Anziani di oggi e di domani: LTC, welfare e rapporto tra generazioni

Ci sono diversi modi per valutare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, che rappresenta indubbiamente una delle più importanti trasformazioni sociali, economiche (e con significativi riflessi finanziari) del nostro tempo. Una lettura interessante è quella che prende in considerazione il rapporto tra generazioni, sicuramente un tema cruciale, che a sua volta si distingue in due approcci:

  • il primo analizza lo “scambio” tra generazioni – il più classico è quello tra anziani e figli adulti – e le relative diseguaglianze nell’accesso a risorse di cura formali e informali.
  • Il secondo approccio, invece, prende in considerazione le condizioni degli anziani appartenenti a diverse fasce d’età.

È proprio da quest’ultima analisi che emergono, secondo alcuni esperti, considerazioni e implicazioni cruciali per le politiche economiche di un Paese e, più in particolare, per quelle che dovrebbero essere le strategie in materia di LTC Long Term Care – prestazioni per la non autosufficienza. Un settore, quest’ultimo, su cui Assidai si è sempre mossa in prima linea, garantendo ai propri iscritti (e alle loro famiglie) tre miglioramenti della copertura in pochi anni.

Un futuro meno agevole per gli anziani

In particolare, emergerebbe una frattura molto chiara tra due classi di età: gli anziani di oggi, che hanno beneficiato di livelli crescenti di benessere di welfare, e quelli di domani (gli attuali adulti), per i quali si prospetta invece un invecchiamento con risorse ridotte e accresciute disuguaglianze. In Italia, in particolare, il nodo riguarda coloro che oggi hanno 40-50 anni: quando invecchieranno che tipo di società avranno intorno a loro? E su che tipo di potenziale assistenza potranno contare, anche alla luce delle loro future condizioni sociali e finanziarie? Ebbene, quando i nati negli anni Sessanta e Settanta varcheranno la soglia dei 75 anni, lo scenario sarà diverso rispetto ad oggi: avranno una speranza di vita più lunga ma in una società che, nel frattempo, sarà fortemente invecchiata. Le attuali dinamiche demografiche – molti futuri anziani avranno solo un figlio (o anche nessuno) – porteranno a una significativa restrizione del perimetro di potenziali “caregiver”, cioè di persone che potranno prendersi cura di loro.

In sostanza, gli anziani di domani saranno diversi e potenzialmente più deboli rispetto a quelli di oggi. In assenza di mutamenti profondi delle politiche sociali o di uno sviluppo importante di previdenza e sanità integrative, i nuovi anziani potranno così contare non solo su minori risorse di cure formali, ma anche su minori risorse economiche per acquistare cure sul mercato. Questi problemi riguarderanno la generazione nata tra il 1965 e il 1974 ma – secondo gli esperti – potrebbero sfiorare anche i nati tra il 1955 e il 1964.

I baby boomers e la sfida LTC Long Term Care

Il problema, insomma, è soprattutto sul futuro: bisognerà fare i conti con le sfide poste dall’invecchiamento dei cosiddetti baby boomer, cioè coloro che sono nati nel Secondo Dopoguerra (e fino a metà anni 60) e hanno contribuito alla fortissima ripresa economica dei Paesi occidentali nel secolo scorso.

In futuro, la sostenibilità economica dei sistemi di welfare chiamati a gestire questo passaggio generazionale rischia di andare in crisi sia per le caratteristiche demografiche (la numerosità e la presenza di molti grandi anziani) sia per quelle sociali (la minor ampiezza e disponibilità di reti informali di sostegno). Tutto ciò rischia così di avere importanti ripercussioni sia sul versante economico e finanziario, sia sull’organizzazione dei servizi. In questo contesto, la gestione della copertura LTC – attraverso il rilancio del secondo pilastro – assume un ruolo ancora più centrale, vista anche l’ingente mole di spesa out of pocket e l’enorme esercito di caregiver famigliari che già oggi si dedicano nel supporto dei propri cari non più autosufficienti.

L’esplosione dei centenari

C’è poi un ulteriore scenario, che meriterebbe di essere analizzato più ampiamente, che riguarda i bambini nati nell’ultimo decennio. Ebbene, costoro – secondo le ultime proiezioni demografiche – sono destinati a vivere ancora più a lungo: uno su due, in Italia come nei principali Paesi occidentali, avrebbe infatti buone possibilità di raggiungere 100 anni. Un’età inimmaginabile fino a qualche decennio fa, se non per poche eccezioni, che tuttavia implica profonde riflessioni non soltanto in ambito sociale, sanitario e previdenziale ma anche a livello politico, culturale e aziendale. A fronte di questo scenario, una scelta di investimento a lungo termine su un fondo sanitario integrativo destinato a erogare prestazioni nella terza età, che sarà ben più lunga rispetto ad oggi, diventa una componente imprescindibile per gli equilibri di un Paese.

Assidai e le politiche LTC Long Term Care  prestazioni per la non autosufficienza

Abbiamo parlato più volte delle politiche adottate da Assidai in termini di Long Term Care e Non autosufficienza. Assidai sin dal 2015 si spende per offrire ai propri iscritti una serie di vantaggi in termini di LTC. Inizialmente estendendo la copertura anche al coniuge o al convivente more uxorio dell’iscritto e poi ampliando ulteriormente la copertura dal 2017 per gli iscritti under 65, la cui copertura è ampliata a tutto il nucleo familiare dell’iscritto con aumento del 30% della rendita in caso di presenza di un figlio minore e fino alla sua maggiore età, e raddoppio della rendita in presenza di un figlio già non autosufficiente, e per gli iscritti over 65.

Nel 2019 è arrivata la svolta ulteriore: per gli iscritti sotto i 65 anni di età in caso di prestazioni per la non autosufficienza dedicate al caponucleo, il coniuge/convivente more uxorio e i figli risultanti dallo stato di famiglia fino al 26° anno di età, la rendita vitalizia aumenta; per gli iscritti con più di 65 anni di età per il caponucleo iscritto e il coniuge/convivente more uxorio è stata prevista l’estensione dell’assistenza infermieristica domiciliare. Per approfondire si può consultare Assidai: vantaggi LTC dal 2019.

Ricordiamo che da recenti studi è emerso che l’Italia è uno dei fanalini di coda europei in termini di Long Term Care. Nel 2030 in Italia potrebbe esserci 5 milioni di anziani, una percentuale dei quali sarà non autosufficiente. Con l’attuale gestione della spesa sanitaria (solo il 10% va in LTC) le famiglie potrebbero trovarsi fortemente in crisi, dovendosi sobbarcare quasi totalmente la gestione dell’invecchiamento della popolazione. Motivo per cui Assidai ha deciso di migliorare le tutele LTC per la terza volta in soli 5 anni, focalizzandosi sull’importanza che questa tematica ha per tutte le famiglie in generale e per quelle dei suoi iscritti in particolare.

La squadra di Assidai alla Maratona di Roma 2019

Generare un forte senso di appartenenza, sentirsi parte di una squadra aumentando la conoscenza tra gli individui, scaricare le tensioni accumulate sul luogo di lavoro e favorire il benessere fisico. Sono questi i quattro principali obiettivi che si è posto il Trofeo RunCorporate, tenutosi all’interno della Maratona di Roma lo scorso 7 aprile e al quale ha partecipato, con grande entusiasmo e partecipazione, anche Assidai. Del resto, i valori legati a questa iniziativa – cioè l’esercizio fisico come fattore di benessere e di prevenzione, il ruolo chiave del welfare aziendale come strumento per generare valore dentro e fuori l’impresa, e la solidarietà – rappresentano alcuni dei punti fermi del nostro Fondo e della sua filosofia d’azione sul mercato e nei confronti dei suoi iscritti.

Il trofeo RunCorporate 2019 e la solidarietà

Come funzionava l’iniziativa RunCorporate? In modo molto semplice: in un’ottica di team building e di rafforzamento aziendale proponeva, all’interno della Maratona di Roma, lo sviluppo di un Trofeo a sè stante su un tracciato di 5 km esclusivamente dedicato alle aziende. Aspetto cruciale è che partecipando alla gara, le imprese e i dipendenti hanno contribuito fattivamente alla raccolta fondi attraverso tutte le Onlus inserite nel Charity Program di Roma Marathon. Ogni pettorale acquistato sono stati devoluti 3 euro e ogni azienda ha potuto scegliere personalmente e liberamente la Onlus, tra quelle previste dal programma, a cui devolvere la somma derivante dai pettorali acquistati. Due i premi previsti: uno per l’azienda con il maggior numero di dipendenti iscritti e l’altro per quella con più donne partecipanti al Trofeo.

Non si è trattato dunque di una gara con una spiccata accezione competitiva, ma piuttosto di un’occasione finalizzata a costruire, attraverso la conoscenza delle dinamiche del running, una più solida coscienza di sè e dei propri obiettivi, oltre che dei colleghi con cui si lavora fianco al fianco tutti i giorni. Il tutto in un’ottica di work-life balance, cioè una cultura di conciliazione tra lavoro e vita privata finalizzata ad accrescere i livelli di soddisfazione delle persone con impatti significativi anche sulla produttività aziendale. È la filosofia che muove tutte le iniziative di welfare aziendale, strumento che si sta diffondendo sempre più in Italia grazie anche gli incentivi del Governo e la cui validità è sostenuta da Assidai.

La corsa medico-paziente che ha commosso tutti

Peraltro, quest’anno, la Maratona di Roma è stata anche teatro di una bellissima storia – raccontata dai quotidiani – che ha visto protagonisti un cardiochirurgo, Luca Di Marco di 44 anni, e il suo paziente, Massimiliano Ponzo, di 46 anni, che il 22 febbraio 2018 (ormai più di un anno fa) era in condizioni critiche prima di ricevere un nuovo cuore da un ragazzo parlemitano di 33 anni, mancato quel giorno e del quale la famiglia aveva deciso di donare gli organi. Ebbene, domenica scorsa, Massimiliano e Luca si sono ritrovati uno sottobraccio all’altro a tagliare il traguardo della stracittadina nell’ambito della Maratona di Roma. Il tutto è avvenuto grazie a un’iniziativa – su un percorso ridotto di 5 km dai Fori Imperiali al Circo Massimo – lanciata dalla fondazione “Cuore Domani” con l’obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca sulle malattie cardiovascolari. Per Di Marco, “è stata una gioia immensa vedere che, ad un anno dal trapianto, un tuo paziente può correre e va anche più forte di te”. “Marco è ormai il mio angelo custode: non solo per quello che ha fatto in sala operatoria ma per come mi è stato accanto prima e dopo il trapianto, sempre a farmi coraggio e darmi speranza”, ha sottolineato invece Massimiliano.

Il suo è stato un calvario lungo e doloroso: un uomo di sport al quale, a 38 anni, è stata diagnosticata una cardiomiopatia dilatativa. “Due anni dopo muore mia madre della stessa malattia. A quel punto facciamo un’indagine genetica e scopriamo che tutti i parenti per parte di madre sono morti per la stessa patologia tra i 40 e i 55 anni. La mia vita era segnata. Da quel momento è stata una discesa agli inferi fatta di ricoveri e arresti cardiaci”, ha raccontato lui. L’unica speranza: il trapianto atteso per anni. Fino a febbraio dello scorso anno, quando il cerchio si è chiuso e per Massimiliano è iniziata una nuova vita.

Welfare familiare, big dell’industria

La sua dimensione è superiore a quella dell’industria assicurativa (139,5 miliardi di euro di raccolta) e del settore alimentare (137 miliardi di fatturato); vale una volta e mezza l’universo della moda (95,7 miliardi) e ben tre volte e mezzo quello del mobile (41,5 miliardi). Stiamo parlando dell’universo del welfare familiare italiano, a cui Mbs (il principale gruppo italiano indipendente di business consulting), ha appena dedicato un Rapporto ad hoc.

La conclusione è chiara: si tratta di un settore che fa da locomotiva per l’intero Paese, caratterizzato da una dimensione complessiva di 143,4 miliardi (+6,9% sul 2017), pari all’8,3% del Prodotto interno lordo italiano. Un numero decisamente rilevante che dovrebbe indurre a riflessioni sul presente ma soprattutto sul futuro, alla luce di quelle che potrebbero essere le politiche di sostegno a quest’area, in particolar modo per quanto riguarda il welfare aziendale, che già negli anni scorsi ha vissuto un importante sviluppo grazie agli incentivi messi in campo dal Governo.

L’industria del welfare, sottolineano gli autori del Rapporto, è in pieno sviluppo ed è destinata a crescere nel medio e lungo termine, poiché risponde a una domanda generata dal cambiamento sociale e dalle dinamiche demografiche del Paese.

 La sanità prima voce di spesa per le famiglie italiane

Nel dettaglio, il Rapporto ha mappato un ecosistema in cui agiscono dieci soggetti chiave: Stato e Regioni, rappresentanze e associazioni di categoria, fondi pensione e fondazioni, fondi e casse, servizi finanziari e assicurativi, aziende erogatrici, terzo settore, comunità e reti sociali, servizi professionali, facilitatori gestionali. Per ognuno è stato tracciato il contributo attuale e quello potenziale alla costruzione di un sistema nazionale di offerta del welfare che soddisfi la domanda delle famiglie.

In ogni caso, quello che balza subito all’occhio dall’analisi effettuata da Mbs Consulting è come l’industria del welfare familiare sia un settore trainante per il sistema Paese. Qualche numero? La spesa per il welfare assorbe il 18,6% del reddito netto delle famiglie: a fronte di un reddito annuo medio rilevato di 30.134 euro, le uscite per il welfare sono pari a 5.611 euro per nucleo familiare. La sanità è l’area di spesa più̀ rilevante: 37,7 miliardi nel 2018 e una spesa familiare media di 1.476 euro. Allo stesso tempo, la sanità rappresenta anche il segmento con una dinamica di crescita più marcata: +11,9%.

Stiamo parlando della cosiddetta spesa out of pocket, ovvero quella non coperta dal Servizio Sanitario Nazionale – che pure ha uno degli approcci più universalistici al mondo – né da fondi integrativi. La dimensione significativa della spesa privata, che va a erodere direttamente i redditi delle famiglie (e in taluni casi spinge addirittura alla rinuncia alle cure, un aspetto analizzato dallo studio di cui parleremo più avanti), spinge a riflettere sull’assoluta necessità, nel nostro Paese, di una maggiore intermediazione della spesa sanitaria: un concetto più volte rimarcato da Assidai.

Welfare familiare e spesa per LTC

Per dare una scorsa alle altre principali voci del welfare familiare, si scopre che le spese per il lavoro – trasporti e pasti – sono la seconda area con 31,9 miliardi (+2,2%) mentre l’assistenza agli anziani e alle persone bisognose è la terza area per dimensione: 27,9 miliardi, con un aumento del 10,3% a fronte di una spesa individuale di 13.300 euro per famiglia, con forte divario fra Nord (14.863 euro) e Sud (9.657 euro).

In quest’ultima voce di spesa ricade anche la Long Term Care, cioè le cure e l’assistenza necessarie per le persone non autosufficienti, altro settore su cui Assidai è da sempre molto attiva nelle opportunità e coperture offerte ai propri iscritti e ai rispettivi famigliari. Infine, un’altra area di spesa in forte crescita è l’istruzione: 10,5 miliardi, in incremento del 9,4%. Nel 2018 ogni famiglia italiana ci ha investito in media 5.611 euro: dai 3.206 euro per le famiglie più deboli ai 13.030 euro per quelle agiate.

La rinuncia al welfare, dall’assistenza alla sanità

Infine, un capitolo doloroso. Gli attuali squilibri della struttura del welfare familiare italiano determinano significativi fenomeni di rinuncia alle prestazioni da parte delle famiglie meno abbienti. Il settore più critico è quello dell’assistenza agli anziani e ai non autosufficienti, con un tasso medio del 48%. La rinuncia a cure sanitarie è mediamente del 40,8% e sale al 61,5% per le fasce più deboli, con un 17% di rinuncia rilevante che colpisce particolarmente le visite mediche e le cure odontoiatriche. Inoltre, il 36,7% delle famiglie con figli a scuola o nell’università rinunciano a spese per l’istruzione: per il 15% si tratta purtroppo di scelte che hanno un’incidenza negativa sul percorso formativo.

Differenze e analogie tra salute e sanità

Sanità e salute, talvolta, vengono utilizzate nel gergo comune come sinonimo mentre, benché legate l’una con l’altra, sono due concetti ben distinti con differenze significative. La principale? La salute esiste per definizione da quando c’è l’uomo proprio perché insita nel concetto di umanità. La nascita della sanità, intesa come sistema sanitario organizzato e diffuso sul territorio, è avvenuta a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dunque da poco più di un secolo.

Il concetto di salute e la sua evoluzione

Più nel dettaglio, secondo lo statuto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), redatto nel 1948, la salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia”. Il concetto, col tempo, si è ovviamente evoluto: oggi per salute si intendono generalmente le condizioni della popolazione di un Paese o di una comunità in un dato anno. Per questo, essa viene misurata con l’aspettativa di vita (in cui l’Italia per esempio è seconda soltanto alla Spagna in tutto il mondo) e le sue principali determinanti sono lo stile di vita, le condizioni socio-economiche, il genoma, la cultura, l’ambiente e i servizi sanitari. In buona sostanza, a conferma di quanto più volte sottolineato da Assidai, è l’attitudine degli individui nei confronti della prevenzione, primaria e secondaria, a determinare in maniera significativa l’incidenza delle malattie, anche se ovviamente c’è una componente di imponderabile che non può essere controllata.

Come si definisce la sanità

Che cosa si intende invece per sanità? Anche in questo caso è utile partire da una definizione più datata ma certamente autorevole. Secondo Charles-Edward Amory Winslow, celebre accademico americano dell’MIT di Boston e poi fondatore nel 1915 a Yale del dipartimento di Sanità Pubblica, quest’ultima è la scienza e l’arte di prevenire le malattie, prolungare la vita e promuovere salute fisica e mentale ed efficienza. Ciò avviene, afferma Winslow in uno scritto del 1920,

“attraverso sforzi organizzati della comunità per migliorare le condizioni igieniche dell’ambiente, controllare le infezioni ed educare l’individuo ai principi dell’igiene personale, organizzare il servizio medico e infermieristico per la diagnosi precoce e il trattamento preventivo delle malattie, sviluppare organizzazioni sociali che assicurino ad ogni individuo della comunità uno standard di vita adeguato per il mantenimento della salute”.

Leggendo questi concetti e considerata la loro attualità è immediato intuire la profondità di pensiero dello stesso Winslow. In generale oggi per sanità si intende l’insieme delle regole e delle risorse umane, strutturali e tecnologiche dedicate alla tutela della salute.

Essa viene misurata con tre parametri:

  • la dimensione, personale, numero di strutture, etc;
  • il funzionamento, per esempio il tasso di ospedalizzazione;
  • la spesa, pro-capite e in percentuale sul PIL.

È facile intuire come in tutti i Paesi industrializzati la sanità sia uno dei settori più estesi e complessi poiché assorbe grossi capitali, coinvolge milioni di persone (tra operatori, pazienti e tutti gli altri stakholder che girano intorno al mondo della sanità stessa) ed è influenzato da fattori culturali e morali.

I vari modelli di sanità nel mondo

Chiaramente sanità e salute sono tra loro legate a doppio filo ed è questo il motivo, forse, per il quale a volte vengono confuse l’una con l’altra: meglio funziona la sanità, più alta sarà la qualità della salute di una popolazione.

Negli ultimi anni, questa relazione è stata messa alla prova da diversi fattori strutturali, in particolare due: le ristrettezze di bilancio a livello di Stato centrale (è un ragionamento che vale per l’Italia) e soprattutto il graduale e costante invecchiamento della popolazione, che amplia inevitabilmente il bacino di coloro che abbisognano di cure. A fronte di questo trend, in Italia, gli esperti evidenziano la necessità di un supporto da parte dei fondi sanitari integrativi (come Assidai) alla Sanità pubblica, affinché quest’ultima preservi quelle prerogative di equità e universalità che la rendono praticamente unica al mondo.

Sistema Sanitario e Servizio Sanitario Nazionale

A tal proposito è utile evidenziare le differenze tra altri due concetti e cioè tra Sistema Sanitario e Servizio Sanitario Nazionale. Il primo è l’insieme degli elementi che costituiscono e caratterizzano l’organizzazione sanitaria di un Paese (indipendentemente dal modello adottato). Il secondo, invece, è un particolare modello sanitario in cui lo Stato si occupa (integralmente o in parte) di gestire e regolamentare gli aspetti della sanità. È il caso, per esempio, di Italia, Spagna e Regno Unito.

Più in generale, nella sanità ci sono due tipi di modelli: quello solidaristico (più diffuso in Europa) e quello individualistico (spesso identificato con gli Stati Uniti). In quest’ultimo ogni cittadino è libero di scegliere a quale struttura sanitaria rivolgersi in caso di necessità e secondo le proprie risorse economiche. Nel modello solidaristico, invece, ciascun cittadino è chiamato a pagare una tassa allo Stato, indipendentemente dalla frequenza e dall’entità delle prestazioni che riceve, e gli viene garantita un’assistenza sanitaria pubblica che, solo in taluni casi, coincide con il Servizio Sanitario Nazionale.

Italiani: a 75 anni ne dimostrano 65

L’Italia si conferma non solo come uno dei Paesi più in salute del pianeta, ma anche come uno dei luoghi in cui si invecchia meglio. A dirlo è uno studio pubblicato da “The Lancet Public Health”, che evidenzia in linea generale un concetto molto chiaro: nel mondo l’invecchiamento e il peggioramento delle condizioni di salute non viaggiano alla stessa velocità. Anzi, in taluni Paesi dietro un’età anagrafica avanzata c’è uno stato di salute tipico di una persona più giovane e, ovviamente, in altri Stati può accadere l’esatto contrario. Per esempio, i disturbi legati all’età tipici di un individuo di 65 anni in Giappone e Svizzera arrivano in media a 76 anni e in Papua Nuova Guinea (ultimo in questa speciale classifica) si manifestano già a 46 anni, con una forbice di ben 30 anni rispetto ai Paesi più “sani”.

Il valore della prevenzione contro l’invecchiamento precoce

Qual è il significato di questi numeri?

Rappresentano un pericolo ma anche un’opportunità per i futuri Governi e per le prossime classi dirigenti che dovranno disegnare il futuro del sistema sanitario, poiché gli effetti negativi dell’invecchiamento possono giocare un ruolo determinate.

sottolinea Angela Chang, esperta del Center for Health Trends and Forecast all’Università di Washington, commentando lo studio. Non solo, aggiunge l’esperta, i problemi di salute legati all’età possono portare a pensionamenti anticipati, a una contrazione della forza lavoro complessiva e a una spesa sanitaria più elevata. Tutti temi più volte sollevati anche da Assidai: una prevenzione primaria efficace, in primis con l’adozione di stili di vita sani e di un’alimentazione equilibrata, e una prevenzione secondaria altrettanto puntuale, con screening medici puntuali nel tempo, consentono invece di evitare l’insorgere di malattie croniche e, al tempo stesso, di avvicinarci alla terza età nel modo ideale, vivendo gli anni più delicati della nostra esistenza in buone condizioni di salute.

Scendendo nel dettaglio dell’analisi pubblicata da “The Lancet Public Health” si scopre in ogni caso che il nostro Paese è decisamente ben posizionato: a quasi 75 anni lo stato di salute di un italiano medio è “più giovane” di circa dieci anni. In parole povere, a 75 anni ne dimostriamo 65: merito delle nostre abitudini di vita e anche della dieta mediterranea, che ogni anno riceve riconoscimenti internazionali per gli effetti benefici sulla salute.

Al primo posto della speciale classifica ci sono giapponesi e svizzeri: in questi Paesi, infatti, gli anziani sono a lungo in buona salute e il carico di patologie del “65enne medio” si riscontra in un individuo di 76,1 anni, seguono Francia e Singapore con 76 anni, il Kuwait con 75,3, la Corea del Sud e la Spagna con 75,1 anni; in ottava posizione si trova l’Italia con 74,8 anni. Fuori dai primi dieci gli Stati Uniti, con un livello più vicino all’età anagrafica: 68,5 anni. Agli ultimi posti, invece, oltre alla Papua New Guinea (con 45,6 anni), ci sono Afghanistan (51,6), Guinea-Bissau (54,5) e Lesotho (53,6).

I veri killer? Le malattie croniche

Un altro risultato di rilievo dello studio è un trend che emerge in modo netto: nel 2017 le popolazioni di 108 Paesi oggetto di analisi (più della metà del campione) hanno evidenziato una precoce manifestazione dei problemi di salute legati all’invecchiamento, mentre in 87 Stati è stata più rallentata. Inoltre le patologie associate a più decessi e a più anni di vita persi per mortalità e disabilità erano tre:  attacchi ischemici, emorragie cerebrali e la broncopneumopatia cronico-ostruttiva. Insieme ai tumori sono le malattie croniche per eccellenza, i principali killer a livello mondiale – a dirlo sono i numeri dell’OMS – che vanno “disarmati” o perlomeno depotenziati attraverso la prevenzione primaria e secondaria. A quest’ultima, per esempio, appartiene l’ultima campagna di prevenzione, totalmente gratuita per gli iscritti, promossa da Assidai lo scorso giugno contro l’ictus attraverso il pacchetto Healthy Manager, che permetteva di effettuare l’esame ecocolordoppler dei tronchi sovraortici per rilevare eventuali stenosi carotidee.

La spesa per le prestazioni sociali in Italia: i dati del 2017

Quanto pesa in Italia la spesa per prestazioni sociali, cioè pensioni, assistenza e sanità? La risposta a questa domanda è cruciale per capire gli equilibri attuali e soprattutto futuri del nostro Paese e di riflesso, per intuire, quale ruolo possono giocare i fondi sanitari integrativi in questo scenario.

Ebbene, secondo il sesto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano, curato del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e diffuso di recente, il peso della spesa per “welfare” in senso lato è pari al 54,01% di tutta la spesa pubblica italiana (comprensiva degli interessi sul debito). In altre parole, lo Stato spende un euro su due del proprio bilancio per coprire pensioni, assistenza e sanità. Non solo: l’incidenza rispetto al PIL, considerando anche altre funzioni sociali e le spese di funzionamento degli enti che gestiscono il welfare, sfiora il 30%, uno dei valori più alti in Europa a 27 Paesi. Tradotto in numeri: nel 2017 la spesa pubblica totale è stata di 839,5 miliardi di cui 453,5 miliardi per il welfare.

Per quanto tempo sarà ancora sostenibile questo trend? Difficile prevederlo, ma una cosa è certa: le crescenti ristrettezze di spesa a livello centrale e il graduale invecchiamento della popolazione sono due dinamiche che chiamano direttamente in causa quello che viene definito “il secondo pilastro” – che comprende anche i fondi sanitari integrativi come Assidai – per fornire un sostegno cruciale al welfare pubblico, di cui fa parte il Servizio Sanitario Nazionale, che secondo la visione di Assidai deve attuarsi sempre in un’ottica di complementarietà e non di sostituzione.

Insostenibile la spesa assistenziale italiana

Analizzando nel dettaglio il rapporto realizzato da Itinerari Previdenziali, si scopre che, benché in leggera crescita, le spese pensionistiche e sanitarie sono sotto controllo ormai da anni, mentre risulta sempre più insostenibile il costo delle attività assistenziali a carico della fiscalità generale, arrivato a 110,15 miliardi di euro nel 2017. In particolare, lo sviluppo della spesa sanitaria dal 2013 al 2017 (quando ha raggiunto la quota di 113 miliardi) ha visto “un incremento modesto (3,7%) a fronte di un rapido invecchiamento della popolazione che incide su questa spesa”, evidenzia il rapporto.

Per quanto riguarda la spesa pensionistica, cioè la principale componente della “gamba” previdenziale del welfare, al netto dell’assistenza ha fatto registrare dal 2013 un aumento medio pari allo 0,88%, attestandosi nel 2017 a circa 220 miliardi di euro. Ciò significa – sottolinea lo studio – che la dinamica della spesa per le pensioni è sotto controllo e le riforme hanno colto l’obiettivo di stabilizzarla. Ciò detto, il vero nodo per la sostenibilità del welfare italiano si scopre essere rappresentato dalle attività assistenziali, il cui costo (a carico della fiscalità generale) è arrivato nel 2017 a 110,15 miliardi (107,374 nel 2016, 103,673 nel 2015, 98,44 nel 2014, 93,2 nel 2013 e 83,5 del 2012). In 6 anni il tasso di crescita dei trasferimenti e quindi delle spese per assistenza (+26,65 miliardi) è stato pari al 5,32%: un incremento superiore al tasso d’inflazione e al PIL e sicuramente da sorvegliare con grande attenzione.

La spesa sanitaria privata e Long Term Care (LTC)

Molto interessante, nel rapporto di Itinerari Previdenziali, anche un focus specifico sul sistema di welfare complementare, inteso come accesso a prestazioni sanitarie, di assistenza e di previdenza appunto complementari. Il dato è pari a quasi 70 miliardi ed è in sensibile crescita rispetto all’anno precedente (62 miliardi di euro nel 2016, con un +12%), un incremento dettato anche dal cambiamento dei metodi di contabilizzazione di alcuni dati. In ogni caso la voce più consistente di spesa è ancora quella della spesa sanitaria out of pocket: 35,9 miliardi che, aggiungendo il valore della spesa per sanità intermediata, raggiunge e supera la soglia dei 40 miliardi di euro. Vale a dire un terzo del totale della spesa sostenuta dal sistema pubblico per offrire cure mediante il Servizio Sanitario Nazionale.

Risulta in crescita, inoltre, anche la voce di spesa per la copertura della non autosufficienza, la cosiddetta Long Term Care (LTC). Per calcolarla sono state sommate le poste relative alla spesa per assistenza domiciliare pari a 18,9 miliardi di euro e per assistenza residenziale (per la quota parte a carico dei singoli e delle famiglie) pari a circa 4,2 miliardi di euro, più 90 milioni di euro per la raccolta del ramo assicurativo IV vita per LTC e dread disease. Il tutto per un totale di 23,1 miliardi circa. A questi è stato sottratto il totale degli assegni di accompagnamento riconosciuti dallo Stato italiano pari, per il 2017, a 12,4 miliardi: si ottiene così un valore finale di circa 10,7 miliardi.

Una somma rilevante, che ricade direttamente sui bilanci delle famiglie e che conferma la validità dell’impegno di Assidai sul fronte della non autosufficienza – Long Term Care (LTC), migliorando per la terza volta in cinque anni le prestazioni. In particolare, per il caponucleo iscritto al nostro Fondo sanitario e il coniuge o convivente more uxorio, aventi un’età non superiore a 65 anni e i figli fino a 26 anni, è stata aumentata la rendita vitalizia con importi maggiorati in caso di figlio minorenne o disabile. Se invece l’evento che determina lo stato di non autosufficienza avviene dopo il 65° anno di età, per il caponucleo iscritto ad Assidai e/o il relativo coniuge o convivente more uxorio, è stata prevista l’estensione per un ulteriore mese dell’assistenza infermieristica domiciliare.

Aumentano le malattie croniche in Italia

Le malattie croniche o non trasmissibili sono il principale killer mondiale. Cancro, patologie dell’apparato cardiocircolatorio, diabete e malattie respiratorie – secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) – in futuro richiederanno circa il 70-80% delle risorse sanitarie a livello mondiale. Ogni anno, queste patologie uccidono 41 milioni di persone, rappresentando il 71% di tutti i decessi a livello globale (in Europa si arriva all’86%); 15 milioni di morti, peraltro, si verificano tra i 30 e i 70 anni. Per questo l’OMS ha messo a punto un piano di azione per ridurre su scala globale del 30% entro il 2030 l’incidenza delle malattie non trasmissibili. E sempre per questo motivo l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane – che ha sede a Roma presso l’Università Cattolica – ha realizzato un approfondito studio sull’impatto delle cronicità nel nostro Paese, i cui dati, decisamente interessanti, approfondiremo più avanti.

Del resto, il tema è anche legato alla sostenibilità economica della sanità e dei conti pubblici, visto che in futuro – proprio per la crescente diffusione delle malattie croniche – la spesa sanitaria rischia di crescere in molti Paesi più del PIL. Per interrompere questa dinamica, che assomiglia molto a un corto circuito, è essenziale agire in tre direzioni.

Innanzitutto, far leva sulla prevenzione primaria, cioè l’adozione di stili di vita sani e di tutti gli esami che possano permettere di prevenire l’insorgere delle cronicità in età adulta. Aspetto fondamentale per Assidai, che propone importanti campagne di prevenzione dedicate agli iscritti al fondo sanitario e totalmente gratuite.

In secondo luogo, bisogna mettere a punto nuove strategie e metodi di cura, focalizzandosi su temi che diverranno di sempre maggiore attualità con l’invecchiamento della popolazione: per esempio la non autosufficienza, un fronte su cui invece l’impegno di Assidai è massimo, tanto da avere migliorato per tre volte in cinque anni la copertura per la non autosufficienza – Long Term Care (LTC) -offerta ai propri iscritti manager, quadri e consulenti.

Infine, c’è il ruolo dei fondi sanitari integrativi – come Assidai – che possono giocare un ruolo cruciale in un’ottica di complementarietà e sostegno al Servizio Sanitario Nazionale a maggior ragione nel momento in cui una persona si trova ad affrontare queste malattie.

Italia: più malattie corniche e più spese

In Italia la situazione è in costante evoluzione, purtroppo negativa. A dirlo sono gli ultimi dati dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, secondo il quale le malattie croniche l’anno scorso hanno interessato quasi il 40% della popolazione del nostro Paese, cioè 24 milioni di persone, delle quali 12,5 milioni hanno multi-cronicità. Le prospettive sono ancora più preoccupanti: tra 10 anni, cioè nel 2028, il numero di malati cronici salirà a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni.

La patologia più frequente è l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette nel 2028, mentre l’artrosi/artrite interesserà 11 milioni di italiani; per entrambe le patologie ci si attende 1 milione di malati in più rispetto al 2017. Tra 10 anni le persone colpite da osteoporosi, invece, saranno 5,3 milioni (500 mila in più) e quelle colpite da diabete e malattie cardiache rispettivamente 3,6 milioni e 2,7 milioni.

Tutto questo, ovviamente, si riflette anche a livello economico sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Attualmente si stima che in Italia si spendano complessivamente circa 66,7 miliardi di euro per curare le cronicità ma stando alle proiezioni effettuati sulla base degli scenari demografici futuri elaborati dall’Istat – l’Italia è destinata a diventare il Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone – nel 2028 l’esborso complessivo arriverà a 70,7 miliardi di euro.

Istruzione e area geografica

A dimostrazione che sulle cronicità si può agire e incidere c’è il fatto che, stando ai dati sull’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, sulla loro diffusione pesano il genere, le differenze socio-economiche e culturali e il territorio in cui si nasce o si vive.

Le donne – soprattutto perché mediamente vivono più a lungo – sono le più colpite (il 42,6% a fronte del 37% degli uomini), e quando si guarda alla multicronicità il divario aumenta: il 25% delle donne contro il 17,0% degli uomini. Le persone con il livello di istruzione più basso soffrono inoltre molto più frequentemente di patologie croniche, rispetto al resto della popolazione, con un divario crescente all’aumentare del titolo di studio conseguito. Nel 2017, nella classe di età 45-64 anni (quella in cui insorge la maggior parte della cronicità), le persone con la licenza elementare o nessun titolo di studio con almeno una patologia cronica era pari al 56%, scendeva al 46,1% tra coloro che hanno un diploma e al 41,3% tra quelli che possiedono almeno una laurea.

Infine, il tema geografico: la prevalenza più elevata di almeno una malattia cronica si registra in Liguria con il 45,1% della popolazione mentre in Calabria c’è la quota più elevata di malati di diabete, ipertensione e disturbi nervosi, rispettivamente con 8,2%, 20,9% e 7% della popolazione. Il Molise spicca invece per la prevalenza maggiore di malati di cuore, il 5,6% della popolazione, la Liguria per la significativa presenza di malati di artrosi/artriti, il 22,6%, e la Sardegna per la quota maggiore di malati di osteoporosi, il 10,4%, infine la Basilicata si distingue per la prevalenza più alta di malati di ulcera gastrica o duodenale e bronchite cronica, rispettivamente 4,5% e 7,7%. La zona con la più bassa incidenza di patologie croniche è la Provincia Autonoma di Bolzano.

Tutto ciò a dimostrazione che con la prevenzione, l’educazione a stili di vita corretti e il senso di responsabilità si può frenare anche la diffusione a macchia d’olio delle malattie croniche in Italia migliorando, al contempo, le prospettive di sostenibilità nel lungo termine del Servizio Sanitario Nazionale.

Prevenzione delle malattie cardiovascolari: il progetto Cuoriamoci

La salute del nostro cuore è importante, ma spesso sottovalutata. Non tutti sanno, infatti, che le malattie cardiovascolari in Italia sono la principale causa di morte, addirittura prima dei tumori. Parliamo di patologie croniche, che nel caso dell’infarto possono portare al decesso ma, per esempio nell’ipotesi di un ictus, possono determinare condizioni di non autosufficienza che sconvolgono per anni la vita di una famiglia.

Un tema, quest’ultimo, su cui Assidai è sempre stato particolarmente sensibile tanto che quest’anno il nostro Fondo ha nuovamente ampliato le coperture Long Term Care (LTC) per i propri iscritti (è la terza volta che ciò accade negli ultimi anni).

Cuoriamoci, piccoli gesti per la salute del cuore

Prendersi cura del proprio cuore, e di conseguenza del proprio apparato cardiocircolatorio, significa mettere in atto una prevenzione primaria efficace: quest’ultima, in realtà, è un concetto più ampio che riguarda gli stili di vita e i comportamenti necessari per prevenire le malattie croniche, che sono i principali killer a livello mondiale. La prevenzione è un aspetto cui da sempre Assidai pone attenzione, sia attraverso specifiche campagne di prevenzione offerte gratuitamente ai propri iscritti (per esempio l’ultima campagna 2018 “Healty Manager” per effettuare l’esame ecocolordoppler dei tronchi sovraortici per rilevare eventuali stenosi carotidee ha evidenziato percentuali di adesione molto elevate), sia attraverso continue campagne di informazione sui propri media per promuovere stili di vita corretti.

Per quanto riguarda il cuore, di recente, la Fondazione Italiana per il Cuore, in collaborazione con la Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione, ha lanciato la campagna CUORIAMOCI: un simpatico gioco di parole che in realtà ha un obiettivo cruciale, cioè informare e guidare le persone ad adottare uno stile di vita sano e corretto che preservi l’apparato cardiocircolatorio. Piccoli ma importanti gesti che, giorno per giorno, possono aiutarci a mantenere in forma la “Ferrari” che batte dentro il nostro petto. Qualche esempio?

Innanzitutto, seguire una dieta equilibrata, ricca di cereali integrali e frutta e verdura, che contenga anche legumi, latte, yogurt, carne bianca e pesce, da preferire rispetto alle carni rosse e conservate: sono di grande aiuto infatti gli alimenti che contengono gli acidi grassi polinsaturi Omega3 EPA e DHA. In secondo luogo, sono fondamentali i comportamenti: a tavola occorre scegliere cibi poco salati, evitare l’uso di bevande zuccherate e moderare il consumo di bevande alcoliche. Inutile dire che il tabacco va bandito e che fare un po’ di movimento quotidiano diventa fondamentale: una bella camminata prima o dopo il lavoro o la scelta dei gradini al posto dell’ascensore sono solo alcuni dei modi, anche semplici, con cui possiamo tenerci in esercizio giorno dopo giorno.

A questo punto la cosa migliore è sottoporsi al veloce e divertente test sul sito dell’iniziativa, poi sarà interessante approfondire alcuni dei principali errori che si commettono nella gestione degli stili di vita quotidiani.

I quattro grandi errori nella prevenzione delle malattie cardio-vascolari

Cuoriamoci, in base alle risposte ottenute nel test durante i mesi scorsi (circa 50mila), è riuscita a fare il punto sui quattro grandi errori commessi dagli italiani. Prima di vederli nel dettaglio partiamo tuttavia da una buona notizia, emersa sempre dallo studio: gli italiani hanno compreso quando e quanto mangiare visto che il 44% sceglie una colazione ricca al mattino con un pranzo regolare e una cena leggera. C’è però ancora un 19% che, a causa della mancanza di tempo e di ritmi di vita frenetici, salta la colazione e si concede una cena abbondante, il contrario cioè di quanto sarebbe opportuno. Passiamo ai 4 errori da matita rossa.

  • Pesce. Solo il 16% dichiara di consumarlo regolarmente: si tratta di un dato certamente allarmante, visto che gli esperti raccomandano un consumo di pesce, benefico per la salute cardiovascolare, almeno due volte a settimana per quello “grasso” (come il salmone) e in quantità ancora superiori per il pesce “magro”, come quello azzurro (per esempio le alici o gli sgombri).
  • Frutta e verdura. Quasi un italiano su due (il 45%) ha ammesso di mangiare almeno 1-2 porzioni al giorno di frutta e verdura, mentre il 42% ne consuma di più, circa 3-4 porzioni. Soltanto il 12% tuttavia assume le 5 porzioni quotidiane raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
  • Frutta secca e semi oleosi. Fanno bene e permettono di assumere i preziosi omega-3, ma il consumo in Italia è ancora poco diffuso: il 52% non li mangia mai, il 24% ne fa uso circa 2-3 volte a settimana, solo il 24% ne consuma spesso. Invece proprio questi alimenti vengono considerati dagli esperti lo snack ideale per la metà mattinata o la metà pomeriggio anziché il cibo e le merendine “spazzatura” che troppo spesso abbondano sulle nostre scrivanie.
  • Cottura. Anche le abitudini di cottura dei cibi non sono purtroppo salutari: circa un terzo degli italiani non cuoce quasi mai i cibi in modo leggero, per esempio scegliendo la cottura al cartoccio o al vapore, che consentono invece di conservare le proprietà nutritive degli alimenti.

Facendo tesoro di questi consigli e di questi errori (che ciascuno di noi, chi spesso chi più raramente, commette) è possibile “costruire” uno stile di vita corretto che consenta da una parte di praticare una prevenzione primaria importante ed efficace e dall’altra di aumentare il più possibile il nostro benessere e la qualità della nostra vita nel lungo termine. Tutte caratteristiche per le quali l’Italia già spicca in Europa e nel mondo e che, proprio per questo, anche grazie all’efficacia del nostro Servizio Sanitario Nazionale, vanno preservate nel tempo.

Il Rapporto Sanità promuove la sanità pubblica

Risultati di assoluta eccellenza in termini di esiti aggregati di salute e una buona performance complessiva sugli stili di vita – sebbene molto rimanga ancora da fare su questo fronte – ottenuti con livelli di spesa estremamente contenuti rispetto ai principali partner europei.

È questo, in estrema sintesi, il quadro del Servizio Sanitario Nazionale tracciato dalla 14esima edizione del Rapporto Sanità, pubblicato di recente e realizzato da ricercatori dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” coordinati dal Professor Federico Spandonaro, nell’ambito delle attività di studio svolte dal Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (C.R.E.A. Sanità). Data la rilevanza del Rapporto Sanità, nel corso degli anni Assidai ha analizzato nel dettaglio i suoi numeri e le sue analisi: lo scorso anno, inoltre, proprio in occasione della presentazione del 13esimo Rapporto Sanità, “Welfare 24” – newsletter realizzata da Assidai in collaborazione con il gruppo Sole 24 Ore – ha intervistato il presidente di C.R.E.A. Sanità, Federico Spandonaro. Senza dimenticare le ricerche, altrettanto interessanti, collegate al Rapporto stesso come quella sul rapporto tra prevenzione e welfare aziendale presentata su Welfare 24.

Le tre analisi

Nell’anno che celebra il 40esimo compleanno del nostro SSN, l’approccio del Rapporto si muove in particolare in tre direzioni.

Innanzitutto, stimola a riflettere sulle azioni necessarie per garantire la sostenibilità di lungo periodo della sanità pubblica, che rappresenta certamente una priorità per il Paese.

In secondo luogo, rende merito ai professionisti che operano nel settore, “che da anni operano con dedizione e competenza, malgrado le tante difficoltà economiche e organizzative”, si legge nella ricerca.

Infine, il Rapporto mette in risalto la fondamentale funzione redistributiva del SSN, che permette alle Regioni del Sud di avere esiti di salute, sebbene inferiori a quelli del Nord, incomparabilmente migliori di quelli delle aree europee con risorse assimilabili.

“L’equità del sistema rimane, quindi, la sfida più importante e, allo stesso tempo, la ragion d’essere della Sanità pubblica, anche a 40 anni dall’istituzione del SSN”

sintetizzano i ricercatori di Tor Vergata. Equità, universalità e sostenibilità di lungo periodo sono concetti che rappresentano anche i capisaldi dello spirito di Assidai, Fondo sanitario integrativo senza fini di lucro che si pone da sempre in un’ottica di complementarietà rispetto alla Sanità pubblica.

Italia leader europea in salute e guarigioni

Vediamo ora qualche numero nel dettaglio. L’ottima performance della sanità italiana, in termini di esiti aggregati di salute, è dimostrata dal fatto che l’aspettativa di vita – 85,6 anni per le donne e 81 per gli uomini, è seconda solo alla Spagna (e con ben 8 Regioni tricolori che vanno meglio anche del Paese “leader”), per quella a 65 anni è dietro solo a Francia e Spagna, per quella senza disabilità è seconda solo alla Svezia.

In pratica un italiano può sperare di vivere in assenza di malattie invalidanti sino a 58,8 anni, con un incremento di 1 anno realizzatosi negli ultimi dieci anni. La speranza di vita senza limitazioni nelle attività quotidiane, a 65 anni, assume un valore in Italia pari a 9,8 anni ed è in aumento rispetto al 2010 di quasi un anno, tra l’altro, dimostrando che è in atto un miglioramento generale dei livelli di salute e dell’autosufficienza. Molto indicativo anche il fatto che, per i tumori, l’Italia ha una mortalità standardizzata inferiore alla media dei Paesi europei. Come anche inferiori risultano essere i tassi di mortalità evitabile: 107,3 decessi in meno ogni 100mila abitanti rispetto all’Unione Europea. Anche l’efficacia e l’efficienza ospedaliera sono molto alte: l’Ocse, nell’ultimo “Italy Health Profile” riconosce, ad esempio, che abbiamo la miglior performance fra i Paesi considerati in termini di mortalità ospedaliera in caso di infarto.

Le sfide del futuro e le spese private per la sanità

Tutto bene dunque? Non proprio. Il Rapporto fa notare che la spesa sanitaria italiana è ormai inferiore del 31,3% rispetto alla media dei principali partner europei con una stabilizzazione del divario solo apparente e determinata invece dalla massiccia contrazione nominale della spesa sanitaria dovuta alla crisi della Grecia e alla Brexit. Di pari passo, purtroppo, la spesa privata pro-capite italiana tra il 2012 e il 2017 ha registrato un tasso di crescita superiore alla media UE, portandosi a ridosso di 38 miliardi, per la precisione a 37,8 miliardi.

Tutto ciò porta così a mettere a rischio l’equità, che rappresenta invece un punto di forza del nostro sistema. Il 79% delle famiglie italiane (circa 20,4 milioni di nuclei) ha speso per consumi sanitari nel 2017 contro il 58% del 2013. In più, il 17,6% delle famiglie (ben 4,5 milioni) ha dichiarato di avere cercato di limitare le spese sanitarie per motivi economici e, di queste, 1,1 milioni di famiglie le hanno annullate del tutto. In generale, il disagio economico per le spese sanitarie, visto come combinazione di impoverimento per consumi sanitari e rinunce agli stessi per motivi economici, è sofferto dal 5,5% delle famiglie ed è significativamente superiore nel Sud del Paese (dal 7,9% dei nuclei).

È la riprova che, anche in prospettiva, il SSN non può reggere ancora a lungo da solo le sfide demografiche e di spesa pubblica senza vedere scalfiti i propri punti di forza. I fondi sanitari integrativi come Assidai possono, in quest’ottica, offrire il proprio contributo per garantire la sostenibilità nel tempo della sanità pubblica e l’accesso universale alle cure ai cittadini.

Il welfare aziendale in Europa e nel mondo

Il welfare aziendale è una realtà sempre più consolidata e diffusa non solo in Italia e in Europa ma, ormai, anche nel mondo. Analizzarne caratteristiche e peculiarità nazionali permette così di scoprire realtà interessanti, che potrebbero offrire spunti preziosi anche per l’Italia stessa. Del resto, per parafrasare un celebre adagio, Paese che vai, welfare aziendale che trovi. Come detto, negli ultimi anni, quell’insieme di iniziative che permettono di vivere in modo diverso e possiamo affermare “più evoluto” il rapporto tra datore di lavoro e dipendente, ha vissuto un forte sviluppo, diffondendosi tuttavia in modo diverso nei vari Stati del Vecchio Continente o extra-europei. Il motivo? Un mix di diverse variabili: a giocare un ruolo cruciale, infatti, non è soltanto la mentalità dell’impresa (che può essere più o meno propensa a mettere a disposizione del proprio dipendente determinati strumenti di flessibilità), ma anche il tessuto sociale e culturale in cui si colloca l’impresa stessa, il sistema di welfare pubblico già presente nel Paese e, non ultime, le politiche pubbliche adottate per potenziare lo sviluppo del welfare aziendale.

Quest’ultimo, come ha più volte rimarcato Assidai, rappresenta ormai un fattore cruciale nelle scelte lavorative e “di carriera” dei manager, sempre più attenti alle misure che possono favorire una migliore flessibilità nella gestione del rapporto tra lavoro e vita privata, cioè il cosiddetto “work life balance”. In tale contesto, l’assistenza sanitaria integrativa si conferma essere uno dei benefit maggiormente richiesti.

Una prima distinzione: il welfare nelle “due Europe”

Prima di analizzare il welfare aziendale nel mondo è necessario tuttavia effettuare una distinzione fondamentale che fa emergere due modelli in Europa. Il primo è quello dei Paesi scadinavi, noti per l’elevatissimo grado di servizi pubblici offerti ai propri cittadini e dunque caratterizzati da un welfare a bassa incidenza. L’altro modello è quello del welfare ad alta incidenza: stiamo parlando dell’Europa mediterranea e della Francia, dove le aziende hanno ancora margini di sviluppo significativi per soddisfare la crescente domanda dei dipendenti per un’ampia gamma di servizi tra cui assistenza sanitaria (la più richiesta), formazione e sostegno alle famiglie. Logico dunque che in Europa abbiano preso piede diversi profili di offerta di welfare aziendale “declinati” in base alle esigenze dei cittadini.

In Scandinavia sono diffusi soprattutto servizi residenziali e domiciliari; altri Paesi (come la Francia) vedono una situazione “mista” che mette a disposizione agevolazioni per l’acquisto di prestazioni in famiglia, attraverso voucher e dispositivi di solvibilità della domanda. La terza strada, invece, è quella di Spagna e Italia, che presentano una quota di offerta in servizi residenziali e domiciliari più bassa e, per contro, una più ampia quota di prestazioni acquisite dalla famiglia, senza tuttavia godere dell’ampio mix di dispositivi di solvibilità che caratterizza altri Paesi.

I vari casi di welfare aziendale in Europa e nel mondo

Ora possiamo finalmente analizzare qualche Paese nel dettaglio.

Partiamo dall’Olanda, in cui spicca un mezzo innovativo e sconosciuto in Italia: si tratta del fondo LCSS, uno strumento flessibile che permette a un dipendente di accantonare parte della retribuzione per utilizzarla durante i congedi e le aspettative non retribuite. Nel caso il dipendente stesso non trovi l’occasione per utilizzare questa somma accumulata nel tempo, al momento del pensionamento le somme vengono versate a un fondo pensione complementare.

In Francia, invece, sono stati messi a punto tre strumenti: Cet, Cesu e Ocirp. Il primo è un conto-ore che permette al dipendente di scegliere (in cambio di lavoro straordinario o ferie non godute) tra sospensione del lavoro con retribuzione o liquidazione di un’indennità. Il Cesu è un voucher dal valore predefinito, spendibile per servizi alla persona e al suo nucleo familiare, cofinanziato dal datore di lavoro. Col Cesu, di cui hanno usufruito oltre 8 milioni di famiglie (con un riflesso positivo sui consumi) si possono pagare servizi per l’infanzia, la gestione della casa e la cura di persone non autosufficienti. Infine, c’è l’Ocirp, un sistema di welfare bilaterale che oltre al sostegno al reddito, è dedicato alla formazione professionale. Da cosa dipende la fruibilità di questo servizio? Essenzialmente dalla contrattazione: può prevedere l’assistenza sanitaria, congedi parentali, invalidità e formazione.

La Gran Bretagna è un Paese noto per un welfare pubblico di stampo liberale ma, nel corso degli anni, lo Stato ha comunque messo a punto innovative politiche per la conciliazione tra lavoro e famiglia insieme con un sistema di incentivazione del welfare aziendale in servizi come asili e servizi per l’infanzia: in questo caso lo Stato eroga un’agevolazione monetaria pari al 20% dei costi sostenuti. Logico che tutto ciò abbia spinto molte aziende d’Oltremanica ad offrire ai propri dipendenti un’ampia gamma di dispositivi di supporto per la flessibilità del lavoro, per i congedi parentali e in generale per la famiglia.

Infine, uno sguardo fuori dal Vecchio Continente, per esempio negli Stati Uniti, dove è dell’anno scorso l’iniziativa congiunta di tre big come la banca d’affari JP Morgan, Amazon e la Berkshire Hathaway di Warren Buffett, che hanno creato una società indipendente dove i dipendenti possono fruire di cure mediche a prezzi calmierati. Del resto, gli Stati Uniti sono noti per il fatto che la copertura sanitaria pubblica è limitata e qualsiasi cura (anche di semplice pronto soccorso) può costare una fortuna: ecco perché la mossa di questi gruppi è il perfetto esempio di come il welfare aziendale possa rappresentare una soluzione win-win per i dipendenti, per le aziende e per lo Stato, laddove quest’ultimo non abbia i fondi necessari per fare fronte alla spesa pubblica in determinati settori come la sanità.