Rallentare l’Alzheimer grazie a 5mila passi al giorno

L’ipotesi nasce da uno studio realizzato in Usa e pubblicato su Nature Medicine: con il movimento frena il declino cognitivo e si accumulano meno proteine Tau nel cervello.

Camminare come possibile antidoto contro il morbo di Alzheimer. Secondo una ricerca pubblicata su Nature Medicine e condotta da un team della Harvard Medical School e del Massachusetts General Hospital di Boston, anche una modesta attività fisica – ossia 5.000 passi al giorno – è associata a un rallentamento del declino cognitivo e a una minore accumulazione di proteine tau nel cervello, uno dei principali marcatori della malattia.

In particolare, come riportato dal Sole 24 Ore, lo studio è durato fino a 14 anni e ha coinvolto 296 persone tra i 50 e i 90 anni, tutte con depositi cerebrali di amiloide e tau, ma senza sintomi di demenza all’inizio. Chi ha partecipato indossava contapassi per monitorare l’attività quotidiana e si sottoponeva regolarmente a scansioni Pet cerebrali e a test cognitivi annuali.

I principali risultati?

Chi camminava tra 3.000 e 5.000 passi al giorno registrava un rallentamento del declino cognitivo di circa tre anni, mentre chi ne percorreva tra 5.000 e 7.500 beneficiava di un ritardo medio di sette anni. Oltre tale soglia, tuttavia, i benefici si stabilizzavano.

Inoltre, un altro esito chiave è rappresentato dal fatto che l’attività fisica non era associata a una riduzione dei livelli di beta-amiloide, ma a un accumulo più lento di proteina tau, strettamente legata alla perdita di memoria e alla morte neuronale.

Secondo le ricercatrici e i ricercatori, inoltre, anche livelli moderati di attività, equivalenti a 30-60 minuti di camminata quotidiana, potrebbero offrire benefici tangibili, specialmente nelle persone anziane sedentarie.

Insomma, anche se camminare non è una cura, i dati suggeriscono che piccoli cambiamenti nello stile di vita – più movimento, dieta equilibrata, niente fumo, poco alcol (la cosiddetta prevenzione primaria) – possono davvero fare la differenza nella salute cerebrale.

Trapianti, Italia ancora da record nel 2024

Siamo secondi tra i grandi Paesi europei, dietro soltanto alla Spagna, grazie anche a un aumento di donatrici e donatori: battute Francia, Regno Unito e Germania Buoni dati anche nel 2025

L’Italia al top nella donazione e nel trapianto di organi, campo in cui si posiziona tra le eccellenze mondiali. A confermarlo sono due documenti chiave: l’ultima Newsletter Transplant del Consiglio d’Europa e il Report annuale 2024 del Centro Nazionale Trapianti (CNT). Da essi si desume infatti che lo scorso è stato un altro anno da record per la rete italiana, con un aumento di donatrici e donatori di trapianti e una crescita delle pratiche più complesse, come la donazione a cuore fermo.

Più nel dettaglio, guardando all’Europa, l’Italia sale sul podio. Con 29,5 donatrici e donatori utilizzati per ogni milione di abitanti, è infatti seconda tra i grandi Paesi europei, dietro la Spagna (48) ma davanti a Francia (28,3), Regno Unito (19,2) e Germania (10,9). Allargando la classifica a tutto il Vecchio Continente, il nostro Paese si colloca invece al sesto posto, preceduto solo da Portogallo (33,5), Repubblica Ceca (32), Belgio (31,7) e Croazia (29,8).

Anche guardando i numeri assoluti, il 2024 è stato un anno di inconfutabile eccellenza: 4.642 trapianti realizzati, con un incremento del 3,9% rispetto all’anno precedente. Di questi, 179 in urgenza nazionale e 191 pediatrici (79 di fegato, 76 di rene, 32 di cuore, quattro di polmone). Donatrici e donatori segnalati nelle rianimazioni sono stati 3.165 (+2,3%), mentre quelli effettivamente utilizzati arrivano a 1.730 (+3,6%), con un’età media di 62,6 anni.

Tra i 221 ospedali coinvolti nella rete nazionale, spiccano: Città della Salute e della Scienza di Torino con 440 trapianti; Ospedale di Padova con 413; Ismett di Palermo a quota 276. Padova guida la classifica per trapianti di rene (217) e polmone (41), Torino è prima per fegato (179), mentre il Policlinico di Bari si conferma il primo centro italiano per trapianti di cuore (73). Per il pancreas, infine, il primato va al San Raffaele di Milano (14).

“I dati del report europeo e quelli pubblicati dal Centro Nazionale Trapianti testimoniano l’impegno costante della Rete nazionale e il valore di una collaborazione che coinvolge istituzioni, professionisti sanitari, volontari e cittadini – ha sottolineato il Direttore Generale del CNT Giuseppe Feltrin – Tra gli elementi qualificanti del nostro sistema, che anche stando ai numeri preliminari del 2025 cresce nella capacità di risposta, c’è certamente l’allargamento del pool di donatrici e donatori, sia grazie a un lavoro estremamente efficace della task force nazionale di valutazione del rischio, che supporta i professionisti nelle rianimazioni, sia grazie alla crescita sempre più decisa della donazione a cuore fermo”.

Quest’ultima è una nicchia che sta guadagnando sempre più spazio ed è meritevole di nota. Si tratta della donazione a cuore fermo, cresciuta nel 2024 del 34,6%, con 284 prelievi (il 16,4% del totale delle donazioni). È l’incremento più alto d’Europa, a eccezione della Spagna. Un risultato reso possibile anche dalla normativa italiana, che impone 20 minuti di osservazione per la dichiarazione del decesso con criteri cardiaci, contro i 5–10 minuti adottati mediamente all’estero. Una tutela maggiore per chi dona e un segno di grande attenzione etica. Fino a pochi anni fa questa pratica era considerata pionieristica; oggi, secondo il Centro Nazionale Trapianti, i risultati clinici dei trapianti da donazione a cuore fermo sono sovrapponibili a quelli da donatrice o donatore in morte cerebrale.

I numeri:

  • 4.642 trapianti realizzati nel 2024
  • +3,9%rispetto all’anno precedente
  • 3.165 donatori segnalati nelle rianimazioni (+2,3%)
  • 29,5 donatori utilizzati per ogni milione di abitanti

Persone anziane: allarme dall’ISS sulle cadute in casa

Nel 2025 ne è stata vittima una persona over 65 su cinque, subendo una frattura nel 18% dei casi. Il fenomeno peggiora con l’avanzare dell’età e tra chi ha difficoltà economiche.

Una persona over 65 su cinque è caduta almeno una volta nell’ultimo anno. Questo, nel 18% dei casi ha portato a una frattura e nel 16% a un ricovero ospedaliero. Lo affermano i dati della sorveglianza Passi d’Argento (dedicato alla popolazione anziana e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità) relativi al biennio 2023-2024.

Secondo lo studio, tuttavia, una quota rilevante di anziani, uno su tre, non utilizza presidi anticaduta come il tappetino in bagno, nonostante sia proprio la casa il luogo dove gli incidenti si verificano di più. Il 3% degli adulti fra 18 e 69 anni di età, riferisce ancora la sorveglianza Passi, ha avuto un infortunio domestico tale da richiedere cure mediche.

In particolare, nel biennio 2023-2024 – si spiega – il 20% delle persone intervistate ultra65enni hanno dichiarato di essere cadute nei 12 mesi precedenti: il 14% una volta e il 6% due o più volte. Nel 18% dei casi le cadute hanno causato una frattura e nel 16% dei casi è stato necessario il ricovero ospedaliero di almeno un giorno.

Inoltre, va osservato che le cadute sono più frequenti con l’avanzare dell’età (lo riferisce il 15% delle persone tra 65-74 anni e il 31% di quelle ultra 85enni) fra le donne (24% vs 15% negli uomini) e fra le persone con difficoltà economiche (29% contro il 18% di chi vive più agiatamente). Le cadute avvengono per lo più in casa (54%) e meno frequentemente in strada (20%), in giardino (21%) o altrove (5%).

Infografica dettagliata sulle cause e sulla prevenzione delle cadute in casa degli anziani over 65.

Malattie neurologiche, la prevenzione è cruciale. Da ricerca e cure passi chiave per il futuro

Il Professor Zappia: “Nei trial clinici alcune terapie hanno frenato la demenza di Alzheimer”

Le malattie neurologiche? “Rappresentano la prima causa mondiale di disabilità, dobbiamo lavorare molto sulla prevenzione, che è fondamentale”.

La ricerca? “Ha fatto passi importanti, anche per quanto riguarda le malattie neurodegenerative e molte malattie rare”.

Il Professor Mario Zappia a fine ottobre è stato nominato Presidente della Società Italiana di Neurologia e, anche per il suo mandato biennale, ha idee molto chiare:

“Vogliamo diventare uno dei pilastri della sanità pubblica italiana: tra invecchiamento demografico e innovazione terapeutica i prossimi anni presenteranno sfide importanti e noi vogliamo dare il nostro contributo.”

Professor Zappia, quali sono i principali disturbi neurologici e quanti sono gli italiani che ne soffrono?

In Italia abbiamo circa il 20% della popolazione che soffre di cefalea in modo cronico, significa 12 milioni di persone: un problema sanitario ma anche sociale se si pensa ai giorni di lavoro perduti. Abbiamo 1,5 milioni di persone colpite da demenza, 400mila dal Parkinson, 200mila dalla sclerosi multipla; inoltre circa 700mila traumi cranici l’anno che rappresentano un grave problema non solo per l’elevata mortalità, ma anche per gli esiti disabilitanti. Poi ci sono le malattie rare, su cui c’è una rinnovata attenzione sia perché chi ne è colpito la merita sia perché per alcune di esse stanno emergendo terapie innovative geniche o di tipo immunologico.

Quanto è importante la prevenzione primaria (abitudini di vita) e quanto quella secondaria (diagnosi precoce) in campo neurologico?

Uno dei temi che vorrei portare avanti nel mio mandato è proprio la prevenzione, perché fino ad adesso purtroppo nelle patologie neurologiche non è stato fatto abbastanza. Basta vedere come, grazie ad adeguate campagne informative, è stata ridotta l’incidenza del cancro o delle malattie cardiovascolari. Anche per le malattie neurodegenerative molti dei fattori di rischio, a partire dagli stili di vita, sono modificabili. Ecco, anche in neurologia dobbiamo partire senza indugio con campagne di prevenzione rivolgendoci anche alla popolazione giovanile-adulta, alla quale vanno raccomandate una corretta igiene del sonno, una buona socialità e un’attività cognitiva e mentale sostenuta. Per quanto riguarda gli screening, invece, stiamo lavorando molto sui biomarcatori di malattia per cogliere il processo patologico all’inizio delle manifestazioni cliniche: queste campagne, tuttavia, saranno sempre più importanti quanto più avremo farmaci effettivamente efficaci per combattere queste patologie.

In questi anni quali sono stati i cambiamenti più rilevanti nelle malattie neurologiche grazie alla ricerca?

La ricerca in neurologia ha fatto passi da gigante. Pensiamo alla sclerosi multipla: in 20-25 anni i farmaci hanno cambiato radicalmente in bene la storia naturale di questi pazienti, dando loro un maggior numero di anni senza o con scarsa disabilità, arrestando quasi il decorso di malattia. Anche per l’ictus sempre più pazienti sopravvivono e hanno minori danni residui. Insomma, la neurologia che fino ad alcuni anni fa veniva considerata una disciplina frustrante per il clinico, oggi permette al neurologo di avere maggiore fiducia nelle armi terapeutiche a disposizione per curare le persone.

Quali sono le prospettive per trovare cure efficaci contro la demenza?

Siamo sulla buona strada. Alcune terapie immunologiche con anticorpi che vanno ad aggredire alcune proteine che si ritiene essere coinvolte nel processo degenerativo hanno dimostrato nei trials clinici di poter frenare il progredire della demenza di Alzheimer. A tal proposito le autorità sanitarie americane ed europee hanno approvato l’uso di questi farmaci, cosa che probabilmente farà anche l’AIFA nei primi mesi del 2026 in Italia. Tuttavia, questi farmaci non possono essere somministrati a tutti i pazienti, che vanno selezionati al fine di ottimizzare le risorse disponibili ed avere garanzia di efficacia e possibilmente senza effetti indesiderati.

Lei è stato da poco nominato Presidente della Società Italiana di Neurologia: quali sono gli obiettivi della Società e quali i propositi per il suo mandato?

Abbiamo 4mila soci, metà sono donne e il 45% ha meno di 40 anni: la Società è vivace e piena di iniziative e si propone di diventare un pilastro della sanità pubblica in Italia. Questo perché l’invecchiamento demografico nel nostro Paese porterà a un aumento delle patologie di tipo neurodegenerativo. Inoltre l’innovazione terapeutica permetterà di frenare determinate patologie, come la demenza di Alzheimer. I costi elevati di queste terapie pongono tuttavia un problema di sostenibilità del sistema. Spetterà a noi, come esperti di queste malattie, suggerire ai decisori politici le migliori misure per organizzare al meglio le risorse disponibili.

Mario Zappia è il nuovo Presidente della Società Italiana di Neurologia. Il Professor Zappia ha iniziato la propria carriera accademica all’Università di Catanzaro, per poi proseguire come Professore ordinario di Neurologia presso l’Università di Catania, dove opera tutt’ora. Attualmente dirige anche l’UOC di Clinica Neurologica ed è Direttore del Dipartimento ad Attività Integrata delle Neuroscienze, Organi di Senso e Apparato locomotore dell’AOU Policlinico G. Rodolico – S. Marco di Catania.

La parola al Presidente [Welfare24 – Anno 12, numero 9]

La prevenzione per le malattie neurologiche, il nuovo record di trapianti eseguiti in Italia, il rischio cadute domestiche per gli anziani e il ruolo dell’attività fisica per rallentare l’Alzheimer: tutti i temi del nuovo numero di Welfare 24.

Anche per le malattie neurologiche, che rappresentano la prima causa mondiale di disabilità, la prevenzione è fondamentale; al tempo stesso però la ricerca ha fatto passi importanti ed è lecito coltivare speranze di cura per il futuro.

Su Welfare 24 siamo stati onorati di poter intervistare il Professor Mario Zappia, che, a fine ottobre, è stato nominato Presidente della Società Italiana di Neurologia. Il suo è un messaggio importante: gli stili di vita sono modificabili e per questo fondamentali per la prevenzione. Una lezione di cui dobbiamo fare tesoro.

Tra gli altri argomenti segnaliamo come rilevante il nuovo record di trapianti in Italia nel 2024: nel campo ci confermiamo tra le eccellenze mondiali e siamo secondi tra i grandi Paesi europei. Infine, due ulteriori approfondimenti: uno riguarda le cadute in casa delle persone anziane e l’allarme lanciato dall’Istituto Superiore di Sanità; l’altro è su uno studio di Harvard secondo il quale camminare 5 mila passi al giorno rallenta l’Alzheimer.

Intelligenza artificiale e sanità: una grande opportunità

Il Sottosegretario di Stato Alessio Butti: “In questo campo alla spinta innovativa si unisce la componente umana, empatica, che nessun algoritmo potrà sostituire del tutto. Ma attenzione ai rischi”

“Riflettere sull’intelligenza artificiale non significa prospettare scenari futuristici. L’AI è già tra noi e sta rivoluzionando ogni ambito: economico, sociale, industriale, culturale. Ma è nella sanità che questa rivoluzione mostra tutta la sua forza”

È quanto afferma in un intervento su 24 Ore Salute, Alessio Butti, Sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, secondo il quale

“l’intelligenza artificiale è un’opportunità concreta non solo per automatizzare attività amministrative, come banalmente la gestione delle cartelle cliniche o le prenotazioni, ma per liberare tempo, risorse e creatività, per ripensare modelli di business, per integrare servizi come la telemedicina, per trasformare le strutture in veri e propri hub di innovazione.”

Attenzione anche ai rischi, ovviamente.

“Il primo è delegare troppo, ovvero pensare che l’algoritmo possa decidere al posto nostro. Dobbiamo invece rafforzare l’autonomia e la responsabilità umana, soprattutto quando parliamo di cure. Il secondo è la sicurezza. I dati sanitari sono tra i più preziosi e tra i più esposti agli attacchi. – fa notare Butti-. Servono quindi protezioni adeguate, cultura della sicurezza e cultura dell’investimento per la sicurezza. Il terzo rischio è quello delle disuguaglianze. Se l’accesso all’innovazione sarà riservato a pochi, rischiamo di creare una sanità a due velocità, due classi di pazienti, due classi di medici.”

Infine, conclude Butti, c’è il grande tema dell’etica. Chi stabilisce cosa può e cosa non può fare l’intelligenza artificiale in sanità?

“Il ruolo dello Stato in questo senso è fondamentale, deve garantire i diritti, la sicurezza, l’inclusione, ma nessuna strategia pubblica può essere davvero efficace senza il contributo attivo del mondo privato. È nella collaborazione tra pubblico e privato che può nascere un vero laboratorio di etica applicata, capace di coniugare innovazione e responsabilità.

Aumenta il cancro al colon tra i giovani: l’alleato è lo yogurt

Secondo varie ricerche l’incremento dei casi di questa patologia è da ricondurre al consumo di cibi ultraprocessati, che ormai rappresentano la metà della dieta in Gran Bretagna e negli USA

Il cancro del colon-retto non è più soltanto una malattia dell’età avanzata.

Dai dati più recenti, emerge infatti che i tassi di incidenza sono diminuiti tra gli over 60, mentre si registra un forte aumento nei Paesi sviluppati tra le persone sotto i 50 anni.

In particolare, per coloro tra i 20 e i 29 anni l’incidenza è aumentata del 7,9% all’anno tra il 2004 e il 2016.

Ma quali sono i motivi di questo trend allarmante?

Per esperti ed esperte del settore c’è soprattutto un fattore di rischio: i cibi ultraprocessati come snack confezionati industrialmente, pasti pronti, cereali zuccherati, bibite analcoliche gassate, carni lavorate e molti prodotti da fast food. A confermarlo c’è anche una revisione pubblicata su Nature Reviews Endocrinology lo scorso agosto.

Peraltro, i numeri dicono che non si tratta di un problema genetico: il 75% dei casi riguarda persone senza storia familiare o predisposizione nota, dunque la “responsabilità” è nei fattori ambientali e nelle abitudini alimentari moderne.

Abitudini alimentari in cui, tuttavia, si può trovare un alleato inaspettato: lo yogurt. Uno studio della Harvard School of Public Health del 2025 ha dimostrato che il consumo regolare di questo alimento può ridurre il rischio di sviluppare il cancro al colon. Lo yogurt, ricco di probiotici e composti benefici, potrebbe, infatti, esercitare un effetto protettivo sul microbioma intestinale.

Va invece, come detto, evitato il più possibile il consumo di cibi ultraprocessati, che costituiscono ormai oltre la metà della dieta media in paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal ha seguito oltre 46.000 uomini per 24-28 anni, scoprendo che chi consumava più cibi ultraprocessati aveva un rischio del 29% più alto di sviluppare cancro del colon-retto rispetto a chi ne consumava meno, indipendentemente dal peso corporeo.

Questo suggerisce che questi alimenti potrebbero essere cancerogeni a prescindere dall’indice di massa corporea. I meccanismi sono molteplici: le diete ricche di ultraprocessati alterano la segnalazione dell’insulina, causano infiammazione cronica e modificano il microbioma intestinale.

Nobel per la medicina, scoperte le cellule “guardiane”

Lo storico premio a una immunologa e due immunologi che con le loro ricerche aprono il campo a nuove cure contro tumori e malattie autoimmuni

Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi. Sono loro la immunologa e i due immunologi che hanno ricevuto quest’anno il Premio Nobel per la Medicina.

Il motivo? Grazie alle loro ricerche hanno svelato uno dei meccanismi più affascinanti e delicati della biologia: la tolleranza immunitaria periferica, ovvero, semplificando, il freno che trattiene le nostre difese quando rischiano di colpire il bersaglio sbagliato.

In pratica si tratta di un piccolo gruppo di cellule che, nel nostro corpo, agiscono come guardie silenziose, distinguendo tra ciò che deve essere distrutto e ciò che deve essere salvato. In gergo tecnico si tratta delle cellule T regolatrici (T-reg), appunto le “guardie” che impediscono al sistema immunitario di impazzire e distruggere sé stesso.

In pratica, come fa il sistema immunitario a stabilire cosa attaccare e cosa difendere, visto che ci protegge da migliaia di microbi diversi che cercano di invadere il nostro corpo? È questo il nodo attorno al quale ha girato la scoperta dei tre vincitori. Del resto, i microbi hanno tutti un aspetto diverso e molti hanno addirittura sviluppato somiglianze con le cellule umane come forma di mimetizzazione.

L’americana Mary Brunkow, l’americano Fred Ramsdell e il giapponese Shimon Sakaguchi hanno “identificato le guardie di sicurezza del sistema immunitario, le cellule T regolatrici, che impediscono alle cellule immunitarie di attaccarci”, sottolinea a tal proposito il sito del premio Nobel.

“Le loro scoperte sono state decisive per comprendere il funzionamento del sistema immunitario e il motivo per cui non tutti sviluppiamo gravi malattie autoimmuni”, afferma Olle Kämpe, presidente del Comitato per il Nobel.

Ma qual è il significato della loro scoperta per la medicina in ottica futura?

“Innanzitutto ha trasformato il modo in cui comprendiamo la tolleranza del sistema immunitario. – ha spiegato il Comitato per il Nobel del Karolinska Institute – Inoltre, ha gettato le basi per trattamenti innovativi contro il cancro, le malattie autoimmuni e per rendere più sicuri i trapianti d’organo”.

Le cellule T-reg possono essere oggi viste come bersagli o strumenti terapeutici: molte linee di ricerca e sperimentazioni cliniche in corso esplorano come espandere, ingegnerizzare o reindirizzare le T-reg per questi fini. Ad esempio, la mappatura dei tumori mostra che essi possono attrarre un gran numero di cellule T regolatorie che li proteggono dal sistema immunitario. I ricercatori e le ricercatrici stanno quindi cercando di trovare il modo di smantellare questa barriera di cellule T regolatorie, in modo che il sistema immunitario possa accedere ai tumori e combatterli. È dunque evidente come solo con il passare degli anni si potrà capire appieno la portata della scoperta che ha portato all’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina a Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi.

I tre scienziati premiati

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Mary E. Brunkow, 65 anni, ha conseguito il dottorato a Princeton ed è senior program manager all’Institute for systems biology di Seattle, un centro che studia le reti complesse dei sistemi viventi. È la quattordicesima donna a ricevere il Nobel per la Medicina. Ha saputo della vittoria in modo quasi cinematografico: «Ho visto un numero svedese sul telefono e ho pensato fosse spam», ha raccontato ridendo ai giornalisti.

Fred Ramsdell, 66 anni, dirige la ricerca al Parker Institute for cancer immunotherapy e collabora con la biotech privata Sonoma Biotherapeutics. È un ponte tra accademia e industria: per il secondo anno consecutivo un ricercatore con ruoli nel settore privato entra nella rosa dei Nobel. Ramsdell è convinto che «la frontiera dell’immunologia si giochi nella collaborazione tra scienza pubblica e ricerca applicata».

Shimon Sakaguchi, 74 anni, professore all’Immunology Frontier Research Center dell’Università di Osaka è considerato il padre spirituale delle cellule T regolatrici. Ai giornalisti giapponesi ha dichiarato: «È un grande onore, ma soprattutto una vittoria per tutti coloro che credono che il corpo umano sappia anche come fermarsi, non solo come attaccare».

Malattie renali, dialisi ritardata di 30 anni con le nuove cure, ma la prevenzione è chiave

Il Prof. De Nicola (Società Italiana di Nefrologia): “Solo il 10% dei pazienti sa di essere malato”

Le parole d’ordine sono prevenzione e screening, in particolare per le categorie a rischio. Questo perché “oggi in Italia c’è un bassissimo livello di consapevolezza delle malattie renali croniche” che purtroppo sono asintomatiche fino a quando al paziente non rimane che il 50% delle funzioni renali.

È quanto afferma il Presidente della Società Italiana di Nefrologia, Luca De Nicola, Professore Ordinario di Nefrologia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e, dal 2020, Direttore del reparto di Nefrologia e Dialisi presso AOU Vanvitelli di Napoli.

I margini per migliorare la situazione però ci sono e sono estremamente rilevanti: con le nuove terapie, aggiunge De Nicola, se le patologie vengono scoperte in tempo, si può ritardare fino a 30 anni il ricorso alla dialisi.

Professor De Nicola, qual è l’impatto delle malattie renali croniche in Italia e che livello di consapevolezza c’è delle stesse nella popolazione?

Purtroppo c’è un livello bassissimo di consapevolezza. Solo il 10-20% di chi ha una malattia renale cronica ne è consapevole; gli altri semplicemente non vanno dal nefrologo, quindi non vengono trattati con farmaci che possono ritardare fino a 30 anni il ricorso alla dialisi. Alla luce di questa situazione, dal 2024 stiamo portando avanti un disegno di legge per lo screening proattivo della malattia renale cronica, specialmente nelle popolazioni a rischio come diabetici, ipertesi, cardiopatici e obesi. L’obiettivo è identificare precocemente la malattia, spesso asintomatica, e facilitare il triage dei pazienti. Essi vanno infatti indirizzati al medico di base se la patologia è lieve; se invece la situazione è più complicata vanno mandati il prima possibile da specialisti nefrologi, per iniziare trattamenti tempestivi e prevenire complicazioni gravi. Contemporaneamente stiamo portando avanti un processo di formazione triennale a 25mila medici generalisti italiani. In tutto, in Italia, abbiamo 5 milioni di malati ma solo il 10% sa di esserlo, cioè 500mila: il nostro obiettivo è arrivare a 2 milioni di “consapevoli”.

Quali sono le principali forme di prevenzione primaria che si possono attuare in questo campo? Quanto è importante bere?

La nostra priorità deve essere andare sui fattori di rischio e identificarli velocemente. L’Oms ha riconosciuto formalmente la salute renale come priorità globale di sanità pubblica con una risoluzione approvata lo scorso maggio, anche perché queste patologie sono quelle che mostrano la mortalità maggiore e hanno i costi maggiori a carico dello Stato. Per quanto riguarda la prevenzione, è la stessa che si applica a tutte le malattie cardiovascolari: mantenere un peso adeguato, non fumare, controllare pressione e glicemia, fare esercizio fisico e osservare una dieta mediterranea. Infine sul bere acqua non c’è una regola, se non che deve bere di più chi ha predisposizione a calcoli o infezioni urinarie. D’estate è importante bere ma è importante altrettanto mangiare più salato per mantenere inalterato il flusso di sangue e plasma che arriva al rene.

infografica salute dei reni

Che esami e screening vanno svolti per tenere sotto controllo i propri reni?

I principali sono due, perfettamente complementari tra loro, e assieme costano due euro, poco più di un caffè. Uno è il dosaggio della creatinina nel sangue e ci dice come e quanto lavora un rene; l’altro riguarda il dosaggio dell’albumina nelle urine e ci indica se i reni sono danneggiati.

Quali sono i sintomi da non sottovalutare per chi non ha mai sofferto di patologie renali?

Il problema più grande di queste patologie è che decorrono asintomatiche fino a quando il paziente non perde fino al 50% della funzione renale; i pochi sintomi sono solo la pressione un pochino più alta e una debolezza generale. Se invece riusciamo ad agire in anticipo, identificando prima la malattia, possiamo metterla in remissione anche per 30 anni.

Il tema principale di quest’anno al Congresso nazionale della Società Italiana di Nefrologia è stato “100 anni di conquiste con nuovi successi all’orizzonte”, in riferimento alle innovazioni e ai progressi che negli ultimi anni hanno caratterizzato la cura delle malattie renali, con un focus particolare su terapie innovative e nuove prospettive di trattamento. Ce le può illustrare?

Oggi, per fortuna, possiamo utilizzare farmaci sempre più efficaci come le gliflozine, che rallentano la progressione della malattia renale cronica e riducono la mortalità, anche in assenza di diabete, o come il semaglutide, che frena l’avanzamento del danno renale e la mortalità cardiaca in pazienti con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica. Poi ci sono alcuni aspetti su cui invece dobbiamo ancora lavorare. In Italia, per esempio, i trapianti da consanguinei viventi sono al 15% contro il 30% dell’Europa. Dobbiamo semplificare i tempi e le procedure (oggi ci vuole un anno per gli esami diagnostici) e creare ambulatori ad hoc per queste operazioni.

congresso SIN - Società Italiana di NefrologiaInfine, qual è il ruolo della Società Italiana di Nefrologia e quali sono le vostre principali iniziative e i vostri obiettivi?

Siamo l’unica società che rappresenta i nefrologi italiani, abbiamo molti giovani, circa 1.000, e 3.500 soci. Sotto la mia presidenza, la società è riuscita a portare i propri documenti di indirizzo alle istituzioni, la strada migliore affinché le proprie istanze possano avere ricadute reali.


Luca De Nicola è il Presidente della Società Italiana di Nefrologia, ruolo che ricopre dal 2024. Nefrologo di grande esperienza, attualmente Professore Ordinario di Nefrologia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Dal 2020 è Direttore del reparto di Nefrologia e Dialisi presso AOU Vanvitelli di Napoli e dal 2019 al 2024 ha diretto la Scuola di Specializzazione in Nefrologia presso l’Università Vanvitelli. Nella propria carriera vanta un’attività scientifica molto ampia, con più di 300 paper e diversi progetti di ricerca che hanno dato un contributo importante ai progressi della nefrologia.

La parola al Presidente

Malattie renali, nuove scoperte in medicina, cancro al colon tra i giovani, intelligenza artificiale e sanità: i temi in primo piano di Welfare 24

Solo il 10% di chi soffre di malattie renali ne è consapevole. È sufficiente questo dato, che ci ha presentato in un’intervista a Welfare 24 il Presidente della Società Italiana di Nefrologia, il Professor Luca De Nicola, a farci capire l’importanza della prevenzione primariastili di vita – e secondariascreening -. A maggior ragione perché scoprire in anticipo le patologie renali croniche permette di rimandare la dialisi anche di 30 anni.

Su Welfare 24 riportiamo anche una scoperta straordinaria nel mondo della medicina, premiata con il Nobel per la medicina nelle scorse settimane: le cosiddette cellule “T regolatrici”, fondamentali per il buon funzionamento del sistema immunitario. In prospettiva, proprio questa scoperta potrebbe giocare un ruolo cruciale nella lotta contro i tumori e le malattie autoimmuni.

Infine, altri due temi interessanti: il primo riguarda l’aumento del cancro al colon tra i giovani: anche in questo caso le buone abitudini alimentari sono uno strumento utile per la prevenzione primaria. L’altro argomento concerne il rapporto tra intelligenza artificiale e sanità, una grande opportunità anche grazie alla collaborazione tra pubblico e privato.