratore”

È molto interessante sentire il parere di Miriam Quarti, Senior Consultant e Responsabile dell’area Reward&Performance di OD&M Consulting.

“Il welfare aziendale è ormai un pilastro fondamentale del Total Reward per la gestione del rapporto azienda/lavoratore; proprio per questo, per garantire il successo dei piani sono cruciali il coinvolgimento dei dipendenti e la soddisfazione di effettivi bisogni che si estendono sempre più alla dimensione famigliare e al benessere individuale”.

Inoltre, secondo Quarti, presidiare l’intero processo, identificare le modalità di implementazione più coerenti con le finalità e procedere soprattutto con una comunicazione strategica e operativa mirata, sono aspetti fondamentali per il successo del piano.

Il welfare aziendale è parte integrante di un nuovo patto tra azienda e lavoratore, basato non più solo sull’erogazione di denaro, – conclude l’esperta – ma anche di servizi che aiutano le persone ad accrescere il loro benessere nell’organizzazione. Questo è un aspetto da valorizzare in modo adeguato con i lavoratori”.

Il welfare e il benessere dei dipendenti

C’è poi il capitolo del cosiddetto “Wellbeing”: oltre che per obbligo derivante da contratto nazionale, nel 35,6% dei casi le aziende implementano piani di welfare per aumentare il livello di benessere delle persone e organizzativo generale. Tra i lavoratori che hanno percepito che questa fosse la finalità principale (21,4%) è cresciuto maggiormente il grado di soddisfazione (+7,4%). Non solo: secondo la ricerca di OD&M Consulting, 9 lavoratori su 10 pensano che i servizi di welfare aziendale possono impattare positivamente sul livello di benessere personale e sul bilanciamento tra vita lavorativa e privata e il 72,5% pensa che la propria azienda investirà in futuro su questa tipologia di servizi.

5 regole per vivere a lungo e in buona salute

Stop alle sigarette, consumare alcol con moderazione, svolgere esercizio fisico in modo regolare, alimentarsi in modo sano e corretto, mantenere il peso forma. Sono queste, secondo un recente studio dell’American Heart Association, le cinque regole d’oro da seguire per vivere a lungo e in salute. Osservarle tutte, infatti, fa guadagnare in media oltre 10 anni di vita. Vediamole allora, nel dettaglio, ricordando che tutte queste regole appartengono a quella prevenzione primaria che Assidai, da tempo, sostiene e diffonde, informando puntualmente i propri assistiti.

No alle sigarette

Liberarsi dal vizio delle sigarette è condizione necessaria, ma non sufficiente, per allungare la propria vita dei 10 anni medi stimati dall’American Heart Association. Il fumo, va ricordato, è un’emergenza mondiale, con una dinamica crescente soprattutto nei cosiddetti Paesi Emergenti. Secondo le ultime statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le sigarette mietono 6 milioni di vittime l’anno (il 10% per il fumo passivo) aumentando esponenzialmente per i fumatori le possibilità di sviluppare un cancro: ciò significa una morte ogni sei secondi. Senza contare la scia drammatica di malattie invalidanti legate allo stesso consumo di sigarette. In Italia i decessi legati alle “bionde” sono oltre 80mila e il 50% dei fumatori muore in media 14 anni prima. Numeri drammatici ed eloquenti al tempo stesso, che tuttavia non sono stati finora sufficienti per arginare questo fenomeno.

No all’alcol

Consumare alcolici con moderazione significa per le donne non superare 5-15 grammi di alcol al giorno e per gli uomini 5-30 grammi. Detto in termini più semplici: lei può bere al massimo un bicchiere di vino e lui due. Un “compromesso” accettabile per coloro a cui piace degustare, magari abbinato a un buon piatto, il cosiddetto nettare di Bacco e che, secondo l’American Heart Association, consente di ottenere il massimo in termini di aspettativa di vita. Meglio ancora, suggerisce inoltre l’associazione, se si tengono sempre sotto controllo anche colesterolo, glicemia e pressione. Anche per quanto riguarda l’alcol ecco qualche numero per spiegare meglio il concetto: ogni anno il suo abuso causa nel mondo 3,3 milioni di morti ed è responsabile dell’insorgenza di oltre 230 patologie, che costano alla società complessivamente almeno 17 milioni di anni di vita.

Fare attività sportiva

Specie per chi lavora alla scrivania o si sposta prevalentemente in auto, il rischio è quello della pigrizia e della sedentarietà. Invece, è molto importante mantenere sempre un buon livello di attività fisica, anche di bassa o media intensità. Insomma, non c’è bisogno di correre maratone o macinare chilometri di nuoto: 150 minuti a settimana di camminata a passo veloce rappresentano il livello minimo di attività fisica richiesta per attenersi ai dettami dell’American Heart Association e aumentare le proprie aspettative di vita. Per quel 38% di italiani che, secondo le ultime statistiche dell’Istat, ha dichiarato di non svolgere alcuno sport, va ricordato che per attività fisica moderata si intendono anche comportamenti virtuosi (e assolutamente fattibili nella vita di tutti i giorni), come muoversi in bicicletta o a piedi per andare a lavorare o fare la spesa, quindi evitando la macchina per ogni spostamento, fare una passeggiata al parco, preferire le scale all’ascensore, dedicarsi ai lavori domestici oppure, magari, scendere alla fermata prima se ci si muove in autobus.

Controllare l’alimentazione

Il cibo è il migliore alleato per tenere lontane determinate malattie e problematiche fisiche. Uno stile alimentare corretto, che eviti eccessivi grassi e zuccheri, garantendo il corretto apporto di frutta e verdura, consente alle donne che rispettano tutte le cinque regole dell’American Heart Association di allungare la vita attesa di 14 anni. Va anche detto che, in tema di alimentazione, gli italiani partono avvantaggiati grazie alla cosiddetta dieta mediterranea, riconosciuta peraltro dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Un recente studio italiano, condotto sulla popolazione del Molise e pubblicato sul British Journal of Nutrition, ha dimostrato che seguire questo regime alimentare diminuisce la mortalità del 25% per gli over 65.

Controllare il peso

Il segreto sta nell’indice di massa corporea, che si calcola dividendo il peso in chili per il quadrato dell’altezza in metri e deve essere compreso fra quota 18 e quota 25. Se si rientra in questi parametri e si seguono le altre quattro regole dell’American Heart Association, cala addirittura dell’82% il rischio di decesso per cause cardiovascolari e per il 65% la probabilità di ammalarsi di tumori mortali.

Ecco dunque le cinque regole, dettate dall’American Heart Association, per una vita lunga e sana: “tendere” verso questa eccellenza, che in un mondo ideale dovrebbe diventare normalità, sarebbe anche un’ottima base per garantire nel tempo la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Ictus, anche l’Europa punta sulla prevenzione

L’Europa scende in campo contro l’ictus. Se Assidai, nel suo piccolo, lo scorso giugno ha realizzato con successo la campagna “Healthy Manager”, che ha registrato quasi 6mila adesioni, la European Stroke Organization ha rilanciato e potenziato un piano di azione per il Vecchio Continente nel periodo 2018-2030. Gli obiettivi? Principalmente quattro. Innanzitutto la riduzione del numero assoluto degli ictus in Europa del 10%. In secondo luogo, il trattamento di almeno il 90% dei pazienti in una unità neurovascolare come primo livello di cura. In terzo luogo, la creazione di piani nazionali specifici che comprendano tutto il percorso che va dalla prevenzione primaria fino alla vita dopo l’ictus. Infine, la messa a punto, e soprattutto l’implementazione, di strategie nazionali che promuovano stili di vita sani e, al contempo, riducano i fattori ambientali, socio-economici ed educativi che aumentano il rischio di incorrere in questa patologia.

Ictus: enormi costi sociali e finanziari per il sistema

L’urgenza di un’iniziativa ancora più convinta e forte contro l’ictus a livello europeo è data da numeri e previsioni sempre più allarmanti per il futuro. Stando alle ultime stime della European Stroke Organization, entro il 2035 si verificherà un aumento del 34% del numero totale degli “eventi” cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea, passando dagli oltre 613mila casi del 2015 a quasi 820mila nel 2035. Di conseguenza, lieviterà anche il numero delle persone che dovrà convivere con le conseguenze di una patologia che diventerà cronica: si passerà dai 3,71 milioni di tre anni fa a 4,63 milioni per il 2035.

Del resto, a giocare un ruolo rilevante in questa dinamica, sarà anche il progressivo invecchiamento della popolazione. Tutto ciò, oltre ad avere un impatto umano devastante, avrà anche un costo rilevante, stimato in 45 miliardi di euro in Europa nel 2015 e destinato ad aumentare, sia per i costi derivanti dall’assistenza sanitaria, sia per quelli indiretti a carico delle famiglie e delle società intera. Un ragionamento che vale anche per l’Italia, dove l’ictus cerebrale è una patologia grave e disabilitante che rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Circa 150mila italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono circa 800mila, ma sono purtroppo destinate a crescere, sia per l’invecchiamento progressivo della popolazione, sia perché tra i giovani è in aumento l’abuso di alcool e droghe. Secondo le ultime statistiche, delle persone colpite da ictus, il 20-30% muore entro tre mesi, il 40-50% perde in modo definitivo la propria autonomia, e il 10% presenta una recidiva severa entro 12 mesi.

La campagna “Healthy Manager” di Assidai-Federmanager

In questo contesto si colloca la campagna di prevenzione “Healthy Manager”, che Assidai ha lanciato a giugno, insieme con Federmanager, e che ha visto come partner i colossi assicurativi Allianz e Generali Welion. Per tutti gli iscritti al Fondo è stato possibile prenotare un esame Ecocolordoppler dei tronchi sovraortici (TSA) – considerato fondamentale dagli esperti per prevenire l’ictus – da svolgere, in modo completamente gratuito, presso una rete di oltre 90 strutture sanitarie aderenti all’iniziativa. Guardando i numeri, l’iniziativa è stata un successo con 5.933 prenotazioni, il 57% in più rispetto alle 3.777 del 2016, quando si era svolta la precedente campagna di prevenzione.

Come funziona esattamente questo esame (assolutamente non invasivo)? L’ecocolordoppler dei tronchi sovraortici è un tipo di ecografia vascolare che permette lo studio morfologico e funzionale dei vasi del collo, valutandone sia il diametro e lo spessore di parete, sia la velocità e la direzione del flusso ematico all’interno. È un modo per scoprire i primi indizi di una malattia aterosclerotica, ovvero la patologia più studiata nel distretto dei tronchi sovraortici, che può determinare piccoli ispessimenti di parete o veri e propri restringimenti del lume di un vaso (stenosi). L’associazione tra i dati anatomici e quelli flussimetrici permette la stima esatta dell’entità della stenosi e indirizza verso una corretta terapia. L’ecocolordoppler TSA, inoltre, è necessario per seguire nel tempo l’andamento di una stenosi e valutare l’esito di un intervento chirurgico o endovascolare di correzione della stessa.

Farmaci equivalenti e farmaci di marca: il report Ticket 2017

Oltre un terzo del ticket sanitario è pagato “per scelta” dai cittadini. Detto in cifre, dei quasi 2,9 miliardi di euro sborsati complessivamente per questa voce dagli italiani nel 2017, infatti, oltre 1 miliardo “è imputabile alla scarsa diffusione dei farmaci equivalenti in Italia”. Ad affermarlo, numeri alla mano, è il recente report “Ticket 2017”, realizzato dalla Fondazione Gimbe, che ha rielaborato i dati definitivi sulla compartecipazione alla spesa dei cittadini nel 2017.

Il concetto è molto semplice: 1 miliardo di euro è la somma addizionale pagata l’anno scorso da tutti gli italiani che hanno preferito acquistare un farmaco di marca rispetto al generico, affrontando per questo una spesa superiore. Si tratta, fa notare Gimbe, di circa 17 euro a testa, con le punte più alte al Centro-Sud. Il trend è in atto da tempo e poggia sulla scarsa diffusione in Italia dei farmaci equivalenti, documentata dall’Ocse, che ci ha collocato al penultimo posto su 27 Paesi sia per valore (8,4% su una media Ocse del 25%), sia per volume (19,2% contro il 51,5% ) del consumo di farmaci alternativi a quelli di marca. Basta “spacchettare” il ticket 2017 sui farmaci, che include per un importo complessivo superiore a 1,5 miliardi la quota fissa per la ricetta e la quota differenziale sul prezzo di riferimento pagata dai cittadini che preferiscono l’articolo di marca rispetto all’equivalente; per tracciare una tendenza chiara: nel periodo 2013-2017, a fronte di una riduzione della quota fissa da 558 milioni a 498 milioni (-11%), la componente differenziale per acquistare il farmaco di marca è aumentato da 878 milioni a 1,05 miliardi, cioè del 20%.

Spesa, si allarga la forbice farmaci-prestazioni

Per allargare ulteriormente l’obiettivo della nostra analisi, nel 2017 le Regioni hanno incassato per i ticket quasi 2,9 miliardi, che  corrispondono ad una quota pro-capite di 47,6 euro, di cui gli 1,549 miliardi (25,5 euro procapite) sono legati ai farmaci e 1,33 miliardi (22,1 euro procapite) alle prestazioni di specialistica ambulatoriale, incluse quelle di pronto soccorso. Ebbene, se si considera il periodo 2014-2017, la dinamica in questione emerge in modo ancora più netto: l’ammontare complessivo del ticket è rimasto stabile attorno a 2,9 miliardi, ma la forbice tra la spesa per farmaci e quella per prestazioni, praticamente inesistente quattro anni fa, si è allargata a dismisura con la prima voce che è aumentata del 7,9% e la seconda che è calata del 7,7%.

Il motivo? Sempre il solito: i cittadini preferiscono il farmaco di marca all’equivalente. Insomma, il Servizio Sanitario Nazionale – nonostante le ristrettezze di spesa e le dinamiche demografiche, che nel medio termine rendono auspicabile l’intervento di un sostegno privato, per esempio, proveniente da fondi integrativi, come Assidai – continua a mantenersi all’altezza e il rincaro della spesa sanitaria è da legare anche a scelte scorrette, o talvolta semplicemente non consapevoli, del cittadino-paziente, nel caso specifico sulla scelta dei farmaci.

Farmaci generici, Bolzano la provincia più “virtuosa”

Dall’analisi di Gimbe emergono, inoltre, significative differenze regionali sotto diversi punti di vista. Se il range della quota pro-capite totale per i ticket oscilla dai 97,7 in Valle d’Aosta ai 30,4 euro in Sardegna, per i farmaci varia dai 34,3 euro in Campania ai 15,6 euro in Friuli Venezia Giulia, mentre per le prestazioni specialistiche si va dai 66,2 della Valle d’Aosta agli 8,6 della Sicilia. Qual è invece la provincia più virtuosa nella scelta dei farmaci generici rispetto a quelli di marca? Bolzano con un differenziale di 10,5 euro a fronte di una media nazionale di 17,3 euro, mentre Lazio e Sicilia sono in coda alla classifica con 22,1 euro.

Italia fanalino di coda nella LTC – Long Term Care

L’invecchiamento della popolazione italiana rischia di essere una “bomba” non solo per il settore sanitario, ma per gli equilibri economici e sociali dell’intero Paese. A lanciare l’allarme, giustificato da numeri eloquenti, è stata la terza edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine, organizzati da Italia Longeva, con la collaborazione, tra gli altri, del Ministero della Salute e dell’Istat: un appuntamento che ha acceso un faro sulla copertura Ltc (Long Term Care), un fronte sul quale Assidai si è sempre mossa in prima linea e su cui invece l’Italia staziona nelle retrovie rispetto ai principali partner europei.

Nel 2030 5 milioni di anziani disabili

Il punto di partenza è una cifra che riassume perfettamente il rischio che grava sul sistema Italia: nei prossimi dieci anni, 8 milioni di anziani avranno almeno una malattia cronica grave, vale a dire ipertensione, diabete, demenza, malattie cardiovascolari e respiratorie. Curarli tutti in ospedale, secondo il Professor Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva, sarebbe come “trasformare Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna e Firenze in grandi reparti a cielo aperto”. Quindi, l’obbligo diventa “dare una risposta efficace alla fragilità e alla non autosufficienza dei nostri anziani, che si accompagnerà anche a una crescente solitudine”. Del resto, la popolazione italiana, in continua crescita negli ultimi 100 anni, oggi diminuisce, e al contempo invecchia, più velocemente: nel 2050 saremo due milioni e mezzo in meno. Al tempo stesso – secondo le stime elaborate dall’Istat per Italia Longeva – gli over65, oggi un quarto della popolazione, diventeranno più di un terzo, vale a dire 20 milioni di persone, di cui oltre 4 milioni avranno più di 85 anni. Ma già nel 2030,  secondo le ricerche effettuate, la cosiddetta “bomba dell’invecchiamento” potrebbe esplodere con 5 milioni di anziani potenzialmente disabili, innescando un circolo vizioso se non adeguatamente gestito: l’aumento della vita media causerà l’incremento di condizioni patologiche che richiederanno cure a lungo termine e determineranno un’impennata del numero di persone non autosufficienti, esposte al rischio di solitudine e di emarginazione sociale;  crescerà inesorabilmente anche la spesa per la cura e l’assistenza a lungo termine degli anziani e  quella previdenziale, mentre diminuirà la forza produttiva del Paese e non ci saranno abbastanza giovani per prendersi cura degli anziani.

Assidai in prima linea sulla LTC – Long Term Care

Sono tutte dinamiche più volte evidenziate da Assidai che, sulla copertura LTC (cioè l’insieme dei servizi socio-sanitari forniti con continuità a persone che necessitano di assistenza permanente a causa di disabilità fisica o psichica) ha spesso giocato d’anticipo. Nel 2015, infatti, aveva impresso una prima svolta estendendo la copertura anche al coniuge o al convivente more uxorio dell’iscritto, mentre l’anno scorso ha introdotto novità molto positive e rilevanti sia per gli iscritti under 65 (allargata la copertura a tutto il nucleo familiare dell’iscritto con aumento del 30% della rendita in caso di presenza di un figlio minore e fino alla sua maggiore età, e raddoppio della rendita in presenza di un figlio già non autosufficiente) sia per gli iscritti over 65 (con il pacchetto garantito arricchito di ulteriori prestazioni).

Italia fanalino di coda UE sulla non autosufficienza

Secondo i più recenti dati Eurostat, l’Italia naviga nelle retrovie a livello europeo per le cure a lungo termine che, nel solo 2016, hanno assorbito 15 miliardi di euro, dei quali ben 3,5 miliardi pagati di tasca propria dalle famiglie. Il nostro Paese riserva alla LTC il 10% della spesa sanitaria, fanalino di coda tra i big europei: Svezia e Olanda guidano la classifica con il 26,3% e il 24,8%, la Germania è al 16,3%, l’Austria sfiora il 15% e la Francia è al 12%. “Nei prossimi 50 anni – ha concluso nel corso degli Stati Generali Tito Boeri, presidente dell’INPS – le generazioni più a rischio di non autosufficienza passeranno da un quinto a un terzo della popolazione. Non è pensabile rispondere a una domanda crescente di assistenza basandosi sul contributo delle famiglie”. È per questo che, oltre al Servizio Sanitario Nazionale, anche la sanità integrativa deve fare la propria parte (ed essere messa nelle condizioni di farlo), per rendere sostenibile la gestione dell’invecchiamento della popolazione a livello sociale, finanziario e “umano”.

I danni del fumo nella Global Adult Tobacco Survey dell’OMS

Il 40% della popolazione è esposta al fumo passivo in luoghi pubblici, il 29% è un fumatore attivo, mentre solo il 6% ha provato a smettere negli ultimi 12 mesi (con un 8% che è intenzionato a farlo a breve). E ancora: meno di un quarto degli adulti in Cina è consapevole che la sigaretta causa l’infarto e il cancro al polmone e sia in India che in Indonesia oltre il 50% della popolazione non è conscio della correlazione tra fumo e ictus. Sono questi i principali risultati del Global Adult Tobacco Survey, uno studio condotto in 22 Paesi in via di sviluppo per complessivi 3 miliardi di persone e realizzato, tra gli altri, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ,dalla Cdc Foundation (finanziata dalla Bloomberg Philanthropies e dalla Bill & Melinda Gates Foundation). Tra gli Stati esaminati, oltre a quelli già citati, spiccano Brasile, Messico, Argentina, Nigeria, Etiopia, Russia, Indonesia, Grecia, Polonia, Turchia e Ucraina.

Un’indagine di ampio respiro, basata su interviste a oltre 380 mila famiglie, che ha evidenziato come il livello di consapevolezza dei danni causati dalle sigarette non sia ancora ai livelli sperati. Fumare e respirare il fumo passivo – sottolinea l’OMS – causa 7,1 milioni di morti l’anno, di cui, quasi la metà, circa 3 milioni, sono legate alle patologie cardiovascolari (compresi ictus e infarto), che a loro volta sono tra i primi fattori delle malattie non trasmissibili. Proprio questo è il rischio più subdolo del fumo: molte persone associano la sigaretta ai tumori e alle malattie polmonari e molte meno a ictus e malattie cerebrali, che invece – a dirlo sono i numeri – sono i principali “killer” a livello globale.

Gli obiettivi dell’OMS sul fumo ancora lontani

Nel 2000 l’OMS si era posta un obiettivo molto chiaro e ambizioso: ridurre del 30% entro il 2025 i fumatori adulti, cioè da 15 anni in su. Oggi centrarlo sembra difficile visto che, nel 2016, fumava il 20% della popolazione mondiale contro il 27% di inizio Millennio: oltre metà dei Paesi membri ha ridotto il numero di fumatori in questo lasso di tempo, ma solo uno su otto riuscirà a rispettare i target. Oltre l’80% dei fumatori vive in Paesi a medio e basso reddito, che sono anche quelli in cui il loro numero cala più lentamente con la Cina leader (oltre 307 milioni di tabagisti) seguita dall’India. Uno Stato su quattro, inoltre, non possiede neppure gli strumenti necessari per monitorare i consumi di tabacco dei propri abitanti.

Il fumo in Italia nell’indagine Doxa

A livello globale, oggi, ci sono 1,1 miliardi di fumatori adulti e almeno 367 milioni di consumatori di tabacco (senza fumo). Il numero di fumatori nel mondo è sostanzialmente invariato: era di 1,1 miliardi anche nel 2000. Un dato da attribuire alla crescita della popolazione, anche se i tassi di prevalenza diminuiscono. E l’Italia? In base alle indagini realizzate dalla Doxa, per l’Istituto Superiore di Sanità dal 28,9% del 2001 nel 2017 ci siamo attestati poco sopra il 22% con una riduzione dunque di circa il 24%. Sarebbe una buona notizia se non fosse che – sottolineano le stesse statistiche – da ormai nove anni il trend di calo si è fermato. In tutto, in Italia, i fumatori sono 11,5 milioni: 6,9 milioni di uomini (il 27,3%) e 4,6 milioni di donne (17,2%).

Costi sociali e finanziari del fumo

Senza calcolare i costi, da esaminare a 360 gradi. Un fumatore italiano in media consuma 5mila sigarette l’anno, pari a 250 pacchetti. Calcolando un costo medio di 5,5 euro a pacchetto in un anno spende in media 1.375 euro. In trent’anni di tabagismo spende oltre 41mila euro: smettendo si darebbe, da solo, un bell’aumento di stipendio senza contare ovviamente l’aspetto sanitario in termini di prevenzione primaria, un elemento – quest’ultimo – da sempre considerato cruciale da Assidai per la tutela della salute, ma anche degli equilibri economico-finanziari del Servizio Sanitario Nazionale. I costi del tabagismo per lo Stato sono infatti altissimi, stimati in circa 6,5 miliardi di euro l’anno per curare le malattie che derivano da esso, senza considerare i disagi sociali e famigliari. A livello globale, ovviamente, i numeri sono enormi: secondo l’OMS 422 miliardi di dollari l’anno (il 5,7% delle spese sanitarie globali), che con i costi indiretti (perdita di produttività per malattia o decessi) arrivano a 1.436 miliardi di dollari, pari all’1,8% del PIL mondiale.

 

 

 

 

Prevenzione primaria e morti evitabili: Italia campione d’Europa

Il dato più lampante è il seguente: nell’Unione Europea, nel 2015, circa 570mila morti (un terzo dei decessi complessivi) sarebbero state evitabili grazie alle conoscenze mediche e tecnologiche di cui si dispone attualmente. A riportarlo è un rapporto diffuso da Eurostat nei giorni scorsi, che analizza approfonditamente la condizione sanitaria del Vecchio Continente.  La prima causa di morte evitabile? L’infarto, che colpisce un terzo delle vittime, seguito dall’ictus (con il 16%) e dal tumore al colon e al retto (12%). A rimarcare la gravità della situazione, ma anche paradossalmente i possibili margini di miglioramento della stessa, c’è il fatto che circa un terzo delle vittime registrate ha un’età inferiore ai 75 anni.

Morti evitabili: Italia leggermente meglio della media UE

E l’Italia? Ricordando che con “morte evitabile” si intende “un decesso che sarebbe potuto non avvenire in un dato momento se ci fosse stata una assistenza sanitaria adeguata in atto, dal punto di vista della tempestività o del livello tecnologico”, il nostro Paese si attesta a poco più di 52mila morti per il 2015, cioè il 32% del totale. Parliamo di una percentuale leggermente inferiore alla media UE che è il 33,1%, ma più alta di Paesi come la Francia, che è l’unica sotto il 25%,, oppure la Spagna, la Norvegia o la Svizzera. Nella classifica di Eurostat, Romania e Lettonia sono le peggiori: rispettivamente con il 49,4% e il 48,5% delle morti evitabili. Subito dopo ci sono Lituania (45,4%) e Slovacchia (44,6%), mentre i migliori, al di là della già citata Francia, sono Danimarca (27,1%), Belgio (27,5%) e Olanda (29,1%). Il nostro Paese è sì poco sopra la media europea, ma fa comunque meglio rispetto al Regno Unito, altro Stato con un sistema sanitario storicamente universalistico ed efficiente, che, a sorpresa, raggiunge un 34,2% di morti evitabili.

Italia leader nella prevenzione primaria

In realtà, il nostro Paese primeggia nell’altra classifica stilata da Eurostat, che è quella relativa alle morti “prevenibili”, che sono oltre 1 milione in Europa e comprendono, oltre alle evitabili, anche quelle legate a carenza di prevenzione primaria, cioè causate per esempio da alimentazione scorretta, fumo e abuso di alcol. Sicuramente, sostengono infatti gli esperti, è importante abbassare il preoccupante dato dei decessi “evitabili”, ma è altrettanto cruciale lavorare sulla prevenzione –un fronte sul quale Assidai è attivo da tempo, sotto vari punti di vista e linee di azione – trasmettendo ai cittadini stili di vita attenti e sani e rendendoli consapevoli che la loro salute dipende anche e soprattutto da scelte di carattere privato. Ebbene, nella classifica dei Paesi che prevengono le morti evitabili per carenza di prevenzione primaria l’Italia brilla decisamente: è al secondo posto, con 151 decessi su 100mila abitanti, dietro soltanto al Liechtenstein (123), ma decisamente davanti a tutti gli altri partner europei come Francia (184) e Germania (214); Cipro (155)  e Spagna (158) ci arrivano dietro per un’incollatura come la Svizzera (163), mentre la Gran Bretagna si attesta a quota 213, a fronte di una media europea di 216.

Cosa significa tutto ciò? Che la tanto bistrattata Italia, sul fronte del Servizio Sanitario Nazionale, offre comunque un’assistenza leggermente sopra la media del Vecchio Continente, mentre per quanto riguarda la prevenzione primaria – nonostante la crescente diffusione di alcuni trend e abitudini preoccupanti (vedi bambini e adolescenti sovrappeso) – siamo tra i primi in Europa e praticamente leader incontrastati tra i Paesi più grandi.

La Corte dei Conti promuove il SSN

La notizia positiva è tutta in una parola: resilienza, cioè la capacità di adattarsi a un cambiamento (molto spesso negativo). Nel caso specifico, il Servizio Sanitario Nazionale, nonostante i numerosi interventi in tema di razionalizzazione della spesa che si sono abbattuti sul comparto sanitario con tagli “spesso troppo lineari”, ha saputo proporre “scelte e metodologie organizzative profondamente innovatrici, in grado di preservare i livelli qualitativi dei servizi resi ai cittadini”.

A dirlo è niente meno che la Corte dei Conti, ovvero la magistratura contabile, per bocca del procuratore generale Alberto Avoli, nella propria memoria orale in occasione della presentazione del “Giudizio di parificazione sul rendiconto generale  dello Stato per l’esercizio finanziario 2017″, avvenuta nei giorni scorsi. In sintesi, la sanità italiana conferma il trend degli ultimi anni: a fronte delle persistenti difficoltà a far quadrare i conti pubblici, che inevitabilmente si riflettono anche sulle risorse a disposizione, continua a fare di necessità virtù garantendo comunque ai cittadini un servizio universalistico, gratuito (ticket permettendo) e di qualità. Caratteristiche che fanno del Servizio Sanitario Nazionale un caso quasi unico al mondo, ma pongono anche un tema di sostenibilità futura, che – a fronte anche dell’invecchiamento della popolazione – non potrà prescindere dallo sviluppo di una “stampella” privata (non alternativa ma complementare al pubblico) con fondi integrativi, come Assidai, pronti a fare la propria parte.

Sistema Sanitario Nazionale: in calo gli investimenti e disparità territoriali

Torniamo ai numeri della Corte dei Conti. Nel corso del 2017, la spesa sostenuta dal SSN è stata pari a 117,472 miliardi di euro, in crescita dell’1,34 per cento rispetto all’esercizio precedente. E come è stata finanziata? Quasi interamente dal gettito tributario (Iva e accise in primo luogo e quindi Irap e addizionale regionale Irpef), con una incidenza del 6,85% sul prodotto interno lordo. Inevitabilmente anche la spesa pro capite è salita a 1.939 € rispetto ai 1.912 € del 2016.

Qui, tuttavia, arriva una notizia meno positiva. Separando, infatti, le varie voci di spesa si scopre che, a fronte di un costo complessivo del personale praticamente stabile, “si registra una contrazione della spesa per investimenti infrastrutturali e tecnologici, il che determina e aggrava il significativo tasso di obsolescenza delle tecnologie a disposizione delle strutture”, sottolinea la Corte dei Conti. Più nello specifico: stando ai dati del Ministero della Salute, circa un terzo delle apparecchiature è operativo da più di 10 anni ed ha bisogno di frequenti interventi di manutenzione che le rendono indisponibili per lungo tempo”.

C’è poi il tema, sempre presente, purtroppo, delle disparità territoriali. Secondo la magistratura contabile permangono, infatti, significative differenze nella qualità e nella disponibilità dei servizi fra le varie Regioni: una situazione di diseguaglianza la cui prova lampante è la crescente incidenza della mobilità sanitaria, cioè il fatto che sempre più persone si spostano dalla terra d’origine per curarsi. Qualche esempio? La Calabria ha una mobilità passiva in uscita del 21,3% (a fronte di una mobilità attiva del 2,5%), la Sicilia ha rispettivamente percentuali del 7,1% e dell’1,8%. E chi attira i cittadini che decidono di ricevere le cure in aree diverse da quelle di residenza? Lombardia e Veneto al Nord, Emilia Romagna, Toscana e Umbria al centro.

Corte dei Conti: il nostro SSN resta tra i migliori e i meno costosi

In realtà già a marzo la Corte dei Conti si era espressa sulla sanità italiana, basandosi su alcuni numeri del 2016, nel “Referto al Parlamento” sulla gestione dei servizi sanitari regionali. La magistratura contabile, in quell’occasione, aveva confermato come “il sistema sanitario italiano, a confronto con quelli dei maggiori Paesi europei, resta tra i (relativamente) meno costosi, pur garantendo, nel complesso, l’erogazione di buoni servizi” anche se “deve essere attenzionata, peraltro, la tendenza ad un maggior ricorso a prestazioni svolte da privati, integralmente a carico dei cittadini”, cioè la cosiddetta spesa out of pocket. Altri elementi positivi? Il calo del deficit (ridotto a 1 mliardo dai 6 miliardi di 10 anni prima e con buone prospettive di rientro) e l’abbattimento del debito verso i fornitori (-40% tra il 2012 e il 2016), anche se la massa resta ancor importante, con oltre 20 miliardi.

Inoltre, il SSN, negli ultimi anni, non ha contribuito a far lievitare la spesa pubblica: rispetto al 2013, nel triennio 2014/2016 la spesa primaria corrente è aumentata di circa 21 miliardi, di cui 3 attribuibili alla spesa sanitaria e 17 alla spesa pensionistica e altre prestazioni sociali in denaro. Inoltre, la spesa sanitaria stessa, sempre nello stesso periodo, è cresciuta (+0,9%) meno della restante spesa corrente primaria (+1,0%), mentre spesa pensionistica e altre prestazioni sociali in denaro hanno registrato un tasso medio circa doppio (+1,8%). È la prova che è stata innescata una spirale virtuosa di controllo dei conti che tuttavia, a fronte delle sfide demografiche dei prossimi anni, potrebbe non essere sufficiente a mantenere gli attuali ed elevati standard della sanità pubblica italiana.

L’attività fisica allunga la vita

Il 42% degli italiani segue uno stile di vita completamente sedentario, cioè non svolge alcuna attività fisica, né tantomeno sportiva. Tra gli over 65 si sale al 60,7% (il 51,3% degli uomini e il 67,7% delle italiane), vale a dire oltre 7 milioni e mezzo di anziani. Bastano questi numeri per intuire come, nel nostro Paese la prevenzione primaria, identificata in quei comportamenti e stili di vita finalizzati a evitare l’insorgere di gravi malattie come quelle cardiovascolari e tumorali, debba ancora compiere numerosi passi in avanti: un percorso al quale Assidai, da anni, fornisce il proprio contributo informando ed “educando” i propri iscritti. Ogni anno, in tutta Europa si verificano un milione di decessi (il 10% circa del totale) causati proprio dalla mancanza di attività fisica. Inoltre, quest’ultima, ha un pesante impatto negativo in forma di costi diretti per il sistema sanitario, ma anche indiretti in termini di aumento dei congedi per malattia, delle inabilità al lavoro e delle morti precoci.

Attività fisica nella terza età

Il valore dell’attività fisica in età avanzata, che non vuol dire diventare degli “Ironman”, ma semplicemente tenere il proprio corpo in attività con semplici e sane abitudini di movimento, è dimostrato anche da una recente ricerca pubblicata dal “British Journal of Sports Medicine” e realizzata dai ricercatori della Norwegian School of Sports Sciences di Oslo (Norvegia). Il suo risultato? Nella cosiddetta terza età, praticare tre ore di esercizio fisico a settimana potrebbe allungare la vita di cinque anni. Detto più scientificamente, allenarsi mezz’ora al giorno, sei giorni su sette, riduce del 40% il rischio di mortalità.

Nel dettaglio, lo studio è stato condotto per circa 12 anni su 5.738 norvegesi nati tra il 1923 e il 1932 e il loro stato di salute è stato monitorato per un periodo di 12 anni. Ecco i risultati: praticare mezz’ora di attività fisica di qualsivoglia intensità, per sei giorni a settimana, significa ridurre del 40% la mortalità, mentre svolgere attività di lieve intensità per meno di un’ora a settimana non porta ad alcuna riduzione del rischio; superare invece i 60 minuti permette di ridurlo dal 32% al 56%. Il discorso cambia quando l’attività è intensa: in questo caso basta meno di un’ora a settimana per centrare una riduzione importante del rischio (27-37%).

Per essere ancora più espliciti, i ricercatori sottolineano un ulteriore concetto, peraltro provato dalle analisi statistiche svolte: quando si è avanti negli anni, allenarsi riduce il rischio di mortalità quanto smettere di fumare. Dunque, concludono gli esperti della Norwegian School of Sports Sciences di Oslo, le politiche di sanità pubblica dovrebbero promuovere l’attività fisica come la lotta al fumo. Del resto, dal loro studio è emerso anche un altro concetto da non sottovalutare: per gli anziani, mantenere un livello sufficiente di fitness ha benefici non soltanto sul sistema cardiocircolatorio, ma su molti altri organi e in definitiva protegge gli individui da morte prematura.

Per concludere, dopo tanta teoria un pochino di pratica con le raccomandazioni dell’OMS, che ultimamente ha ribadito come l’inattività fisica sia il quarto più importante fattore di rischio per la mortalità. Laddove, per attività fisica, non si intende solo lo sport ma “qualunque movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici utilizzando energia; quindi anche giocare, camminare, dedicarsi ai lavori domestici o al giardinaggio”. Ebbene, per gli adulti e gli anziani il livello minimo è costituito da almeno 150 minuti alla settimana di attività aerobica di intensità moderata o 75 minuti se l’intensità è vigorosa (o una combinazione equivalente di attività con intensità moderata e vigorosa), in sessioni comunque non più brevi di 10 minuti. Per i bambini, il livello minimo settimanale è invece di 60 minuti.

 

Se il timing del pasto fa la differenza

Nel giornalismo c’è la regola delle cinque W: who, what, when, where, why (chi, cosa, quando, dove e perché). Vengono considerate informazioni che devono essere presenti nella prima frase di ogni articolo come risposta alle possibili domande del lettore che inizia a leggere il testo. Anche una dieta dovrebbe rispondere a queste domande, tra cui – stando agli ultimi studi in materia – il “quando” sarebbe più importante di quanto si pensi. Detto in altre parole, correre alle 11 di sera non è la stessa cosa che farlo alle 7 del mattino: il nostro corpo deve mettersi in moto e, soprattutto, dopo è molto più difficile prendere sonno. Ecco, per lo stesso motivo consumare un panino con la nutella o la marmellata in tarda serata è un conto e mangiarlo a colazione un altro.

La corretta alimentazione come prevenzione primaria

Certo, il “non mangiare mai la pasta o la pizza la sera” – affermazione basata certamene più sul sentito dire che su reali fondamentali scientifici – lo abbiamo ascoltato decine di volte ma il concetto è molto più ampio e ha un nome ben preciso: crononutrizione. Il suo obiettivo? Sincronizzare i pasti col nostro orologio interno, a cominciare dal ciclo sonno-veglia. In altre parole si cerca di adattare la dieta al nostro metabolismo per assumere gli alimenti giusti al momento giusto. Del resto, una corretta alimentazione è uno dei pilastri della cosiddetta prevenzione primaria. Una strategia, quest’ultima, che Assidai ha sempre sostenuto con costanti informative agli iscritti perché riguarda i soggetti sani e punta mantenerli tali evitando la comparsa di malattie.

Essa si concretizza in molti comportamenti, tra cui l’adozione di stili di vita corretti: dormendo il giusto numero di ore oppure evitando appunto l’eccessivo aumento di peso o della circonferenza vita. Essere sovrappeso, infatti, non è soltanto un tema estetico ma soprattutto può rivelarsi dannoso nel medio e lungo termine, accelerando l’invecchiamento e creando uno squilibrio ormonale consistente. E, in alcuni casi, può aumentare il rischio delle cosiddette Malattie Non Trasmissibili (infarto, ictus, tumori e diabete) che uccidono 40 milioni di persone ogni anno, pari a circa il 70% di tutti i decessi a livello mondiale.

Alla luce di queste considerazioni risulta rilevante riportare i risultati di uno studio pubblicato su Diabetic Medicine, secondo il quale – a parità di calorie assunte – le persone con diabete di tipo 2 che fanno colazione tardi, hanno probabilità più elevate di avere un indice di massa corporea superiore rispetto a chi ha l’abitudine di anticipare il primo pasto della giornata. È la prova che il momento in cui si assumono determinati cibi è fondamentale e che, dunque, va scelto in modo da assecondare il nostro metabolismo.

Il timing dei pasti in tre fasce orarie

La crononutrizione è una scienza che il medico francese Alain Delabos ha iniziato a sviluppare nel 1986. Ovviamente, come in molti casi, ci sono svariate “imitazioni” da cui diffidare e affidarsi al “fai da te” non è mai raccomandabile. In ogni caso, secondo i principali esperti, ci sono tre fasce orarie che non possiamo mancare se vogliamo gettare le basi di una dieta basata sulla crononutrizione.

  • La mattina tra le 7 e le 8: l’attività metabolica è al massimo e tutto ciò che mangiamo viene digerito molto bene. Questo è il motivo per cui bisogna fare presto colazione e soprattutto non saltarla: in quel momento l’insulina è al massimo e controlla con efficienza il livello degli zuccheri assunti.
  • A metà giornata, tra le 12 e le 13: aumentano gli ormoni tiroidei che accelerano il metabolismo del nostro corpo e impediscono ai grassi di accumularsi: è il momento del pranzo.
  • La “prima” serata, tra le 19 e le 20, e comunque sempre entro le 22 bisogna cenare. Questo, infatti è il momento in cui si registra un aumento dell’ormone della crescita e della somatostatina che stimolano la formazione del tessuto muscolare e dunque favoriscono l’aumento della massa magra.