Modificati 2 articoli del Regolamento Assidai

L’Assemblea Ordinaria di Assidai, riunitasi in data 6 dicembre 2019, conformemente a quanto previsto dall’articolo 6 dello Statuto del Fondo, ha deliberato modifiche al Regolamento proposte dal Consiglio di Amministrazione del Fondo. Di seguito diamo evidenza dei soli punti oggetto delle modifiche stesse.

Art.7 – Contributi

comma 2: Fermo restando il carattere annuale del contributo interamente dovuto all’atto dell’iscrizione e dei successivi rinnovi (di seguito il “Contributo Annuale”), per le adesioni in forma individuale è ammesso il pagamento del Contributo Annuale in quattro rate trimestrali, mediante domiciliazione bancaria (SEPA). In caso di mancato e/o ritardato pagamento anche di una sola delle rate trimestrali, sarà facoltà del Fondo disporre, fermo il diritto al pagamento del Contributo Annuale e agli interessi di mora nella misura del 5%, la cessazione dell’iscrizione con efficacia retroattiva dal 1° gennaio e con conseguente diritto alla ripetizione delle prestazioni erogate successivamente alla predetta data.

comma 6: In caso di decesso in corso d’anno e di pagamento rateizzato del Contributo Annuale, quest’ultimo dovrà comunque essere corrisposto al Fondo nella Sua interezza stante quanto stabilito al precedente comma 2.

comma 8: Per gli iscritti in forma collettiva, in caso di cessazione in corso d’anno del rapporto di lavoro, il contributo annuale versato non potrà essere restituito; al dirigente/quadro/consulente, interessato dalla variazione, verrà garantita la copertura sanitaria fino al 31 dicembre dell’anno in cui la variazione si verifica con il piano sanitario originariamente prescelto.

Art.9 – Prestazioni

Paragrafo Esclusioni – Sub 2 – B.3
Eliminazione Lettera f

Rapporto Oasi 2019: la sanità pubblica è a una svolta

Nei giorni scorsi è stato presentato il Rapporto OASI 2019 (Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano) a cura degli studiosi del Cergas SDA Bocconi, coordinati da Francesco Longo e Alberto Ricci. Ciò che si evidenzia all’interno del volume è che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) conferma di avere messo in sicurezza i propri conti, anche se emergono alcune difficoltà nel tenere il passo con l’espansione del più ampio settore sanitario; è importante, quindi, che il Sistema stesso vada a ridefinire la propria missione. L’espansione e la diversificazione della sanità, infatti, si scontrano con la contrazione delle fonti di finanziamento: il tutto produce un tasso di copertura del Sistema Sanitario Nazionale sulla spesa sanitaria, già oggi al 74%, e che molto probabilmente è destinato a diminuire. Insomma, oggi la sanità pubblica italiana – che si distingue ancora in tutto il mondo per equità e universalità del servizio offerto – riesce ancora a camminare sulle proprie gambe: a dirlo sono i dati del 2018 con 119,1 miliardi di spesa e soli 149 milioni di disavanzo. Il tema vero è: in futuro, a fronte delle sfide rappresentate dall’invecchiamento della popolazione e dalla graduale contrazione della spesa pubblica, riuscirà a fare lo stesso?

Secondo Francesco Longo, Direttore di Oasi, ricercatore del Cergas Bocconi (di cui è stato Direttore dal 2006 al 2012) e Professore Associato del Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico presso l’Università Bocconi, proprio alla luce di questi ragionamenti è “cruciale chiarire la missione del SSN”. Le strade sono tre:

“Una focalizzazione sui soli servizi finanziati dal settore pubblico; una regia della filiera produttiva che preveda anche la regolazione del mercato a pagamento e il governo dell’integrazione tra i due ambiti; oppure un’interpretazione olistica, orientata alla tutela della salute, con l’ambizione di influenzare l’intero settore e gli stili di vita”.

Senza dimenticare il ruolo cruciale della sanità integrativa, che può supportare il pubblico e aiutarlo a mantenere le proprie caratteristiche distintive.

I numeri della sanità italiana

Qualche numero offre un quadro più completo della situazione. La spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia è pari a 1.900 euro, ovvero l’80% di quella inglese, il 66% di quella francese e il 55% di quella tedesca. Inoltre, secondo i ricercatori della Bocconi, alla luce di una delle più alte aspettative di vita al mondo (83 anni), accompagnata da uno dei più bassi indici di natalità (1,32 figli) e dalla previsione Istat di un rapporto di 1 a 2 tra pensionati e popolazione in età di lavoro entro il 2040, il Servizio Sanitario Nazionale non sembra essere in grado di tenere il passo con la crescita dei bisogni. Ciò lo si deduce anche guardando al passato. Tra il 2000 e il 2018 gli occupati nella sanità sono aumentati del 18% a 1,4 milioni (nello stesso periodo, i residenti sono cresciuti del 6% e l’occupazione in generale del 10%), ma a questo incremento ha contribuito prevalentemente il settore privato, anche se in tutto ciò la buona notizia è che nel 2018, per la prima volta dal 2009, è tornato a crescere (di 384 unità) il numero di medici del SSN. Anche in termini di spesa, tra il 2012 e il 2018, il privato ha superato il pubblico, con una crescita del 16% rispetto a un Servizio Sanitario Nazionale che riesce appena a coprire la crescita dell’inflazione. La componente principale della spesa privata, con 35,7 miliardi, rimane quella out of pocket delle famiglie, ancora troppo poco “intermediata” dalla sanità integrativa che nel 2018 ha coperto 4,2 miliardi (dato comunque in crescita del 31% dal 2012).

Le possibili soluzioni e il ruolo della sanità integrativa

Come uscire da questa situazione di futuro impasse per il Servizio Sanitario Nazionale? Come detto, gli esperti della Bocconi paventano tre possibili scenari, ma sottolineano anche il possibile ruolo del settore privato nell’intermediazione della spesa out of pocket. Al proposito, fanno notare che “il ruolo della compartecipazione potrebbe assumere particolare rilevanza nei Paesi in cui la spesa pubblica è sempre più soggetta a vincoli di budget e dove, come tendenza generalizzata, si è ridotta la copertura pubblica negli ultimi anni”.

In quest’ottica la compartecipazione “può evolvere concettualmente da semplice sostituto della spesa pubblica a contributo per un upgrade qualitativo dei servizi” e dunque “invece che rappresentare uno strumento iniquo che porta alla rinuncia alle cure, la compartecipazione potrebbe rappresentare uno dei primi driver della diffusione di nuovi servizi e tecnologie, liberando così risorse pubbliche per i servizi essenziali e prioritari”. Del resto, aggiungono gli esperti, il calo della ricchezza generata e delle risorse pubbliche a disposizione e il contemporaneo aumento dei bisogni di salute e assistenza, rischiano di imporre “scelte collettive inevitabilmente più conflittuali tra le generazioni e tra i diversi cluster sociali maggiormente coinvolti nelle dinamiche redistributive”.

È questa anche la posizione di Assidai, che da Fondo sanitario integrativo imperniato sui concetti di mutualità e solidarietà riconosce il ruolo cruciale, primario e insostituibile del Servizio Sanitario Nazionale come spina dorsale del sistema, e da sempre sostiene il ruolo complementare dei fondi rispetto alla sanità pubblica, in modo che quest’ultima possa continuare ancora per molto tempo a giocare il proprio ruolo cruciale per il Paese.

Binomio vincente tra contrattazione di II livello e welfare

Definire regole più efficaci in base alle caratteristiche dell’azienda, ma anche ai bisogni dei dipendenti. È questo il principale obiettivo dei cosiddetti contratti di II livello, che consentono di operare con maggiori autonomia e flessibilità, integrando alcuni istituti economici e normativi disciplinati dai Contratti Collettivi Nazionali (i CCNL, che rappresentano il primo livello) o da specifiche normative.

Negli ultimi anni, la contrattazione di II livello ha vissuto un percorso di sviluppo importante, anche perché è alla base di temi di crescente attualità come il welfare aziendale, la previdenza integrativa, l’orario e la sede di lavoro (“smart working”), la formazione professionale, la salute o e pari opportunità. In sostanza, gli accordi di II livello consentono – previa contrattazione tra l’azienda e il sindacato – di “cucire” un contratto su misura all’azienda stessa, ma anche a quello che possono essere le specifiche esigenze dei suoi dipendenti. Tra queste è sempre più richiesta una copertura sanitaria integrativa e Assidai si propone come partner affidabile ed efficace per tutti i decision maker aziendali che volessero mettere a punto soluzioni (anche personalizzate) per remunerare o premiare i propri manager.

La legislazione del lavoro: il quadro normativo

Per capire il ruolo e l’importanza ad oggi della contrattazione di II livello è utile effettuare un breve riepilogo dell’architettura del contratto di lavoro subordinato. Essa, infatti, si articola su tre livelli.

Il primo è rappresentato dalle leggi che stabiliscono diritti e doveri dei lavoratori, il secondo dai CCNL (cioè i Contratti collettivi nazionali di lavoro: per esempio Federmanager lo scorso luglio ha rivisto con Confindustria il Contratto nazionale dei dirigenti industriali) e il terzo dal contratto individuale di lavoro. Quest’ultimo, va precisato, è frutto della negoziazione tra il singolo dipendente e il datore di lavoro ma può introdurre modifiche esclusivamente migliorative rispetto al CCNL, per esempio sugli orari di lavoro e sul salario.

Come si colloca in questo quadro la contrattazione di II livello? Essa è il risultato di una trattativa tra azienda e organizzazioni sindacali che permette di derogare al CCNL. Non solo, va ricordato, che spesso sono gli stessi CCNL a delegare proprio alla contrattazione di II livello la regolamentazione di determinate materie o istituti che potrebbero richiedere soluzioni “personalizzate” per singole aziende, per esempio in tema di premi di produttività, di orari di lavoro o di sicurezza. Del resto, proprio l’erogazione di premi di produttività o di welfare aziendale – grazie alle novità introdotte dal Governo negli ultimi anni – consentono risparmi in termini fiscali sia alle aziende sia ai dipendenti.

Focus su premio di produttività e welfare aziendale

Tutto ciò, al tempo stesso, pone anche un tema rilevante: affinché siano validi degli accordi di II livello devono funzionare in modo perfetto sia sul fronte degli eventuali benefici fiscali, sia su quello del loro effettivo allineamento alla normativa. Ciò vale in particolare per due aspetti. Il primo riguarda i premi variabili, per i quali è richiesto un accordo collettivo aziendale che preveda una variabilità reale del premio di fronte a incrementi di determinati parametri economici. Inoltre, la normativa è in evoluzione: c’è chi propone di aumentare dagli attuali 3mila a 5mila euro il limite dei premi detassabili, tenendo fermo – come noto – il limite di reddito di 80mila euro per beneficiare dell’incentivo fiscale.

L’altro aspetto chiave da tenere in considerazione è quello del welfare, inteso non come risultato della trasformazione del premio variabile in beni o servizi, ma come welfare a sé stante, non soggetto né a imposta (per il dipendente) né a contribuzione (per l’impresa), che può essere previsto dalla contrattazione collettiva. In questo caso, per essere “in regola”, è necessario che le misure di welfare non vengano concesse ad personam ma a tutti i dipendenti o a determinate categorie di essi.

La contrattazione di II livello in Italia

Infine, per avere un quadro sullo stato dell’arte della contrattazione di secondo livello è utile sintetizzare un rapporto, che ha analizzato un campione di accordi, elaborato e presentato di recente dalla CGIL e dalla Fondazione Di Vittorio, studio che ha dedicato un focus specifico al welfare aziendale.  Il campione utilizzato per l’analisi fa riferimento ad un totale di 1.700 accordi di natura aziendale e territoriale, che interessano circa 1 milione di lavoratori. Dal punto di vista geografico spicca una distribuzione disomogenea dei contratti: più di 4 accordi su 10 fanno capo al Nord, in particolare all’Emilia Romagna (16%), alla Lombardia (14%), al Piemonte (8%) e al Veneto (6%) mentre tra le regioni del Centro spiccano la Toscana (10%) e il Lazio (7%). Dal punto di vista merceologico, invece, i comparti in cui sono stati stipulati più accordi sono quello pubblico, quello del commercio e del turismo e quello meccanico mentre l’area di intervento più frequente afferisce al trattamento economico, in particolare all’istituto del premio di risultato che, come previsto dalla Legge di Bilancio 2016, è detassato.

Infine, il welfare aziendale, sempre più diffuso: era presente nel 23% dei contratti nel 2015 per salire poi al 26% nel 2016 e arrivare al 27% nel 2017. Tra le prestazioni più frequenti spiccano previdenza complementare e sanità integrativa con rispettivamente l’8,1% e il 7,9% del totale, a testimonianza del ruolo cruciale che possono giocare i fondi sanitari integrativi come Assidai non solo per i futuri equilibri del Servizio Sanitario Nazionale ma anche per rafforzare una nuova concezione del rapporto di lavoro, che vada a valorizzare sempre più il rapporto le aziende e i loro dipendenti.

Welfare aziendale, i progressi in Italia

Oggi in Italia il welfare aziendale, ovvero quell’insieme di benefit e servizi forniti da un’azienda ai propri dipendenti (e talvolta anche ai loro familiari) come forma integrativa della normale retribuzione monetaria, è ormai un punto fermo.

Secondo le ultime stime, esso sarebbe ormai diffuso in quasi un’azienda italiana su due: uno scenario difficilmente immaginabile soltanto tre anni fa, ovvero nel 2016, quando per la prima volta il Governo, attraverso la Legge di Bilancio, ha inaugurato una serie di agevolazioni fiscali volte a favorire la creazione di uno spazio complementare che affiancasse i tradizionali istituti del welfare.

Agevolazioni che sono andate di pari passo con una sempre maggior presa di coscienza della necessità di instaurare un rapporto nuovo tra azienda e dipendente, in cui il welfare aziendale può essere considerato come il mezzo per rafforzare un nuovo patto per il lavoro. Del resto, è opinione ormai condivisa dai maggiori esperti che per le imprese stesse sia utile e proficuo mettere a disposizione dei propri dipendenti questa opportunità. Il motivo? Il benessere personale e un corretto bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata rappresentano fattori positivi per i manager e i dipendenti in generale, perché accrescono il benessere organizzativo generale all’interno di un’azienda e il livello di energia e motivazione dei singoli. E, di conseguenza, incrementano la produttività e aiutano ad affrontare ai cambiamenti organizzativi necessari per tenere il passo della competitività. Insomma, nel rapporto impresa-dipendente il welfare aziendale è la classica soluzione win-win.

Alla luce di questi ragionamenti Assidai ha sempre sostenuto la validità del welfare aziendale come strumento da mettere a disposizione dei propri iscritti (manager, quadri e professionisti) che, a maggior ragione alla luce dei gravosi impegni lavorativi e della scarsità di tempo libero a disposizione, apprezzano sempre più una struttura flessibile ed efficiente come quella del nostro Fondo di assistenza sanitaria integrativa. I Piani Sanitari Assidai riservati alle aziende sono vari e i vantaggi sia per le aziende stesse che per i lavoratori sono numerosi. Inoltre, i decision maker possono valutare con Assidai la costruzione di Piani Sanitari ad hoc, personalizzati proprio sulla base delle caratteristiche richieste dalle aziende e dai lavoratori.

La storia del welfare aziendale in Italia dal 2016 ad oggi

Ma vediamo di ripercorrere le tappe del welfare aziendale in Italia. Oggi, stando alle ultime ricerche, il nostro Paese ha scalato varie posizioni in Europa ed è ormai preceduto soltanto da Germania, Svezia e Spagna, dove la diffusione è superiore al 50% con una forte preponderanza del ramo salute. Tre anni fa, invece, il nostro Paese vedeva ancora uno sviluppo limitato di questo fenomeno.

Poi, nel 2016 e nel 2017, il Governo è intervenuto attraverso la Legge di Stabilità con misure ad hoc muovendosi principalmente in due direzioni. Da una parte ha espanso il perimetro del welfare aziendale che non concorre al calcolo dell’Irpef. Dall’altra ha allargato, nei numeri, l’area della tassazione zero per i dipendenti che scelgono di convertire i premi di risultato del settore privato di ammontare variabile in benefit compresi nell’universo del welfare aziendale stesso. In alternativa, come già previsto, i benefit saranno soggetti a un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento. Più nel dettaglio, il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata era stato aumentato da 50mila a 80mila euro, mentre gli importi dei premi erogabili erano passati da 2 mila a 3 mila euro nella generalità dei casi e da 2.500 a 4mila euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro.

Lo stesso ragionamento vale anche per il perimetro del welfare aziendale erogato dal datore di lavoro, che sempre la Legge di bilancio 2017 aveva ridefinito, includendo anche servizi come l’educazione, l’istruzione (anche in età prescolare), la frequenza di ludoteche, di centri estivi e invernali oppure ulteriori benefit per poter fruire di servizi di assistenza destinati a familiari anziani o comunque non autosufficienti. Senza dimenticare un altro concetto chiave: 100 euro investiti in welfare aziendale corrispondono a una spesa di 100 euro netti per l’azienda e a 100 euro spendibili per il dipendente.

Welfare aziendale nel futuro

Se molta strada è stata fatta, altrettanta ne resta da percorrere. Almeno secondo una recente indagine condotta dall’Istituto per il Servizio Sociale nell’Impresa in collaborazione con AstraRicerche, da cui emerge in modo piuttosto netto il mancato incrocio tra i servizi di welfare aziendale messi a disposizione dalle imprese e i reali bisogni sociali dei dipendenti, i quali caldeggiano soprattutto iniziative specifiche per fronteggiare i problemi e le esigenze che nascono dalla quotidianità. Qualche numero? Solo un lavoratore su tre percepisce l’impegno dell’organizzazione verso il benessere dei lavoratori e sempre un dipendente su tre giudica come “nullo o quasi” il tasso di ascolto delle imprese. In generale emerge che soltanto il 40% delle aziende è attento alle esigenze dei lavoratori con le pecche maggiori che emergono nelle imprese con più di 1.000 dipendenti o nelle multinazionali, che al tempo stesso offrono comunque una maggiore gamma di servizi di welfare.

Insomma, il quadro è complesso e per certi versi anche contradditorio. Tuttavia, un trend emerge dall’indagine in maniera piuttosto netta: negli ultimi tre anni la situazione è migliorata in modo inequivocabile. A partire dalla percentuale di servizi offerti, in cui spiccano sanità integrativa, prevenzione e previdenza integrativa, per arrivare agli effetti positivi legati al welfare aziendale, visti come produttività del lavoro (passata per esempio dal 30% a oltre il 35%), soddisfazione dei lavoratori e del clima aziendale e riduzione dell’assenteismo. Insomma, una tendenza positiva che merita di essere cavalcata nei prossimi anni e alla quale ulteriori interventi da parte del Governo non potrebbero che giovare.

Il nuovo portale per la prevenzione infantile

L’infanzia è un momento chiave per la crescita, ma anche per impostare le corrette abitudini a livello di stili di vita, in particolare per quanto riguarda l’alimentazione e il movimento. È partendo da questo presupposto che, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione 2019 (celebrata il 16 ottobre), il Ministero della Salute ha promosso il sito internet piccolipiuinforma.it: un portale dedicato ai genitori dei bambini di 4-5 anni – ma ovviamente anche ai nonni, zii, baby-sitter, educatori e insegnanti – che mette a disposizione del lettore non solo percorsi semplici, costruiti e validati scientificamente per centrare obiettivi di salute, ma anche risposte a tanti dubbi e domande sulla nutrizione e sul movimento dei figli in età prescolare. Tutto ciò – aspetto da non sottovalutare – tenendo anche conto della sostenibilità ambientale delle loro scelte. L’iniziativa, in generale, è perfettamente allineata alla filosofia e allo spirito di Assidai, che cerca sempre di mettere a disposizione dei propri iscritti gli strumenti adeguati e le informazioni migliori – con approfondimenti e interviste ad esperti – per adottare stili di vita corretti, a sua volta fondamentali come prevenzione primaria contro le malattie croniche, principali cause di morte nel mondo occidentale. Non solo: il nostro Fondo promuove ogni anno campagne di prevenzione gratuite per i propri iscritti, per esempio contro il rischio melanoma (Healthy Manager 2019) o contro eventuali patologie cardiocircolatorie (attraverso l’esame ecocolordoppler, campagna Healthy Manager 2018), che registrano adesioni sempre più nutrite.

Prevenire in età infantile le malattie croniche

Piccolipiùinforma è nato in particolare dall’esperienza maturata nel corso di un progetto di ricerca finanziato dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie del Ministero della Salute e coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio. Hanno partecipato all’iniziativa, inoltre, due ospedali pediatrici di rilievo nazionale e due aziende ospedaliere (Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, il Burlo Garofolo di Trieste, l’Azienda Ospedaliera e Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, la USL12 Versilia), l’Istituto Superiore di Sanità e la Regione Siciliana. L’obiettivo? Sovrappeso e obesità rappresentano un problema frequente in età pediatrica: un fattore di rischio associato ad importanti malattie croniche dell’adulto, come il diabete o le patologie cardiovascolari. Bisogna dunque prevenirle e il modo migliore per farlo è promuovere comportamenti salutari soprattutto in famiglia, con il supporto di un’importante azione di sanità pubblica. Ciò anche alla luce della criticità della situazione italiana: stando all’ultima fotografia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), infatti, i bambini italiani sono tra i più “grassi” d’Europa (sono sovrappeso o obesi il 41% di loro, solo Cipro presenta dei dati peggiori con il 43%).

Cibo, movimento e sostenibilità

Il portale permette di agire su tre fronti. Innanzitutto, in cucina, dove è importante mettere in tavola cibi sani. Talvolta però, complici la mancanza di tempo o le frenesie della vita quotidiana, si preferiscono prendere “scorciatoie” alimentari che sconfinano nel junk food. Piccolipiùinforma cerca di rimediare mettendo a disposizione ricette semplici, che soprattutto non richiedono uno stravolgimento delle proprie abitudini:  si arriva al suggerimento di menù settimanali, con strumenti per regolare facilmente le quantità di cibo adatte al bambino (aspetto cruciale: la porzione deve essere sempre coerente con l’età), al calendario con la frutta e la verdura di stagione per fare la spesa insieme al mercato e a tanti giochi e quiz per familiarizzare con gli alimenti. Senza dimenticare un’ampia sezione di “cose da sapere” con i concetti chiave della sana alimentazione.

Il secondo fronte è quello dell’attività fisica: in questo caso il sito mette a disposizione svariate informazioni per supportare i genitori con idee e attività da svolgere insieme ai bambini. Facciamo qualche esempio: gite fuori porta, costruire un piccolo orto in giardino o sul terrazzo, giochi ed esercizi fisici. Il tutto con indicazioni pratiche per fare sport o divertirci in uno spazio chiuso o quando piove o fa freddo.

Infine, terzo e ultimo punto, c’è la sostenibilità e l’attenzione all’impatto ambientale in relazione alle scelte che prendiamo nella vita di tutti i giorni, anche nell’alimentazione: in questo caso l’obiettivo è contribuire a ridurre le emissioni di anidride carbonica adottando stili di vita sani, rispettosi dell’ambiente ed economicamente sostenibili.

Le nove regole d’oro

Per i più pigri, il portale snocciola direttamente nella homepage anche nove veloci “obiettivi di salute” da rispettare: chi ha più tempo, cliccando all’interno di ciascuno, ha a disposizione un’ampia gamma di informazioni, compreso un quiz per capire se si è sulla strada giusta.

Ecco comunque le nove regole da rispettare, che qui elenchiamo in modo volutamente schematico:

  • mettere a tavola porzioni adatte all’età;
  • essere meno sedentari, mai stare fermi più di un’ora consecutiva;
  • fare colazione e merenda in modo sano;
  • consumare frutta e verdura, almeno cinque porzioni ogni giorno;
  • giocare e muoversi in modo spontaneo;
  • giocare in modo attivo per almeno 1 ora al giorno, per esempio correre, saltare, nuotare o ballare;
  • ridurre dolci, bevande zuccherate e sale;
  • puntare sulla varietà dei cibi;
  • vivere la cucina insieme, cucinando e sedendosi a tavola con i bambini.

Long Term Care (LTC), nuovo allarme dalla Bocconi

Un costante aumento degli anziani non autosufficienti, un tasso di copertura del bisogno che resta stabile, oltre un milione di badanti e caregiver familiari in costante aumento. Sono questi i principali trend e numeri che emergono dal Secondo Rapporto elaborato da Cergas Sda Bocconi sulla Long Term Care, dal titolo “Il futuro del settore LTC. Prospettive dai servizi, dai gestori e dalle policy regionali”.

Uno studio voluminoso, di ben 180 pagine, da cui emerge un verdetto chiaro: a fronte del bisogno crescente in termini di assistenza e servizi per le persone over 65 non autosufficienti, l’attuale offerta, pubblica e privata, non riesce a fornire una risposta adeguata ai bisogni delle famiglie. Da ciò discendono varie urgenze. Due su tutte. Da una parte la necessità di ricercare soluzioni innovative, dall’altra parte – soprattutto – vanno rivisti i modelli di servizio, coinvolgendo i fondi sanitari integrativi come Assidai (da sempre attenta e attiva sul tema della non autosufficienza – Long Term Care), che possono offrire un importante sostegno al pilastro pubblico. Del resto, ad oggi solo il 10% della spesa sanitaria nazionale viene dedicata alla non autosufficienza e questa situazione, in futuro, rischia di peggiorare, esponendo il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e le famiglie a un ulteriore pressione sul fronte della LTC.

Il peso delle dinamiche demografiche

Il tema della non autosufficienza, secondo i ricercatori della Bocconi, è di estrema attualità e urgenza anche alla luce del rapido evolvere dei trend demografici di invecchiamento della popolazione italiana, ormai da considerarsi un fenomeno strutturale. Le proiezioni Istat più recenti stimano che nel 2037 il numero di over 65 residenti in Italia sarà 4,5 milioni in più rispetto al 2017, a fronte di un calo complessivo della popolazione di 600mila individui, che deriverà da una forte contrazione riguardante le fasce di età più giovani e quelle in età lavorativa. Se si considera che tra il 2013 e il 2016 il numero di anziani in Italia è aumentato da 2,7 milioni a 2,9 milioni, il quadro è chiaro e ci indica come sia necessario un cambio di passo.

Ci sono, peraltro, altri due numeri significativi che emergono dal rapporto elaborato dal Cergas. Innanzitutto, il 25% delle condizioni di Long Term Care sono accompagnate o causate da gravi forme di decadimento cognitivo che richiedono forme di assistenza molto diversificate rispetto alla pura non autosufficienza fisica. In secondo luogo, il 44% delle famiglie registrano un solo adulto nel nucleo: questo determina rilevanti problemi di solitudine per gli anziani e, al tempo stesso, un indebolimento del tessuto familiare che storicamente ha sempre rappresentato il perno di questo particolare tipo di assistenza. 

Offerta privata e pubblica ancora insufficiente

A fronte di queste dinamiche come si articola l’offerta? Sul fronte del welfare pubblico, si legge nel rapporto, è aumentata la presenza di assistenza domiciliare (soprattutto quella integrata e gratuita) che nel periodo ha visto un incremento dei soggetti inclusi ma non delle ore erogate per utente. Ciò, quindi, allarga potenzialmente la platea di anziani toccati dal servizio (che rimangono comunque meno del 40% della popolazione considerando anche la rete residenziale e semiresidenziale) ma non l’intensità del servizio stesso.

Sul fronte della rete privata, la stima delle badanti attive (regolari e irregolari) ha sfondato per il 2018 il muro di 1 milione (precisamente 1.005.303 stimato), confermando il trend di un sempre maggiore ricorso a questa soluzione che si conferma essere la soluzione più diffusa nel nostro Paese. In sostanza, sintetizza il Cergas, i servizi sociosanitari e sociali coprono solo la metà della popolazione non autosufficiente potenziale, generando una situazione di sofferenza sia per anziani sia per i caregiver familiari (che si auto-organizzano per assistere i loro cari), soprattutto alla luce del fatto che purtroppo un caregiver su cinque è anziano a sua volta.

Inoltre, gli esperti della Bocconi si sono anche interrogati sul possibile impatto che l’innovazione tecnologica può avere nel settore della LTC delle strutture residenziali per anziani e sulle sue potenzialità per colmare questo gap. Tra le strutture analizzate, mediante un’inchiesta ad hoc, in quasi la metà dei casi (47%) i servizi offerti prevedono l’utilizzo di innovazioni tecnologiche, anche se solo nel 12% vengono usate a pieno regime nella quotidianità, il 9% è stato introdotto con progetti pilota mentre il 13% vive una fase di sperimentazione iniziale.

Assidai e le coperture per la non autosufficienza

Il quadro, insomma, come ampiamente illustrato dal dossier del Cergas, è complesso e presenta, in prospettiva, diverse criticità. Per questo Assidai si è sempre mosso in anticipo sul tema della non autosufficienza, mettendo a disposizione dei propri iscritti e delle loro famiglie importanti coperture per la non autosufficienza. Negli ultimi cinque anni ha migliorato per tre volte le prestazioni offerte estendendo per esempio la copertura stessa al coniuge o al convivente more uxorio oppure ampliando la stessa nel caso di presenza di figli minori. Tutti i vantaggi della Long Term Care Assidai sono consultabili sul nostro sito, a conferma di un impegno che come Fondo di assistenza sanitaria consideriamo fondamentale per il futuro della popolazione italiana e del nostro Paese.

 

 

Ottobre, il mese della prevenzione del cancro al seno

Una donna su nove viene colpita durante la propria vita dal cancro al seno, il tumore più frequente nel genere femminile.

I numeri dicono che la sopravvivenza a cinque anni è aumentata: dall’81% all’87% negli ultimi 20 anni e che nel 2019 si sono ammalati 53mila donne e 500 uomini. Rivelano, anche, che circa il 5-7% di queste patologie hanno caratteristiche ereditarie.

Anche nel 2019, ottobre è il mese della prevenzione del cancro al seno, una patologia che – nonostante i progressi fatti e dimostrati dai numeri – resta pur sempre la prima causa di tumore tra le donne con il 17% dei casi. Che cosa significa tutto ciò? Che oltre alla ricerca, un’arma fondamentale per battere il cancro al seno è la prevenzione, agendo sia a livello primario (cioè sugli stili di vita, a partire da una corretta alimentazione, eliminando il consumo di alcol o tabacco e praticando sport) sia secondario, cioè svolgendo con regolarità periodici screening che nel peggiore dei casi ci consentiranno di scoprire eventuali lesioni con il congruo anticipo.

Il tema della prevenzione, non solo per questa specifica patologia, è fondamentale per Assidai: Chiara Pistolese, medico e docente universitaria in Diagnostica per immagini, che lavora al Policlinico Tor Vergata di Roma e da oltre 20 anni segue la diagnostica senologica, in un’intervista a  Welfare 24, newsletter del Fondo, ha sottolineato un concetto molto semplice: la vera prevenzione del tumore al seno è la diagnosi precoce, perché se c’è qualcosa che non va è meglio scoprirlo subito così non diventa un problema. Anche in questo caso i numeri sono estremamente chiari. Secondo l’AIRC, un ente privato senza fini di lucro nato nel 1965 grazie all’iniziativa di alcuni ricercatori dell’Istituto dei tumori di Milano, fra cui il Professor Umberto Veronesi, se il tumore viene scoperto allo stadio 0 (cioè iniziale), la sopravvivenza a cinque anni nelle donne trattate è del 98%, anche se le ricadute variano tra il 9 e il 30 per cento dei casi, a seconda della terapia effettuata. Se invece i linfonodi sono positivi (ovvero tutti gli stadi tranne lo 0), cioè contengono cellule tumorali, la sopravvivenza a cinque anni è del 75%.

Prevenzione del cancro al seno

In realtà gli strumenti della prevenzione al seno sono diversi ed essa deve iniziare da subito, a partire dai 20 anni. Il punto fermo è l’autopalpazione, ovvero un esame che ogni donna dovrebbe fare autonomamente una volta al mese per individuare anomalie del seno. Tra i possibili campanelli di allarme, la presenza di noduli, secrezioni nei capezzoli o ingrossamento dei linfonodi sotto l’ascella. Tutti segnali ovviamente da valutare con una visita senologica, cioè con l’esame clinico completo del seno (osservazione e palpazione) da parte di un medico specializzato: dopo i 40 anni è consigliabile effettuarla ogni anno. Poi ci sono gli esami diagnostici veri e propri. Ovvero l’ecografia, che permette di studiare a fondo la ghiandola mammaria: è indicata nelle donne di età compresa tra i 45 e i 50 anni perché molto affidabile nell’individuare lesioni in caso di seno con una ricca componente ghiandolare, ma è meglio associarla ad ogni età alla mammografia. Quest’ultima è invece una radiografia eseguita con il seno compresso tra due lastre per individuare la presenza di formazioni potenzialmente tumorali. In questo caso, il programma di screening, secondo le indicazioni del Ministero della salute, prevede che venga effettuata ogni due anni dalle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni.

In realtà, come detto, c’è anche una prevenzione primaria, che agisce su fattori di rischio legati all’alimentazione e alle abitudini di vita. Diversi studi scientifici, sottolinea sempre l’AIRC, hanno dimostrato l’utilità di una dieta particolare nella prevenzione delle ricadute del cancro del seno in donne già colpite. E ulteriori analisti stanno valutando l’utilità della stessa dieta nella prevenzione primaria, ovvero in chi non ha ancora sviluppato la malattia. Alla base di questa alimentazione c’è un apporto significativo di ormoni vegetali simili agli estrogeni femminili che sono contenuti, per esempio, nella soia, ma anche nelle alghe, nei semi di lino, nel cavolo, nei legumi, nei frutti di bosco e nei cereali integrali. Particolarmente raccomandato il consumo di crucifere, che agiscono positivamente sul metabolismo degli ormoni: quindi sì a rape, senape, rucola, cavolfiore, cavolini di Bruxelles, ravanelli e cavolo. Infine, meglio pesce rispetto ad altre proteine animali, da accompagnare con grandi quantità di fibre (attraverso il consumo di frutta, cereali, verdura, legumi). Che cosa evitare invece o comunque limitare? Gli zuccheri raffinati, che hanno l’effetto di innalzare l’insulina nel sangue e quindi di indurre il diabete, a favore di zuccheri grezzi e di amidi e latticini e uova.

La lotta al colesterolo si fa più dura

Le società europee di cardiologia e dell’aterosclerosi – rispettivamente European Society of Cardiology (ESC) e European Atherosclerosis Society (EAS) – lanciano una guerra senza quartiere contro il colesterolo, ovviamente quello cattivo, denominato in gergo tecnico LDL. Lo hanno fatto ufficialmente nelle scorse settimane abbassando ulteriormente gli obiettivi di trattamento per diverse categorie di pazienti a rischio, obiettivi che sono stati presentati a Parigi nel corso dell’ultima edizione del Congresso dell’ESC e, al tempo stesso, sono stati pubblicati su European Heart Journal.

La filosofia sottostante a questa decisione è semplice, oltre che corroborata da una robusta letteratura scientifica: quanto più il colesterolo LDL scende tanto minori sono i rischi di eventi nefasti come infarti o ictus. È la logica della prevenzione primaria che Assidai sposa da sempre, sottolineando come gli stili di vita – intesi come un’alimentazione equilibrata (basata il più possibile su una dieta mediterranea), un regolare esercizio fisico, un moderato uso di alcol, il mantenimento del peso forma e lo stop a qualsiasi utilizzo di tabacco – giochino un ruolo cruciale nel diminuire l’incidenza delle malattie croniche, che sono responsabili di oltre il 70% dei decessi a livello globale, oltre che della maggior parte delle situazioni di invalidità e non autosufficienza.

In realtà, nei Paesi occidentali, tumori, malattie dell’apparato circolatorio e respiratorio e diabete, causano addirittura l’80% delle morti a testimonianza dell’attualità ancora più stretta di questo tema per l’Italia e per l’Europa. Ciò vale a maggior ragione considerate le sfidanti prospettive del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), per il quale la cura delle malattie croniche rappresenta una fonte di spesa significativa e dunque un elemento di criticità insieme al graduale invecchiamento della popolazione.

Colesterolo buono e cattivo: ecco come funzionano

Ma andiamo con ordine. Che cos’è il colesterolo e perché può essere così pericoloso? È un grasso, prodotto all’80% dal nostro organismo e in minima parte introdotto con la dieta, che svolge diverse funzioni cruciali. Per esempio, contribuisce alla produzione di vitamina D (utile per le ossa) e alla digestione grazie alla formazione della bile e favorisce la costruzione della parete delle cellule, in particolare del sistema nervoso. Al tempo stesso il colesterolo viene trasportato nel sangue attraverso apposite lipoproteine che si differenziano in base a dimensione e densità ed è qui che nasce la distinzione tra il colesterolo “cattivo”, legato alle lipoproteine a bassa densità (il cosiddetto LDL) e che si può depositare sulle pareti delle arterie determinando possibili ostruzioni delle stesse, e il colesterolo “buono” (HDL), associato a lipoproteine ad alta densità  che invece rimuove il colesterolo cattivo dalle pareti dei vasi per trasportarlo al fegato. Come detto, è ampiamente provato come il restringimento dei vasi sia causa di gravissime malattie cardiovascolari come infarto e ictus cerebrale, che a loro volta portano a invalidità permanente o al decesso, di cui sono la principale causa nei Paesi industrializzati anche più del cancro.

I nuovi obiettivi della lotta al colesterolo

Ecco spiegato perché la European Society of Cardiology e la European Atherosclerosis Society hanno deciso di lanciare una politica di tolleranza zero nei confronti del colesterolo LDL. Nel dettaglio, le nuove linee guida adottate seguono il principio “lower is better”, cioè “più basso è, meglio è”, raccomandando ai soggetti più esposti di ridurre il colesterolo stesso quanto più possibile. In particolare, per fornire qualche numero, bisogna effettuare una distinzione tra le quattro classi di rischio in cui può essere suddivisa la popolazione.

Per i pazienti ad altissimo rischio (cioè con un rischio stimato di mortalità cardiovascolare a 10 anni superiore al 10%) e ad alto rischio, l’obiettivo è tagliare l’LDL di almeno il 50% rispetto ai livelli di partenza, a prescindere da quali siano. Solo per gli individui a rischio moderato si fissa un obiettivo in cifre, cioè limare l’LDL sotto quota 100, mentre per i pazienti a basso rischio (cioè con rischio di mortalità cardiovascolare a 10 anni inferiore dell’1%) l’asticella viene posta a 116.

Assidai e la prevenzione contro l’ictus

Sul fronte delle malattie cardiovascolari e della loro prevenzione Assidai si è sempre mosso in prima linea. Sia promuovendo un’informativa puntale sugli stili di vita e i comportamenti virtuosi da adottare per evitare l’insorgere di queste patologie, sia mettendo a disposizione dei propri iscritti la possibilità di svolgere un esame ecocolordoppler dei tronchi sovraortici (TSA), considerato dagli esperti uno degli screening più efficaci per scoprire in anticipo il possibile insorgere di un ictus, nell’ambito della Campagna di prevenzione “Healthy Manager” 2018.

Giusto per dare un’idea del fenomeno, nel nostro Paese, ogni anno, ci sono oltre 200mila nuovi casi di ictus mentre in Europa il numero dei soggetti colpiti si attesta attorno a 2 milioni. Cifre che fanno intuire gli effetti devastanti di questa patologia sotto il profilo sanitario a cui sono legati, oltre al dramma umano, anche pesantissimi oneri finanziari per le famiglie quando uno dei componenti viene colpito da una lesione cerebrovascolare. Si tratta, ha sottolineato al proposito Roberto Leo, cardiologo e internista, Professore aggregato del Dipartimento di Medicina Interna, dell’Università di Roma Tor Vergata in un’intervista concessa ad Assidai, di uno dei più gravi problemi sanitari e assistenziali, visto che rappresenta la prima causa d’invalidità permanente e la seconda causa di demenza, nonché la terza causa di morte.

In Italia, di quanti sono stati colpiti da ictus, il 20-30% muore entro tre mesi, il 40-50% perde in modo definitivo la propria autonomia, mentre il 10% presenta una recidiva severa entro 12 mesi, con costi sociali difficilmente sostenibili, ha aggiunto l’esperto. Ecco perché Assidai ha deciso di attivarsi concretamente sul tema della prevenzione ed ecco perché la European Society of Cardiology e la European Atherosclerosis Society hanno recentemente avviato la politica di “tolleranza zero” nei confronti del colesterolo cattivo.

Sanità, ancora troppe disuguaglianze in Europa

In Europa aumentano le disuguaglianze nella sanità, ma l’Italia si conferma tra i primi Paesi al mondo come livello di copertura sanitaria universale. È questo quanto emerge da due studi, pubblicati recentemente dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità: documenti estremamente approfonditi, che a loro volta offrono un quadro completo a livello europeo e globale dell’evoluzione dei sistemi sanitari sempre con l’obiettivo, fissato dalla stessa OMS, di raggiungere la copertura universale per tutti i cittadini del pianeta nel 2030.

E se l’analisi aggregata sul Vecchio Continente rivela come molti dei fattori critici che guidano le disuguaglianze sanitarie non vengono affrontati con le strategie giuste, l’Italia ottiene un punteggio elevato nella speciale classifica stilata dall’OMS per la copertura sanitaria offerta alla popolazione, un dato che ribadisce ancora una volta le caratteristiche uniche del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN). L’universalità e l’equità della sanità pubblica italiana rappresentano ancora oggi un modello per molti partner europei e mondiali, anche se queste caratteristiche, per essere preservate nel tempo, necessitano di un supporto che aiuti a fronteggiare le sfide imposte dal graduale invecchiamento della popolazione e dalla costante crescita delle spese sanitarie out of pocket, a sua volta determinate dalla obbligata razionalizzazione del budget del SSN.

È questa anche la posizione di Assidai, che più volte ha rimarcato come sia necessario per i Fondi di Assistenza Sanitaria Integrativa porsi in un’ottica di complementarietà e di supporto al Servizio Sanitario Nazionale, punto di riferimento primario per ogni cittadino italiano.

Reddito e disparità sanitarie

Tornando agli studi dell’OMS, per quanto riguarda l’Europa si sottolinea come il 29% delle disuguaglianze sanitarie derivano da condizioni di vita precarie e che il 53% dei Paesi della Regione ha disinvestito in alloggi e servizi alla comunità negli ultimi 15 anni. In particolare,  secondo lo studio “Healthy, prosperous lives for all” sono cinque i fattori di rischio che impediscono a giovani, donne, bambini e uomini di raggiungere una buona salute e, più in generale, di condurre una vita sicura e dignitosa.

Innanzitutto, l’elemento più “pesante” – secondo l’OMS conta per il 35% – è rappresentato dalla sicurezza del reddito e dalla protezione sociale, che evidentemente incidono in modo determinante sulla scelta delle cure quando non c’è un Servizio Sanitario Nazionale che le garantisce in modo gratuito. In seconda posizione si collocano le condizioni di vita (29%), che comprendono per esempio l’indisponibilità di una casa dignitosa o addirittura la mancanza di materia prima per riscaldarla o cucinare un pasto. In terza posizione figura un’altra categoria chiave: il capitale sociale e umano (col 19%), un ampio insieme in cui rientrano la mancanza di partecipazione all’istruzione e di apprendimento permanente. Infine, ci sono l’accesso e qualità dell’assistenza sanitaria (10%) e le condizioni precarie di impiego e di lavoro (7%).

Disuguaglianze sanitarie e sociali

È altrettanto interessante scorrere alcuni numeri, forniti sempre dal rapporto OMS, che danno il perfetto termometro delle disuguaglianze sanitarie a livello europeo.

In 45 Paesi su 48, le donne con il minor numero di anni di istruzione riportano tassi più alti di salute scarsa rispetto alle donne con il maggior numero di anni di istruzione e lo stesso avviene per gli uomini in 47 Stati su 48. Ancora: quasi il doppio delle donne e degli uomini della fascia meno ricca della popolazione soffre molto di più, rispetto agli individui con redditi elevati, di malattie che limitano la libertà di svolgere attività quotidiane.

Senza contare che le lacune sanitarie tra i gruppi socioeconomici aumentano con l’invecchiamento della popolazione: il 6% in più di ragazze e il 5% in più di ragazzi segnalano cattive condizioni di salute nelle famiglie meno abbienti rispetto a quelle più ricche. Un gap che sale al 19% in più di donne e al 17% in più di uomini in età lavorativa e raggiunge picchi del 22% quando si superano i 65 anni.

Infine, ed è questo forse il dato più significativo, mentre l’aspettativa di vita media in tutta la regione è aumentata a 82 anni per le donne e 76,2 anni per gli uomini, lo stesso dato per i gruppi più svantaggiati cala rispettivamente fino a 7 anni e fino a 15 anni.

Copertura sanitaria universale: Italia quasi al top

Di recente, l’OMS ha pubblicato anche un altro rapporto molto interessante e dettagliato: il “Primary Health Care on the Road to Universal Health Coverage 2019 Global monitoring report”  che documenta i progressi raggiunti a livello globale nell’accesso della popolazione ai servizi sanitari. Il verdetto? Il trend è positivo: l’accesso ai servizi sanitari di base è migliorato in tutte le Regioni e per tutte le fasce di reddito (in particolare nei Paesi più poveri) ma il ritmo a cui si avanza sta rallentando e sempre più persone sono costrette ad affrontare importanti difficoltà finanziarie per poter pagare i servizi sanitari essenziali. In ogni caso, si aggiunge, negli Stati che investono maggiormente nella salute le persone risultano protette in modo più adeguato.

E l’Italia? L’OMS ha messo a punto un super-indice sulla copertura sanitaria, che valuta quattro macroaree: maternità e infanzia, malattie infettive, patologie non trasmissibili e accesso ai servizi. Da essi emerge che il nostro Paese, con un punteggio di 82 punti, è uno dei migliori al mondo, leggermente dietro gli Stati nordici e la Germania (arrivata a 83 punti), ma per esempio davanti alla Francia, che si attesta a 78 punti. Il distacco dai leader di questa speciale classifica, Gran Bretagna e Nuova Zelanda (entrambi con 87 punti), è inoltre abbastanza risicato a riprova dell’equità e dell’universalità del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Due qualità cruciali, troppo importanti da preservare nel futuro prossimo quando l’invecchiamento della popolazione e le crescenti ristrettezze di bilancio a livello centrale richiederanno un supporto privato al pilastro sanitario pubblico.

Il nuovo video corporate di Assidai

Il nuovo video corporate Assidai nasce per illustrare la mission e le caratteristiche del Fondo Sanitario, principalmente nel corso di meeting e incontri con i manager organizzati dalle Associazioni Territoriali Federmanager in tutta Italia. Realizzare un video che in poco tempo potesse raccontare i valori distintivi del Fondo non è stato semplice, ma il giovane regista Giovanni Stella della società Smile Vision potrebbe aver raggiunto il suo scopo, se consideriamo i feedback positivi ricevuti da coloro che hanno visto il video.

L’obiettivo? “Creare un filo diretto tra Assidai e l’iscritto, trasmettendo la sensazione di sicurezza e fiducia che caratterizza il loro rapporto”. Che cosa lo distingue da altri video aziendali? “Coinvolge veramente chi lo guarda grazie alla veridicità del racconto”. Giovanni Stella parla della sua creazione con entusiasmo e trasporto. “Perché siamo riusciti a realizzare davvero qualcosa di particolare, con una resa finale che mi lascia pienamente soddisfatto: abbiamo cercato di evitare il classico spot, generando invece empatia e quindi un contatto diretto con lo spettatore”, aggiunge Stella.

All’interno dello spot integrale, che dura meno di 3 minuti, emergono i principali valori su cui si impernia dal 1990 l’attività di Assidai – tra gli altri, tutela, salute, assistenza, solidarietà, trasparenza e qualità a vantaggio delle persone e delle aziende – e che a loro volta si traducono in fatti concreti: per esempio l’estensione di determinate coperture anche ai familiari dell’iscritto, la non selezione del rischio da parte del Fondo e la tutela degli assistiti per tutta la loro vita. Ciò avviene anche grazie a una rete convenzionata di oltre 10mila strutture sanitarie d’eccellenza a disposizione degli iscritti per usufruire di prestazioni in regime di convenzionamento diretto e a campagne di informazione e prevenzione gratuite per gli iscritti. Assidai “è una certezza per la vita”: è con questa frase che si conclude il nuovo video corporate e nell’intervista che segue approfondiamo tecniche, modalità di realizzazione e montaggio.

Giovanni Stella, qual è il messaggio che ha voluto comunicare con questo video e quali sentimenti o emozioni ha voluto suscitare nello spettatore?

Abbiamo dato la priorità alla necessità di creare una linea diretta tra il Fondo e l’iscritto, utilizzando riprese reali – per esempio anche della sede Assidai – e cercando di generare una sensazione di sicurezza e fiducia. Era questo l’obiettivo finale del video, che supera la durata media degli spot commerciali e che, a mio parere, si differenzia dai classici video aziendali.

In che cosa è diverso, secondo lei, da altri video corporate?

È molto più coinvolgente. Ha superato lo standard del video corporate di lancio e la logica dello spot commerciale, creando invece un’empatia con l’iscritto. Non volevamo raccontare soltanto Assidai e i professionisti che ci lavorano – cosa che invece avviene in diversi spot aziendali – ma molto di più. Per questo abbiamo collaborato direttamente con il Fondo e per la maggior parte coloro che compaiono nel video sono professionisti veri, tra cui il Direttore Generale Marco Rossetti, molti colleghi Assidai, operatori del Customer Care, personale di Federmanager Roma e della Casa di Cura Quisisana, mentre altri sono attori professionisti. Inoltre, per rafforzare la veridicità del racconto, gli ambienti in cui abbiamo girato il video sono quelli istituzionali, di lavoro, tra cui proprio gli uffici di Assidai, di Federmanager Roma, il call center di Assidai (G&G Associated) e la struttura convenzionata con Assidai, la Casa di Cura Quisisana di Roma (Gruppo Eurosanità S.p.a.).

Quanto ci è voluto per girare il video e come avete scelto gli attori?

Per arrivare al set vero e proprio ci è voluto circa un mese di preproduzione, durante il quale abbiamo svolto diversi sopralluoghi, messo a punto con il Fondo tutti gli aspetti organizzativi e lavorato sullo script. Lavorando a stretto contatto con il Fondo abbiamo selezionato, dopo un intenso lavoro, i due attori principali che troviamo nel video. L’uomo è Alberto Mosca, attore professionista teatrale, insegnante di recitazione e sceneggiatore, che rappresenta la voce narrante che alla fine si palesa allo spettatore comparendo nel video e creando così un ulteriore situazione di riscontro e di interazione. La donna manager, invece, è Daniela Amato, doppiatrice e attrice professionista teatrale e cinematografica. Inoltre, a conferma della veridicità del nostro racconto, vorrei sottolineare che il signore anziano che compare a un certo punto nel video è un vero iscritto Assidai: il Dott. Giampaolo Marcellini. Poi, in tutto, le giornate di riprese sono state due.

Da parte sua c’è dunque piena soddisfazione per il prodotto finale? C’è un elemento in particolare di cui va orgoglioso?

Sì, sono assolutamente soddisfatto e mi auguro il video possa trovare un ottimo riscontro sia tra gli iscritti sia tra chi non conosce ancora Assidai. In particolare, mi piace molto la resa finale dell’interazione tra le grafiche e la ripresa visiva: è una tecnica che ultimamente stiamo utilizzando per avere risultati migliori. Un’altra cosa molto interessante è stata quello di lavorare con tecnologie innovative e in location prestigiose. E poi c’è la scelta dei colori con il ruolo chiave che ha giocato il direttore della fotografia Amira Ra, che ha lavorato per numerosi videoclip musicali e anche spot pubblicitari per la televisione. Abbiamo deciso di spostarci verso i toni caldi dei colori, creando un contrasto netto tra il blu e l’arancione (colore del brand Assidai), per fare emergere ancora meglio le tonalità del Fondo sanitario. È stato un ottimo modo per creare un legame tra il brand Assidai e la colorimetria visiva e comunicare, in questo modo, lo spirito e i punti di forza di Assidai.

 

Smile Vision è nata nel 2015 con l’obiettivo di ritagliarsi un ruolo definito nell’area della comunicazione visiva e della produzione cinematografica. L’identità̀ del brand è fondata sulla comprovata esperienza di un team di giovani under 30, laureati e professionisti di settore, impegnati nel continuo ampliamento del network di collaborazioni per garantire standard e qualità sempre elevati. Regista e fondatore della società è Giovanni Stella, specializzato in arti e tecniche cinematografiche che vanta la realizzazione di diversi cortometraggi, documentari e spot pubblicitari.