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long covid sindrome pasc

Sindrome Pasc, le possibili conseguenze cardiovascolari del Covid

Pubblicato il 8 Luglio 2022 Andrea Bertoni In Home page, News /  

Dolore al petto, palpitazioni, alterazioni del battito, stanchezza e difficoltà respiratorie. Non sono pochi gli strascichi del post Covid, ovvero che si prolungano anche nel periodo successivo alla negativizzazione del paziente. Tuttavia, questa specifica sintomatologia, diventata un problema per il 10-30% dei pazienti contagiati anche quattro o più mesi dopo la risoluzione dell’infezione, è stata ormai classificata dagli esperti con un vero e proprio nome: il Long Covid solo cardiovascolare viene definito Pasc (sequele post-acute del Covid).

Lo studio pubblicato dal Journal of the American College of Cardiology

Il problema non è di poco conto se si pensa che per gestire questi pazienti nel modo più opportuno l’American College of Cardiology, associazione medica senza scopo di lucro fondata nel 1949 che riunisce qualcosa come 49mila esperti, ha da poco pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, un documento di consenso che indica la strada da percorrere per affrontare il long Covid quando, come spesso accade, coinvolge cuore e vasi. Il documento potrebbe e dovrebbe diventare una vera e propria guida a livello globale, almeno secondo la Società Italiana di Cardiologia (Sic), che richiama l’attenzione sulla necessità di sottoporsi a un corretto iter diagnostico in presenza di sintomi cardiovascolari dopo il Covid e anche l’importanza di utilizzare l’attività fisica corretta come metodo efficace per tornare a stare bene.

La parola d’ordine? Non trascurare segni e sintomi cardiovascolari che compaiano e/o perdurino dopo 4 o più settimane dalla guarigione da Covid-19: il virus ha effetti negativi su cuore e vasi ed è essenziale individuare subito un’eventuale “sofferenza” cardiovascolare per poter intervenire al meglio.

Le due casistiche del Long Covid Pasc

Le parole di Ciro Indolfi, presidente Sic e Ordinario di Cardiologia all’Università Magna Graecia di Catanzaro, sono molto efficaci nel rappresentare la situazione: “Il long Covid a livello cardiovascolare viene ormai identificato come Pasc: sono così numerosi i casi di pazienti con un interessamento cardiovascolare dopo l’infezione acuta che si è definita una nuova malattia”. Ovvero, continua l’esperto, “si parla di Pasc-Cvd quando dopo i test diagnostici si individua una vera e propria patologia cardiovascolare, oppure di sindrome Pasc cardiovascolare quando invece gli esami diagnostici standard non hanno identificato una malattia cardiovascolare specifica ma sono presenti sintomi tipici come tachicardia, intolleranza all’esercizio, dolore toracico e mancanza di respiro”. In presenza di queste manifestazioni persistenti – aggiunge – si raccomanda comunque una valutazione cardiologica di base: va eseguita precocemente per determinare se, per questi pazienti, siano necessarie ulteriori indagini o terapia medica specifica.

Qual è in ogni caso la procedura da seguire?

Il nuovo documento di consenso statunitense raccomanda una valutazione cardiopolmonare di base eseguita in anticipo per determinare se siano necessarie ulteriori cure specialistiche e terapia medica per questi pazienti. In caso di sintomi l’approccio dovrebbe prevedere test di laboratorio di base, tra cui la troponina cardiaca, un elettrocardiogramma, un ecocardiogramma, un monitoraggio del ritmo ambulatoriale, imaging del torace e/o test di funzionalità polmonare.

Contromisure e cure

Accertata la patologia quali possono essere le possibili contromisure? “La consulenza cardiologica è raccomandata per i pazienti con Pasc e risultati anormali dei test cardiaci, in chi ha malattie cardiovascolari note con sintomi nuovi o in peggioramento, se il paziente ha avuto complicanze cardiache documentate durante l’infezione da Sars CoV-2 e/o sintomi cardiopolmonari persistenti che non sono spiegati altrimenti “, sottolinea Indolfi. In presenza invece della sindrome Pasc, in cui quindi non c’è una patologia cardiologica, ma solo sintomi come tachicardia, intolleranza all’esercizio fisico, ovvero una riduzione della capacità di allenamento rispetto a prima del contagio, si raccomanda inizialmente l’esercizio in posizione sdraiata o semi-sdraiata, come ciclismo, nuoto o canottaggio, per poi passare anche all’esercizio in posizione eretta man mano che migliora la capacità di stare in piedi senza affanno. Anche la durata dell’esercizio dovrebbe essere inizialmente breve (da 5 a 10 minuti al giorno), con aumenti graduali man mano che la capacità funzionale migliora. Inoltre, nella sindrome Pasc può essere utile anche l’assunzione di sale e liquidi, per ridurre i sintomi come tachicardia e palpitazioni, ovviamente prescritti dal medico. L’importante è continuare a svolgere attività fisica, seppur con gradualità e cautela: “purtroppo – conclude Indolfi – sembra esistere una spirale discendente nel long Covid: la fatica e la ridotta capacità di esercizio portano a una diminuzione dell’attività e del riposo a letto, che comportano a loro volta un peggioramento dei sintomi e una qualità di vita ridotta”. Insomma, un circolo vizioso che va spezzato assolutamente.

La conferma dalla Lombardia: boom di esami

A contribuire a indagare le possibili conseguenze del Covid sul cuore c’è anche uno studio condotto in Lombardia su quasi 50mila persone e pubblicato sul Journal of Internal Medicine. Un’indagine che ha rivelato come, in una delle Regioni più colpite in Europa dalla pandemia, circa il 10% di pazienti ospedalizzati a distanza di tempo sono stati costretti a un nuovo ricovero. Non solo: più in generale, le visite mediche sono raddoppiate rispetto al pre-pandemia mentre le spirometrie (l’esame più comune per valutare la funzionalità respiratoria) si sono moltiplicate di 50 volte nelle persone che erano state in terapia intensiva. Gli elettrocardiogrammi si sono più che quintuplicati nei pazienti curati nelle rianimazioni e sono oltre che raddoppiati in quelli ricoverati nei reparti non intensivi. Il trend è simile per le Tac del torace, cresciute di 32 volte nei dimessi dai reparti più critici e di 5,5 volte in quelli ricoverati nei reparti di normale degenza. Anche gli esami del sangue sono aumentati moltissimo, in tutti i gruppi, anche in chi il Covid l’ha gestito a domicilio. A testimonianza che le conseguenze di questo virus, anche dopo la negativizzazione, non vanno assolutamente sottovalutati.

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