Intelligenza artificiale e sanità: una grande opportunità

Il Sottosegretario di Stato Alessio Butti: “In questo campo alla spinta innovativa si unisce la componente umana, empatica, che nessun algoritmo potrà sostituire del tutto. Ma attenzione ai rischi”

“Riflettere sull’intelligenza artificiale non significa prospettare scenari futuristici. L’AI è già tra noi e sta rivoluzionando ogni ambito: economico, sociale, industriale, culturale. Ma è nella sanità che questa rivoluzione mostra tutta la sua forza”

È quanto afferma in un intervento su 24 Ore Salute, Alessio Butti, Sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, secondo il quale

“l’intelligenza artificiale è un’opportunità concreta non solo per automatizzare attività amministrative, come banalmente la gestione delle cartelle cliniche o le prenotazioni, ma per liberare tempo, risorse e creatività, per ripensare modelli di business, per integrare servizi come la telemedicina, per trasformare le strutture in veri e propri hub di innovazione.”

Attenzione anche ai rischi, ovviamente.

“Il primo è delegare troppo, ovvero pensare che l’algoritmo possa decidere al posto nostro. Dobbiamo invece rafforzare l’autonomia e la responsabilità umana, soprattutto quando parliamo di cure. Il secondo è la sicurezza. I dati sanitari sono tra i più preziosi e tra i più esposti agli attacchi. – fa notare Butti-. Servono quindi protezioni adeguate, cultura della sicurezza e cultura dell’investimento per la sicurezza. Il terzo rischio è quello delle disuguaglianze. Se l’accesso all’innovazione sarà riservato a pochi, rischiamo di creare una sanità a due velocità, due classi di pazienti, due classi di medici.”

Infine, conclude Butti, c’è il grande tema dell’etica. Chi stabilisce cosa può e cosa non può fare l’intelligenza artificiale in sanità?

“Il ruolo dello Stato in questo senso è fondamentale, deve garantire i diritti, la sicurezza, l’inclusione, ma nessuna strategia pubblica può essere davvero efficace senza il contributo attivo del mondo privato. È nella collaborazione tra pubblico e privato che può nascere un vero laboratorio di etica applicata, capace di coniugare innovazione e responsabilità.

Aumenta il cancro al colon tra i giovani: l’alleato è lo yogurt

Secondo varie ricerche l’incremento dei casi di questa patologia è da ricondurre al consumo di cibi ultraprocessati, che ormai rappresentano la metà della dieta in Gran Bretagna e negli USA

Il cancro del colon-retto non è più soltanto una malattia dell’età avanzata.

Dai dati più recenti, emerge infatti che i tassi di incidenza sono diminuiti tra gli over 60, mentre si registra un forte aumento nei Paesi sviluppati tra le persone sotto i 50 anni.

In particolare, per coloro tra i 20 e i 29 anni l’incidenza è aumentata del 7,9% all’anno tra il 2004 e il 2016.

Ma quali sono i motivi di questo trend allarmante?

Per esperti ed esperte del settore c’è soprattutto un fattore di rischio: i cibi ultraprocessati come snack confezionati industrialmente, pasti pronti, cereali zuccherati, bibite analcoliche gassate, carni lavorate e molti prodotti da fast food. A confermarlo c’è anche una revisione pubblicata su Nature Reviews Endocrinology lo scorso agosto.

Peraltro, i numeri dicono che non si tratta di un problema genetico: il 75% dei casi riguarda persone senza storia familiare o predisposizione nota, dunque la “responsabilità” è nei fattori ambientali e nelle abitudini alimentari moderne.

Abitudini alimentari in cui, tuttavia, si può trovare un alleato inaspettato: lo yogurt. Uno studio della Harvard School of Public Health del 2025 ha dimostrato che il consumo regolare di questo alimento può ridurre il rischio di sviluppare il cancro al colon. Lo yogurt, ricco di probiotici e composti benefici, potrebbe, infatti, esercitare un effetto protettivo sul microbioma intestinale.

Va invece, come detto, evitato il più possibile il consumo di cibi ultraprocessati, che costituiscono ormai oltre la metà della dieta media in paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal ha seguito oltre 46.000 uomini per 24-28 anni, scoprendo che chi consumava più cibi ultraprocessati aveva un rischio del 29% più alto di sviluppare cancro del colon-retto rispetto a chi ne consumava meno, indipendentemente dal peso corporeo.

Questo suggerisce che questi alimenti potrebbero essere cancerogeni a prescindere dall’indice di massa corporea. I meccanismi sono molteplici: le diete ricche di ultraprocessati alterano la segnalazione dell’insulina, causano infiammazione cronica e modificano il microbioma intestinale.

Nobel per la medicina, scoperte le cellule “guardiane”

Lo storico premio a una immunologa e due immunologi che con le loro ricerche aprono il campo a nuove cure contro tumori e malattie autoimmuni

Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi. Sono loro la immunologa e i due immunologi che hanno ricevuto quest’anno il Premio Nobel per la Medicina.

Il motivo? Grazie alle loro ricerche hanno svelato uno dei meccanismi più affascinanti e delicati della biologia: la tolleranza immunitaria periferica, ovvero, semplificando, il freno che trattiene le nostre difese quando rischiano di colpire il bersaglio sbagliato.

In pratica si tratta di un piccolo gruppo di cellule che, nel nostro corpo, agiscono come guardie silenziose, distinguendo tra ciò che deve essere distrutto e ciò che deve essere salvato. In gergo tecnico si tratta delle cellule T regolatrici (T-reg), appunto le “guardie” che impediscono al sistema immunitario di impazzire e distruggere sé stesso.

In pratica, come fa il sistema immunitario a stabilire cosa attaccare e cosa difendere, visto che ci protegge da migliaia di microbi diversi che cercano di invadere il nostro corpo? È questo il nodo attorno al quale ha girato la scoperta dei tre vincitori. Del resto, i microbi hanno tutti un aspetto diverso e molti hanno addirittura sviluppato somiglianze con le cellule umane come forma di mimetizzazione.

L’americana Mary Brunkow, l’americano Fred Ramsdell e il giapponese Shimon Sakaguchi hanno “identificato le guardie di sicurezza del sistema immunitario, le cellule T regolatrici, che impediscono alle cellule immunitarie di attaccarci”, sottolinea a tal proposito il sito del premio Nobel.

“Le loro scoperte sono state decisive per comprendere il funzionamento del sistema immunitario e il motivo per cui non tutti sviluppiamo gravi malattie autoimmuni”, afferma Olle Kämpe, presidente del Comitato per il Nobel.

Ma qual è il significato della loro scoperta per la medicina in ottica futura?

“Innanzitutto ha trasformato il modo in cui comprendiamo la tolleranza del sistema immunitario. – ha spiegato il Comitato per il Nobel del Karolinska Institute – Inoltre, ha gettato le basi per trattamenti innovativi contro il cancro, le malattie autoimmuni e per rendere più sicuri i trapianti d’organo”.

Le cellule T-reg possono essere oggi viste come bersagli o strumenti terapeutici: molte linee di ricerca e sperimentazioni cliniche in corso esplorano come espandere, ingegnerizzare o reindirizzare le T-reg per questi fini. Ad esempio, la mappatura dei tumori mostra che essi possono attrarre un gran numero di cellule T regolatorie che li proteggono dal sistema immunitario. I ricercatori e le ricercatrici stanno quindi cercando di trovare il modo di smantellare questa barriera di cellule T regolatorie, in modo che il sistema immunitario possa accedere ai tumori e combatterli. È dunque evidente come solo con il passare degli anni si potrà capire appieno la portata della scoperta che ha portato all’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina a Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi.

I tre scienziati premiati

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Mary E. Brunkow, 65 anni, ha conseguito il dottorato a Princeton ed è senior program manager all’Institute for systems biology di Seattle, un centro che studia le reti complesse dei sistemi viventi. È la quattordicesima donna a ricevere il Nobel per la Medicina. Ha saputo della vittoria in modo quasi cinematografico: «Ho visto un numero svedese sul telefono e ho pensato fosse spam», ha raccontato ridendo ai giornalisti.

Fred Ramsdell, 66 anni, dirige la ricerca al Parker Institute for cancer immunotherapy e collabora con la biotech privata Sonoma Biotherapeutics. È un ponte tra accademia e industria: per il secondo anno consecutivo un ricercatore con ruoli nel settore privato entra nella rosa dei Nobel. Ramsdell è convinto che «la frontiera dell’immunologia si giochi nella collaborazione tra scienza pubblica e ricerca applicata».

Shimon Sakaguchi, 74 anni, professore all’Immunology Frontier Research Center dell’Università di Osaka è considerato il padre spirituale delle cellule T regolatrici. Ai giornalisti giapponesi ha dichiarato: «È un grande onore, ma soprattutto una vittoria per tutti coloro che credono che il corpo umano sappia anche come fermarsi, non solo come attaccare».

Malattie renali, dialisi ritardata di 30 anni con le nuove cure, ma la prevenzione è chiave

Il Prof. De Nicola (Società Italiana di Nefrologia): “Solo il 10% dei pazienti sa di essere malato”

Le parole d’ordine sono prevenzione e screening, in particolare per le categorie a rischio. Questo perché “oggi in Italia c’è un bassissimo livello di consapevolezza delle malattie renali croniche” che purtroppo sono asintomatiche fino a quando al paziente non rimane che il 50% delle funzioni renali.

È quanto afferma il Presidente della Società Italiana di Nefrologia, Luca De Nicola, Professore Ordinario di Nefrologia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e, dal 2020, Direttore del reparto di Nefrologia e Dialisi presso AOU Vanvitelli di Napoli.

I margini per migliorare la situazione però ci sono e sono estremamente rilevanti: con le nuove terapie, aggiunge De Nicola, se le patologie vengono scoperte in tempo, si può ritardare fino a 30 anni il ricorso alla dialisi.

Professor De Nicola, qual è l’impatto delle malattie renali croniche in Italia e che livello di consapevolezza c’è delle stesse nella popolazione?

Purtroppo c’è un livello bassissimo di consapevolezza. Solo il 10-20% di chi ha una malattia renale cronica ne è consapevole; gli altri semplicemente non vanno dal nefrologo, quindi non vengono trattati con farmaci che possono ritardare fino a 30 anni il ricorso alla dialisi. Alla luce di questa situazione, dal 2024 stiamo portando avanti un disegno di legge per lo screening proattivo della malattia renale cronica, specialmente nelle popolazioni a rischio come diabetici, ipertesi, cardiopatici e obesi. L’obiettivo è identificare precocemente la malattia, spesso asintomatica, e facilitare il triage dei pazienti. Essi vanno infatti indirizzati al medico di base se la patologia è lieve; se invece la situazione è più complicata vanno mandati il prima possibile da specialisti nefrologi, per iniziare trattamenti tempestivi e prevenire complicazioni gravi. Contemporaneamente stiamo portando avanti un processo di formazione triennale a 25mila medici generalisti italiani. In tutto, in Italia, abbiamo 5 milioni di malati ma solo il 10% sa di esserlo, cioè 500mila: il nostro obiettivo è arrivare a 2 milioni di “consapevoli”.

Quali sono le principali forme di prevenzione primaria che si possono attuare in questo campo? Quanto è importante bere?

La nostra priorità deve essere andare sui fattori di rischio e identificarli velocemente. L’Oms ha riconosciuto formalmente la salute renale come priorità globale di sanità pubblica con una risoluzione approvata lo scorso maggio, anche perché queste patologie sono quelle che mostrano la mortalità maggiore e hanno i costi maggiori a carico dello Stato. Per quanto riguarda la prevenzione, è la stessa che si applica a tutte le malattie cardiovascolari: mantenere un peso adeguato, non fumare, controllare pressione e glicemia, fare esercizio fisico e osservare una dieta mediterranea. Infine sul bere acqua non c’è una regola, se non che deve bere di più chi ha predisposizione a calcoli o infezioni urinarie. D’estate è importante bere ma è importante altrettanto mangiare più salato per mantenere inalterato il flusso di sangue e plasma che arriva al rene.

infografica salute dei reni

Che esami e screening vanno svolti per tenere sotto controllo i propri reni?

I principali sono due, perfettamente complementari tra loro, e assieme costano due euro, poco più di un caffè. Uno è il dosaggio della creatinina nel sangue e ci dice come e quanto lavora un rene; l’altro riguarda il dosaggio dell’albumina nelle urine e ci indica se i reni sono danneggiati.

Quali sono i sintomi da non sottovalutare per chi non ha mai sofferto di patologie renali?

Il problema più grande di queste patologie è che decorrono asintomatiche fino a quando il paziente non perde fino al 50% della funzione renale; i pochi sintomi sono solo la pressione un pochino più alta e una debolezza generale. Se invece riusciamo ad agire in anticipo, identificando prima la malattia, possiamo metterla in remissione anche per 30 anni.

Il tema principale di quest’anno al Congresso nazionale della Società Italiana di Nefrologia è stato “100 anni di conquiste con nuovi successi all’orizzonte”, in riferimento alle innovazioni e ai progressi che negli ultimi anni hanno caratterizzato la cura delle malattie renali, con un focus particolare su terapie innovative e nuove prospettive di trattamento. Ce le può illustrare?

Oggi, per fortuna, possiamo utilizzare farmaci sempre più efficaci come le gliflozine, che rallentano la progressione della malattia renale cronica e riducono la mortalità, anche in assenza di diabete, o come il semaglutide, che frena l’avanzamento del danno renale e la mortalità cardiaca in pazienti con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica. Poi ci sono alcuni aspetti su cui invece dobbiamo ancora lavorare. In Italia, per esempio, i trapianti da consanguinei viventi sono al 15% contro il 30% dell’Europa. Dobbiamo semplificare i tempi e le procedure (oggi ci vuole un anno per gli esami diagnostici) e creare ambulatori ad hoc per queste operazioni.

congresso SIN - Società Italiana di NefrologiaInfine, qual è il ruolo della Società Italiana di Nefrologia e quali sono le vostre principali iniziative e i vostri obiettivi?

Siamo l’unica società che rappresenta i nefrologi italiani, abbiamo molti giovani, circa 1.000, e 3.500 soci. Sotto la mia presidenza, la società è riuscita a portare i propri documenti di indirizzo alle istituzioni, la strada migliore affinché le proprie istanze possano avere ricadute reali.


Luca De Nicola è il Presidente della Società Italiana di Nefrologia, ruolo che ricopre dal 2024. Nefrologo di grande esperienza, attualmente Professore Ordinario di Nefrologia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Dal 2020 è Direttore del reparto di Nefrologia e Dialisi presso AOU Vanvitelli di Napoli e dal 2019 al 2024 ha diretto la Scuola di Specializzazione in Nefrologia presso l’Università Vanvitelli. Nella propria carriera vanta un’attività scientifica molto ampia, con più di 300 paper e diversi progetti di ricerca che hanno dato un contributo importante ai progressi della nefrologia.

La parola al Presidente

Malattie renali, nuove scoperte in medicina, cancro al colon tra i giovani, intelligenza artificiale e sanità: i temi in primo piano di Welfare 24

Solo il 10% di chi soffre di malattie renali ne è consapevole. È sufficiente questo dato, che ci ha presentato in un’intervista a Welfare 24 il Presidente della Società Italiana di Nefrologia, il Professor Luca De Nicola, a farci capire l’importanza della prevenzione primariastili di vita – e secondariascreening -. A maggior ragione perché scoprire in anticipo le patologie renali croniche permette di rimandare la dialisi anche di 30 anni.

Su Welfare 24 riportiamo anche una scoperta straordinaria nel mondo della medicina, premiata con il Nobel per la medicina nelle scorse settimane: le cosiddette cellule “T regolatrici”, fondamentali per il buon funzionamento del sistema immunitario. In prospettiva, proprio questa scoperta potrebbe giocare un ruolo cruciale nella lotta contro i tumori e le malattie autoimmuni.

Infine, altri due temi interessanti: il primo riguarda l’aumento del cancro al colon tra i giovani: anche in questo caso le buone abitudini alimentari sono uno strumento utile per la prevenzione primaria. L’altro argomento concerne il rapporto tra intelligenza artificiale e sanità, una grande opportunità anche grazie alla collaborazione tra pubblico e privato.

Lo sport protegge corpo e mente nella giovane età

Secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) tra i 3 e i 17 anni si dovrebbe praticare un’attività fisica di intensità moderata-vigorosa per almeno un’ora al giorno.

Le linee guida dell’OMS parlano chiaro: tra i 3 e i 17 anni si dovrebbe praticare un’attività fisica di intensità moderata-vigorosa per almeno un’ora al giorno.

Non è un caso che tutti i principali esperti indichino lo sport, insieme a una sana ed equilibrata alimentazione e a stili di vita corretti, come il grande pilastro della salute a breve e a lungo termine: tutti elementi cruciali per la prevenzione primaria e dunque per evitare l’insorgenza di malattie croniche.

I benefici in pre-adolescenza e adolescenza: da autostima a socialità

Lo sport per i più piccoli significa gioco libero, cioè allenare la coordinazione dei movimenti; per i più grandi rappresenta un’attività che avrà benefici non solo sulla salute fisica, ma anche mentale.

In particolare, in pre-adolescenza e adolescenza praticare uno sport, specie se di squadra, aumenta l’autostima e migliora la gestione dei rapporti con le coetanee e i coetanei. Allo stesso tempo, può avere impatti positivi sulla qualità del sonno, oltre a tenere lontane cattive abitudini come fumo e alcol; inoltre limita l’utilizzo di smartphone e apparecchi elettronici, impegnando ragazzi e ragazze in un’attività che li porta a relazionarsi con il mondo reale, ponendo anche sfide funzionali a quanto dovranno affrontare un giorno in ambito sociale e lavorativo.

Praticare sport in giovane età può proteggere da dipendenze e isolamento ma, perché abbia un impatto significativo, deve essere iniziato già nell’infanzia, cioè quando si adottano abitudini destinate poi a radicarsi in ciascuno di noi.

In tutto ciò, la situazione in Italia non è confortante, visto che il nostro Paese – sempre secondo l’OMS – è tra i primi per obesità infantile (17%) e sovrappeso nei bambini fra i 7 e i 9 anni (39%).

Tra quest’ultimo il 70% trascorre almeno due ore al giorno davanti a uno schermo, a scapito di un’attività motoria.

Dimagrire protegge il cuore più di una terapia

Al recente Congresso europeo di cardiologia di Madrid sono emerse forti evidenze sul legame tra il peso corporeo e le patologie cardiocircolatorie.

In particolare, dal 1999 al 2020 le morti cardiovascolari legate all’obesità sono aumentate, a livello mondiale, del 250% a causa del rischio ipertensione raddoppiato.

Uno studio dello Uk Bmc Public Health, che ha elaborato i dati del Clinical Practice Research Datalink inglese, ha preso in esame oltre 264mila pazienti da 18 anni in su che non presentavano, all’inizio dell’analisi, alcun problema cardiocircolatorio ma che avevano un indice di massa corporea che li classificava come affetti da sovrappeso o obesità. In 10 anni, il rischio di mortalità legato a cardiopatia ischemica e quello di scompenso cardiaco è aumentato tra il 44% e il 51% rispetto a soggetti di pari età ma con peso normale.

La situazione in Italia: un’emergenza che parte dall’infanzia

Un trend che fa riflettere, alla luce di altri numeri che riguardano il nostro Paese, dove le persone adulte in sovrappeso sono 25 milioni, di cui 4 sono obese.

Tra i bambini e le bambine italiane il 19% è in sovrappeso e il 9,8% è obeso o gravemente obeso. Infine, la fascia di età tra 20 e 24 anni, sempre in Italia, conta oltre il 20% di persone in eccesso di peso.

È evidente come, alla luce di queste statistiche, il rischio di un aumento prospettico delle patologie cardiocircolatorie sia significativo e, dunque, l’Italia debba investire maggiormente in prevenzione primaria, adottando stili di vita corretti e regimi alimentari equilibrati.

Scuola, come gestire lo stop ai cellulari: i consigli dell’ISS

Dall’Istituto Superiore di Sanità cinque regole per non farsi trovare impreparati e governare al meglio l’attaccamento al telefono che può portare a un suo utilizzo problematico.

Inizia il nuovo anno scolastico con una novità importante per i ragazzi e le ragazze delle scuole secondarie di secondo grado, regolata da una circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito: il divieto di utilizzo di smartphone durante lo svolgimento dell’attività didattica e più in generale in orario scolastico.

Dal Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità arrivano così alcuni consigli per non farsi trovare impreparati e gestire al meglio un attaccamento al telefono che, in alcuni casi, può comportare un vero e proprio utilizzo problematico dello stesso.

“L’uso problematico dello smartphone colpisce a livello mondiale oltre il 25% degli adolescenti, con effetti negativi su sonno, concentrazione e relazioni – sottolinea Adele Minutillo, del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) – con piccoli passi si può affrontare il problema. L’obiettivo non è eliminare l’uso dello smartphone, ma imparare a gestirlo con consapevolezza”.

Vademecum ISS: 5 consigli utili per le famiglie

Per questo, l’ISS ha messo a punto un vademecum con cinque consigli per favorire un uso consapevole dello smartphone che aiuta a non perdere momenti importanti.

Innanzitutto, serve imparare a conoscere i segnali di allarme, come il bisogno continuo di controllare il telefono o l’incapacità di disconnettersi.

In secondo luogo, è fondamentale iniziare il cosiddetto digital detox, ad esempio, stabilendo una “zona smartphone free” a casa condivisa con la famiglia, come la camera da letto o il tavolo da pranzo, per favorire momenti di qualità e disconnettersi gradualmente. Si inizia a piccoli passi, 30 minuti di pausa digitale al giorno, usando il tempo per altre attività piacevoli.

Terzo consiglio: dormire bene e per un numero sufficiente di ore favorisce l’apprendimento, la memorizzazione a lungo termine e la gestione delle emozioni. Per questo è meglio che tutta la famiglia (genitori compresi) tenga i dispositivi elettronici fuori dalla camera da letto o spenti almeno un’ora o due prima di andare a letto.

Le notifiche continue riducono la concentrazione e spingono a controllare lo smartphone anche quando non è necessario. Pertanto, è importante disattivarle nei momenti importanti: durante lo studio, lo sport, i pasti o quando si è con amici e famiglia, il telefono va messo in modalità silenziosa.

Infine, bisogna impostare dei limiti di tempo, stabilendo un limite massimo giornaliero per l’uso dei social e delle app di intrattenimento.

Sperimentazioni cliniche, Italia quarta in Europa

The European House Ambrosetti sottolinea: resta il divario Nord-Sud e aumenta la concorrenza di altri Paesi come la Spagna e la Francia

“Il ruolo della ricerca e dell’innovazione è cruciale per rispondere alle sfide di salute e alla sostenibilità del sistema. In Italia, abbiamo un ecosistema competitivo nelle Life Sciences, con medici e ricercatori qualificati e strutture di eccellenza. L’impegno politico e istituzionale è evidente, come dimostra la recente ricostituzione del tavolo tecnico sulla ricerca clinica. Tuttavia, assistiamo a una progressiva perdita di competitività dell’Europa in questo settore e dell’Italia stessa rispetto ad altri Stati Membri, come la Spagna, che grazie a solide infrastrutture e un quadro normativo efficace sta diventando sempre più attrattiva”.

È quanto affermano, in un intervento su 24Ore Salute (il portale della sanità del gruppo Sole 24Ore), Daniela Bianco e Giovanni Brusaporco, rispettivamente Responsabile Healthcare ed Healthcare Consultant di The European House Ambrosetti.

Sintetizzando: nelle sperimentazioni cliniche l’Italia mantiene un ruolo di rilievo in Europa, dove si posiziona al quarto posto, ma ci sono due punti su cui prestare attenzione: il persistente divario Nord-Sud che affligge il nostro Paese e l’aumentata concorrenza di altri Stati come Spagna e Francia.

I dati: focus sulla ricerca oncologica

Per quanto riguarda l’Italia, una prima analisi sui dati consolidati al maggio scorso, condotta dal think tank Meridiano Sanità di The European House – Ambrosetti, ha esaminato i trial clinici in oncologia, l’area di ricerca più attiva a livello globale.

I numeri mostrano che almeno un centro italiano partecipa al 30,3% dei 7.623 trial attivi o autorizzati nell’UE, collocando l’Italia al quarto posto dopo Spagna (39,1%), Francia (38,3%) e Germania (30,5%).

Dei 2.311 trial con partecipazione italiana, 1.050 (45,5%) riguardano l’oncologia. Coerentemente con altri report, quasi tutte le sperimentazioni oncologiche sono multicentriche (98%), coinvolgendo strutture di almeno due Regioni (86%) o estere (83%), confermando l’importanza della collaborazione.

Il divario Nord-Sud e la frammentazione delle strutture

L’attività, tuttavia, è concentrata in alcune aree: la Lombardia partecipa all’84% degli studi, seguita da Emilia Romagna (56%) e Lazio (53%).

Inoltre, l’analisi delle 131 strutture italiane coinvolte in trial oncologici evidenzia una forte frammentazione: solo 18 (14%) partecipano a più di 100 studi. Di queste, 11 si trovano nel Nord Italia e solo una nel Mezzogiorno.

Questo divario Nord-Sud – proseguono i due esperti di Ambrosetti – è un problema noto, legato a infrastrutture, investimenti in ricerca, attrattività per i professionisti e organizzazione delle reti.

Per quanto riguarda la distribuzione per patologia, il 79% degli studi (830 su 1.050) si concentra sui tumori solidi, in particolare polmone (177 studi), mammella (101) e colon-retto (64). I tumori del sangue (leucemie, linfomi, mielomi) rappresentano il restante 21% (220 su 1.050).

In linea con i dati AIFA, la maggior parte dei trial oncologici in Italia è promossa da soggetti for-profit, costituiti principalmente da aziende farmaceutiche (75,3% del totale, 791 su 1.050).

I restanti 259 (24,7%) fanno capo a soggetti no-profit, come strutture sanitarie pubbliche (54,1%), associazioni di pazienti (23,2%) e università (9,3%). I primi 20 promotori (16 for-profit e quattro no-profit) sponsorizzano complessivamente il 50% delle sperimentazioni.

L’Irccs Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli, con 18 studi, è il promotore no-profit più attivo del Sud. Infine, conclude lo studio, l’analisi delle fasi sperimentali rivela che un trial su due (50,5%) si trova in Fase III. I trial di Fase I e II coprono il 47,9% del campione, mentre quelli di Fase IV sono poco più dell’1 per cento.

Cuore, l’importanza della prevenzione primaria per ridurre mortalità e cronicità

Il Prof. Pompilio (Monzino): “Fin dall’infanzia alimentazione equilibrata e attività fisica”

“Nel campo delle malattie cardiovascolari oggi abbiamo un doppio tema: mortalità e cronicità.

A lanciare l’allarme è il Professor Giulio Pompilio, cardiochirurgo e Direttore scientifico dell’IRCCS Centro Cardiologico Monzino di Milano, secondo il quale la prevenzione primaria – ovvero stili di vita salutari fin dall’infanzia, a partire da “un’alimentazione equilibrata e un’attività fisica regolare” – rappresenta oggi lo strumento “più importante” a nostra disposizione per ridurre l’incidenza delle patologie cardiovascolari, anche in un’ottica di tutela della sostenibilità nel medio e lungo periodo della sanità pubblica italiana.

world heart day

Professor Pompilio, dal 22 al 29 settembre, Giornata Mondiale del Cuore, Milano ha accolto l’ottava edizione della Heart Week promossa dal Centro Cardiologico Monzino IRCCS. Qual è il significato della vostra iniziativa in termini di prevenzione e quanto è importante sensibilizzare le persone su questo tema?

Innanzitutto ho il piacere di constatare che ogni anno e ogni edizione questa manifestazione è sempre più partecipata, lo vediamo anche dall’evento Monzino Run, dove invitiamo a correre tutte le famiglie, compresi i bambini. Questo crescente interesse è un fatto importante perché abbiamo la percezione di essere davanti a un paradosso: negli ultimi decenni la mortalità per patologie cardiovascolari è diminuita significativamente, ma ciò non toglie che resti la prima causa di morte in Italia alla quale è legato oltre il 30% dei decessi totali. In questa categoria di patologie la fanno da padrone le malattie ischemiche del cuore e cerebrovascolari, direttamente riconducibili ai fattori di rischio per lo sviluppo dell’aterosclerosi, che sono modificabili e legati agli stili di vita. A ciò si aggiunge il tema delle cronicità, sempre nel settore cardiovascolare, che riguardano non solo l’insufficienza cardiaca ma anche molte aritmie: entrambe sono un grosso driver di ospedalizzazioni.

La Heart Week è nata per promuovere la prevenzione e ha sempre mantenuto questo focus, perché?

È un tema su cui siamo stati precursori al Monzino e oggi, alla luce della situazione che ho descritto, ci crediamo ancora di più. Del resto, i problemi emergono in modo molto evidente, come evidenziato anche dal Ministro della Salute, Orazio Schillaci, che sottolinea l’importanza della prevenzione cardiovascolare, definendola chiave per ridurre l’incidenza e l’impatto delle malattie cardiache. Credo che la prevenzione sia il fattore forse più importante.

Secondo voi la protezione dalle malattie cardiovascolari deve iniziare agendo sugli stili di vita fin dall’infanzia. Perché?

Tra i bambini in età scolare il 19% è sovrappeso e il 10% è obeso; in tutto quasi un 30% di bambini con problemi di peso. È un dato preoccupante, che non crea subito nocumento ai piccoli, ma li predispone alle cronicità, introducendo fattori di rischio che pagheranno in età adulta. Per questo vanno corretti da subito, per un motivo culturale innanzitutto. Senza contare che i bambini in età scolare passano in media due ore al giorno davanti a uno schermo, al di là di quanto necessario per esigenze scolastiche. Per questo chiediamo alle famiglie di portare anche i bambini alla Monzino Run.

Quali sono i principali fattori di prevenzione primaria per evitare l’insorgere di patologie cardiocircolatorie?

La cosa più importante è lo stile di vita e in particolare il tema più urgente è l’esercizio fisico, oltre ovviamente alla dieta mediterranea e all’astensione da alcol e fumo. Insistiamo molto sulla lotta alla sedentarietà, perché l’attività fisica è l’unica medicina che si prende con piacere e agisce a tanti livelli, contro l’ipertensione, la glicemia, il peso eccessivo e il colesterolo. A volte demandiamo ai farmaci ciò che potremmo ottenere da soli, appunto praticando sport e seguendo una dieta sana.

Quali sono gli esami di screening consigliati e da quale età?

Noi diciamo sempre una cosa molto importante: non c’è uno screening uguale per tutti ma va tarato in base al profilo di rischio di ciascuno. C’è chi ha un rischio elevato e quindi ha bisogno di uno screening di un certo tipo, altri hanno un rischio basso e quindi bastano controlli meno invasivi. Non crediamo nei check-up uguali per tutti.

Quali sono le metodologie d’intervento per la correzione delle aritmie e fibrillazioni atriali e che ruolo giocano in questo contesto le tecniche di “ablazione cardiaca”? Queste patologie sono sempre più diffuse soprattutto tra manager, perché? Che ruolo gioca lo stress?

Il Monzino è il centro di riferimento in Italia per la cardiologia e abbiamo registrato una vera e propria epidemia di fibrillazione atriale, con un aumento della prevalenza e incidenza. Non ci sono evidenze scientifiche che i fattori psicosociali, come per esempio lo stress, sia un fattore causale di aritmia, come lo sono obesità e ipertensione, tuttavia è una variabile a cui diamo sempre più peso come correlata. Anche per questo ai pazienti, tra cui anche figure manageriali, oltre all’eventuale intervento di ablazione, oggi molto praticato, consigliamo farmaci e stili di vita adeguati, che prevedono anche una corretta gestione dello stress.

Quali sono le nuove frontiere per le cure delle patologie cardiache? E, in particolare, che ruolo possono giocare le staminali?

Veniamo da tante speranze non suffragate da un background scientifico sufficiente, che hanno ingenerato dei corto circuiti a livello medico e da una successiva disillusione profonda. Oggi le terapie mediche avanzate, come quella genica, sono sempre più in fase di sperimentazione, non con la pretesa di essere il Sacro Graal, ma per agire su problematiche molto specifiche, per esempio cardiopatie con varianti geniche note che possono essere corrette. Credo che in futuro, nel medio termine, ci sarà un’espansione del ruolo di queste terapie che già oggi si sono affacciate alla pratica clinica in cardiologia, per esempio nel trattamento delle dislipidemie.


Giulio Pompilio, cardiochirurgo, Direttore scientifico dell’IRCCS Centro Cardiologico Monzino di Milano e Professore ordinario di Cardiochirurgia all’Università degli Studi di Milano è a capo di uno dei laboratori di Medicina rigenerativa scientificamente più produttivi d’Europa, pioniere nella terapia genica per le malattie delle arterie periferiche e per la terapia cellulare e rigenerativa per la cura dell’infarto esteso e della cardiomiopatia ischemica refrattaria. Autore di oltre 250 pubblicazioni, cofondatore di una startup biotecnologica di terapie avanzate in cardiologia è Presidente del gruppo di lavoro CARE (Cardiovascular Regenerative and Reparative Medicine) della Società Europea di Cardiologia.