OMS, copertura sanitaria per tutti nel 2030

Garantire a tutti gli individui e a tutte le comunità la possibilità di ricevere i servizi sanitari di cui hanno bisogno senza dover fronteggiare difficoltà economiche: questo è il significato della copertura sanitaria universale, un fronte su cui, da anni, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) è impegnata in prima linea e che purtroppo è ancora lontano dall’essere raggiunto. In particolare, l’obiettivo è garantire da una parte l’erogazione e l’accesso a servizi sanitari di alta qualità e dall’altra la protezione dal rischio finanziario per le persone che hanno la necessità di ricorrere a tali cure.

L’espressione servizi sanitari si riferisce a un’ampia gamma di prestazioni che comprende metodi di promozione della salute, prevenzione, trattamento, riabilitazione e cure palliative, oltre all’assistenza sanitaria nelle comunità, nei centri sanitari e negli ospedali. La protezione dal rischio finanziario è parte integrante del pacchetto di misure mirate alla protezione sociale complessiva: è altrettanto importante, infatti, che una persona possa curarsi senza peggiorare in misura significativa la propria condizione economica.

Metà del pianeta senza copertura sanitaria completa

L’attuale situazione mondiale è ancora lontana dal pieno raggiungimento degli obiettivi. Dai dati analizzati, almeno la metà dei 7,3 miliardi di persone nel mondo non gode ancora di una copertura completa dei servizi sanitari essenziali (anche se si riscontra un trend in miglioramento dal 2000); oltre 100 milioni di persone ogni anno cadono in estrema povertà per fronteggiare spese sanitarie personali; il 12% della popolazione mondiale più ricca (Europa e America e alcuni Paesi dell’Asia) ogni anno destinano il 10% del budget famigliare a spese sanitarie personali, cioè “out of pocket”. Senza contare, fa notare ancora l’OMS, l’enorme somma che si potrebbe risparmiare in termini di spese mediche e di assistenza ai malati se davvero in tutto il mondo si potesse contare su una copertura sanitaria universale e su una adeguata “cultura” della prevenzione.

Il quadro, insomma, è chiaro e ci permette di ritrovare – su scala globale – tutti i temi e i principi su cui si regge il modello e la filosofia di Assidai. Ovvero: la necessaria presenza di un Servizio Sanitario pubblico e l’auspicabile sviluppo di un complementare pilastro integrativo che contribuisca alla sostenibilità della componente pubblica, riducendo al contempo le spese out of pocket (tallone d’Achille, tra i Paesi industrializzati, soprattutto dell’Italia).  In questo contesto, ad ogni modo, l’OMS ha fissato un obiettivo finale ambizioso: garantire la copertura sanitaria essenziale a tutta la popolazione mondiale entro il 2030 mentre il target più a breve termine, cioè entro il 2023, è estenderla ad almeno a un altro miliardo di persone nel mondo e dimezzare a 50 milioni il numero di coloro che finiscono in povertà estrema a causa delle spese sostenute per la propria salute.

Tre strade verso la copertura sanitaria

Come centrare questi obiettivi? La risposta dell’OMS è semplice e si articola su tre azioni principali.

Innanzitutto, bisogna lavorare sui sistemi sanitari nazionali, rafforzandone le strutture finanziarie, anche ricorrendo alla sanità integrativa. Laddove i cittadini pagano di tasca propria per ricevere cure, e più poveri sono addirittura costretti a rinunciarvi – sottolinea l’OMS – bisogna favorire lo sviluppo di fondi sanitari integrativi o di assicurazioni obbligatorie che consentano di diminuire il rischio finanziario legato a una malattia.

In secondo luogo, un ruolo cruciale spetta alla popolazione lavorativa sana che deve sottoporsi a screening e protocolli di prevenzione che aiutano a preservare la propria salute o a scoprire, con buon anticipo, malattie croniche dagli effetti potenzialmente devastanti.

Infine, c’è il tema della ricerca: quando gli Stati membri dell’OMS si sono impegnati a raggiungere la copertura sanitaria universale hanno lanciato anche un’agenda per accelerare quel processo che porta a trasformare le idee promettenti in soluzioni pratiche per il miglioramento dei servizi sanitari, e di conseguenza per il miglioramento della salute. La ricerca è stata e sarà sempre fondamentale per il miglioramento della salute umana.

In ogni caso, l’OMS ha messo a punto il portale “The Global Health Observatory” dedicato alla visualizzazione interattiva dei dati sulla copertura sanitaria universale al fine di tracciare i progressi fatti nel mondo verso il raggiungimento di questo obiettivo dove si possono consultare i passi avanti fatti nel pianeta.

L’Italia al top nella classifica dell’OMS

Come si valuta, nella sostanza, la presenza o meno della copertura sanitaria essenziale in un determinato Paese? L’OMS utilizza 16 servizi sanitari essenziali suddivisi in quattro categorie come indicatori del livello e della equità della copertura nei vari Stati.

Si parte dalla salute riproduttiva, materna, neonatale e infantile in cui si valutano, tra l’altro, l’assistenza prenatale e il parto e l’immunizzazione completa del bambino. In secondo luogo, c’è il tema delle malattie infettive, in particolare il trattamento di tubercolosi e HIV, la copertura di zanzariere trattate con insetticida per la prevenzione della malaria e servizi igienici adeguati. In terzo luogo, c’è il tema cruciale delle malattie non trasmissibili, di cui si valuta prevenzione e trattamento. Infine, viene analizzata la capacità di servizio e accesso agli ospedali e alle strutture sanitarie.

La buona notizia è che in base a questi parametri il Servizio Sanitario Nazionale italiano spicca in Europa e nel mondo. Si attesta infatti sui livelli di Francia, Gran Bretagna, Olanda, Giappone e Stati Uniti (tutti Paesi con un punteggio superiore a 80 punti su un totale massimo raggiungibile di 100), sopravanzando di un punto la Germania, che si ferma a 79. L’ennesima conferma del ruolo essenziale della sanità pubblica italiana, che tuttavia va difesa – nei suoi principi e nelle sue caratteristiche distintive – favorendo lo sviluppo di un secondo pilastro privato, che garantirà la sostenibilità del SSN alla luce delle dinamiche demografiche e delle ristrettezze di spesa pubblica.

Perché alcune persone si ammalano di cancro più di altre?

Un recente studio realizzato da un gruppo di scienziati dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO), pubblicato di recente sulla rivista scientifica Nature Genetics e finanziato dallo European Research Council (ERC), evidenzia che il 40% dei tumori si può prevenire con stili di vita adeguati. Cioè eliminando del tutto fattori esogeni ed evitabili come alcol, obesità, fumo, sedentarietà, esposizione al sole eccessiva o senza adeguata protezione, oppure diete ad alto contenuto di zuccheri e carni rosse e a basso contenuto di frutta, legumi e vegetali. Si tratta di una conclusione importante, che conferma e rafforza la posizione di Assidai su questo tema: la prevenzione primaria è il principale strumento a disposizione per diminuire l’incidenza delle malattie croniche, che nei Paesi industrializzati sono la principale causa dei decessi e delle situazioni di non autosufficienza. Patologie simili, peraltro, sono un dramma umano, per il malato e per le famiglie, ma anche un enorme spesa per lo Stato e prevenirle aiuta in misura significativa la sostenibilità dei conti del Servizio Sanitario Nazionale.

Lo studio di Vogelstein-Tomasetti e il ruolo del “caso”

Al momento, però, il vero tema su cui tutti gli studiosi del mondo si interrogano è l’interpretazione delle statistiche, che vedono purtroppo un acuirsi del cancro nel mondo. In particolare: perché nel corso della propria vita, un uomo su 2 e una donna su 3 si ammalano? O meglio: stabilito che un tumore si sviluppa quando una singola cellula accumula 6 o 7 alterazioni del Dna a carico di particolari geni, che cosa determina le alterazioni stesse?

Negli ultimi anni vi stato un forte dibattito all’interno della comunità scientifica a seguito della pubblicazione, avvenuta nel 2015 sulla rivista Science, di una ricerca firmata da Bert Vogelstein e Cristian Tomasetti, rispettivamente genetista e biostatistico della Johns Hopkins University di Baltimora, che stimava l’incidenza della trasformazione spontanea delle cellule normali in tumorali, sulla base del numero di cellule staminali presenti e della loro frequenza di riproduzione nei diversi organi. Lo studio tuttavia si è prestato a una lettura distorta, al di là delle intenzioni degli autori, che ha portato alla divulgazione di un messaggio fuorviante che associava lo sviluppo del cancro alla casualità. In realtà, a leggere bene la ricerca, Vogelstein e Tomasetti non assolvevano affatto fumo, raggi del sole e altri fattori di rischio legati agli stili di vita. Ecco perché due anni dopo, sempre su Science, i due studiosi hanno voluto chiarire alcuni concetti in base a nuove analisi, sottolineando – dati alla mano – come circa due terzi delle mutazioni genetiche (e non tutte) che danno vita al cancro dipendono da errori casuali. Tuttavia, hanno fatto notare, dire che il 66% delle mutazioni sono casuali non vuol dire che il 66% dei casi di cancro è dovuto alla sfortuna e quindi non è prevenibile.

Ad ogni modo, il concetto da cui sono partiti i ricercatori dello IEO per lo sviluppo del nuovo studio mette proprio in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche, ovverosia uno dei due tipi di alterazioni genetiche trovate nei tumori, ed evidenzia come le alterazioni genetiche più frequenti per lo sviluppo del cancro non avvengono casualmente nel genoma, ma sono prevedibili e soprattutto provocate dall’ambiente esterno alla cellula.

La nuova frontiera della prevenzione del cancro

In sintesi, lo studio dei ricercatori dello IEO, guidati da Piergiuseppe Pelicci, Direttore della Ricerca IEO e professore di Patologia generale all’Università di Milano, e Gaetano Ivan Dellino, Ricercatore IEO e di Patologia generale dell’Università di Milano, in collaborazione con il gruppo diretto da Mario Nicodemi, Professore all’Università di Napoli Federico II, hanno dimostrato come le alterazioni geniche sono la conseguenza di un particolare tipo di danno a carico del DNA, ossia la rottura della doppia elica. Lo hanno fatto analizzando le cellule normali e tumorali del seno e scoprendo su queste cellule che né il danno al DNA né le alterazioni geniche avvengono casualmente. Il danno si verifica infatti all’interno di geni con particolari caratteristiche e in momenti precisi della loro attività. Si tratta di geni più lunghi della media e che, pur essendo “spenti”, sono perfettamente attrezzati per “accendersi”. La rottura del DNA avviene nel momento in cui arriva un segnale che li fa accendere. È proprio studiando queste caratteristiche che, sostiene il team di ricercatori, si possono prevedere quali geni si romperanno con una precisione superiore all’85%. Insomma, un’ulteriore frontiera della prevenzione – in questo caso con una sorta di screening preventivo – che in futuro potrebbe aiutare a diminuire la diffusione della malattia più temuta degli ultimi decenni.

Ricerca che conferma le parole del Direttore del Programma di Senologia e della Divisione di Senologia Chirurgica presso l’Istituto Europeo di Oncologia, Professor Paolo Veronesi, in un’intervista concessa qualche mese fa alla rivista Welfare 24 di Assidai: un giorno, grazie al miglioramento delle cure e anche alla prevenzione primaria, il cancro verrà sconfitto.

Dal Ministero della Salute un sito per imparare a proteggere la pelle

Un sito tematico per conoscere la pelle e proteggerla dai principali rischi, tra cui ovviamente anche quello del melanoma. La Mia Pelle – questo il nome del sito – è stato realizzato dal Ministero della Salute e dagli Istituti Fisioterapici Ospitalieri, che si pone un obiettivo molto chiaro: diffondere in modo semplice e interattivo una “cultura” della pelle per prevenire l’insorgere di malattie, adottando i corretti comportamenti relativi all’esposizione al sole e alle altre fonti di raggi UV (come le lampade solari), o per diagnosticarle in anticipo.

Una filosofia che va di pari passo con quella di Assidai, i cui iscritti per tutto il mese di giugno possono usufruire gratuitamente del nuovo pacchetto Healthy Manager, che prevede la possibilità di prenotare nel corso del mese una visita dermatologica e la mappatura dei nei, esami fondamentali in termini di prevenzione dei melanomi, ovvero patologie o lesioni tumorali della pelle. Si potranno poi effettuare gli esami fino al 31 dicembre 2019. Una grande opportunità per prendersi cura di un organo, spesso sottovalutato e non considerato tale.

La prevenzione carta vincente contro i tumori

Secondo il sito del Ministero della Salute, la prevenzione è una carta vincente perché consente di diminuire i costi per il sistema sanitario derivanti dai ricoveri e dall’assistenza e, allo stesso tempo, di salvare tante vite salvaguardando la salute degli individui. La grande sfida della medicina, in estrema sintesi, è non fare ammalare le persone sane: ciò vale a maggior ragione nella lotta ai tumori della pelle, per cui “la riduzione del rischio passa attraverso la corretta esposizione al sole fin dall’infanzia”. Ovvero: “è prioritario evitare le scottature e proteggere la propria pelle, anche per godere del tempo libero e dell’estate in sicurezza”. In secondo luogo, “la diagnosi precoce garantisce oggi nella maggior parte dei casi la riuscita dei trattamenti di cura, la diminuzione delle complicanze e in un’alta percentuale di casi, fino al 90%, consente di salvarsi la vita”.

L’attenzione dedicata dal Ministero della Salute al tema deriva anche da un trend preoccupante: il melanoma, considerato fino a pochi anni fa una neoplasia rara, presenta attualmente un’incidenza in continua crescita in tutto il mondo e anche in Italia, dove si registrano circa 7500 nuovi casi l’anno e circa 1.500 decessi. Nel nostro Paese, il melanoma cutaneo ha un’incidenza di 14,3 casi su 100mila uomini e 13,6 casi su 100mila donne ed è al terzo posto per numero di nuovi casi nella fascia di età da 0 a 44 anni. Inoltre, a differenza di molte altre neoplasie il melanoma colpisce anche le classi d’età più giovani, infatti oltre il 50% dei casi viene diagnosticato entro i 59 anni d’età.

Il portale per la prevenzione dermatologica del Ministero della Salute

Il sito realizzato dal Ministero della Salute ha un taglio estremamente divulgativo. Per esempio, ha un test molto veloce che permette di capire, rispondendo ad alcune semplici domande, a che tipo di fenotipo si appartiene per prendere poi di conseguenza le opportune misure di protezione per la propria pelle. C’è anche un divertente, quanto utile, gioco dell’oca che ci consente di capire come comportarci, per evitare rischi alla nostra cute, nella classica giornata estiva di sole.

La parte più consistente, in ogni caso, è rappresentata da una ricca dote di contenuti, che riguardano per esempio il controllo dei nei, comprese le principali linee guida dell’autoesame e le ipotesi in cui invece bisogna rivolgersi direttamente al dermatologo. Perché la pelle, si ricorda, “è il confine tra organismo e ambiente esterno: la nostra prima difesa verso il mondo che ci circonda ma è anche l’organo più esposto ai fattori ambientali, è quindi importante proteggerla”. Per questo, il Ministero della Salute fornisce una serie di preziose indicazioni che vanno nell’ottica della prevenzione e dei corretti stili di vita per contrastare le malattie della pelle: gli stessi obiettivi perseguiti dalle importanti campagne di informazione e prevenzione promosse da Assidai, perché è davvero il caso di dirlo “prevenire, è meglio che curare”.

A giugno 2019 al via la Campagna Prevenzione Melanoma per gli iscritti Assidai

Giugno 2019 per gli iscritti Assidai è il mese della prevenzione del melanoma. Per tutto il mese gli iscritti al fondo sanitario possono usufruire gratuitamente del nuovo pacchetto Healthy Manager, che prevede una visita dermatologica e la mappatura dei nei, esami fondamentali in termini di prevenzione per evidenziare eventuali patologie o lesioni tumorali della pelle, cioè i cosiddetti melanomi.

L’iniziativa viene svolta in collaborazione con i partner Allianz e Generali Welion che ne garantiscono il protocollo di prevenzione.

I numeri del melanoma nel mondo

Negli ultimi decenni l’incidenza del melanoma cutaneo nella popolazione caucasica è in crescita, con circa il 5% di casi in più ogni anno. In Italia vengono diagnosticati annualmente oltre 7.000 nuovi casi. Il melanoma è uno dei tumori più frequenti negli adulti di età compresa tra i 30 e 40 anni, ma può insorgere a ogni età. Fortunatamente una diagnosi precoce porta le probabilità di guarigione completa fino al 90% dei casi. Alla luce di questi numeri, il Fondo di assistenza sanitaria integrativa Assidai e Federmanager – Federazione dei manager dell’industria – hanno scelto di sostenere interamente i costi del pacchetto Healthy Manager in modo da incentivare gli iscritti ad Assidai a sottoporsi agli esami preventivi, grazie anche alla partecipazione in qualità di partner di Allianz e Generali Welion, società di welfare integrato.

Pacchetto Healthy Manager 2019

L’iniziativa offre la possibilità per tutto il mese di giugno 2019 di prenotare presso le strutture sanitarie del network Assidai aderenti al programma, una visita dermatologica e la mappatura dei nei. Le visite potranno poi essere effettuate fino al 31 dicembre 2019.

Sottolinea Tiziano Neviani,Presidente di Assidai

Riteniamo fondamentale prenderci cura della salute dei nostri iscritti senza limitarci al rimborso delle spese mediche sostenute. Va proprio in questa direzione la scelta di rendere la campagna Healthy Manager un’attività strutturale per garantire ogni anno a manager, quadri e consulenti iscritti al Fondo pacchetti di prevenzione totalmente gratuiti. Per il 2019 la nostra attenzione si è focalizzata sull’offerta di una visita dermatologica e una mappatura completa dei nei. Esami non invasivi e che non provocano alcun dolore ma che possono fare la differenza per scoprire in anticipo qualsiasi cambiamento sulla nostra pelle, un organo spesso sottovalutato ma di importanza cruciale per il nostro benessere, da proteggere e preservare con molta attenzione.

Per Stefano Cuzzilla, Presidente di Federmanager

La prevenzione sanitaria è innanzitutto una conquista culturale. Pertanto abbiamo deciso di rinnovare anche quest’anno una campagna gratuita che incentivi i colleghi a maturare la giusta consapevolezza verso fattori di rischio e ad assumere stili di vita corretti. Per noi la prevenzione non è un costo, bensì un investimento. È una precisa missione per i Fondi di sanità integrativa che, proprio in questo campo, possono dare un contributo importante in termini di sostenibilità al Servizio sanitario nazionale, svolgendo un’azione di sinergia fondamentale verso l’obiettivo di una società più sana e più longeva.

Simone Salerni, Direttore Commerciale di Allianz Italia ha commentato:

Anche quest’anno Allianz è orgogliosa di contribuire a questa rilevante campagna di prevenzione, al fianco di Assidai e Federmanager. Iniziative come questa vanno nella giusta direzione di sensibilizzare tutti sull’importanza della prevenzione, uno stile di vita che una compagnia come Allianz sostiene da sempre e promuove costantemente toccando anche temi delicati con sensibilità e offrendo soluzioni d’eccellenza per le famiglie e le imprese italiane.

Andrea Mencattini, Amministratore Delegato di Generali Welion ha commentato:

Uno degli obiettivi di Generali Welion è quello di garantire consapevolezza e informazione sul tema salute. Per questo riteniamo sia importante supportare i nostri clienti anche nella prevenzione e adozione di comportamenti salutari, tramite servizi innovativi e semplici da fruire come il pacchetto Healthy Manager costruito per gli iscritti ad Assidai.

 

Tiziano Neviani rieletto alla presidenza di Assidai

Il 23 maggio 2019 Tiziano Neviani è stato rieletto Presidente di Assidai per il triennio 2019-2021. Confermati nel Consiglio di Amministrazione Maurizio Bressani, Giuseppina De Cicco, Otello Onorato ed è stata eletta la nuova consigliera Barbara Picutti. Nel Collegio Sindacale, invece, sono stati confermati Paola Perrone (Presidente) e Carla Ortolani e si aggiunge Paolo Grasso come nuova nomina.

Tiziano Neviani, classe ’48, originario di Cremona, è un manager di lunga esperienza, che ha dedicato tutta la sua vita lavorativa a importanti gruppi industriali italiani. Collabora attualmente con il Gruppo Arvedi. Sottolinea Neviani, riferendosi al programma d’azione di Assidai per il prossimo triennio:

Le esigenze di contenimento della spesa pubblica, unite alle dinamiche demografiche, danno vita a uno scenario in cui il Servizio Sanitario Nazionale, che si è sempre contraddistinto in Europa e nel mondo per universalità ed equità, difficilmente potrà continuare a offrire piena copertura ai nostri concittadini. Per questo, il cosiddetto “secondo pilastro” della Sanità deve essere agevolato con politiche e normative che riordinino i benefici fiscali già esistenti e favoriscano il più possibile imprese, lavoratori e non lavoratori ad aderire ai Fondi sanitari integrativi. In questa logica, Assidai, Fondo di assistenza sanitaria integrativa di emanazione Federmanager, da 29 anni è al fianco degli iscritti e delle loro famiglie e si mette pone a disposizione del sistema Federmanager e delle istituzioni preposte per condividere il proprio modello organizzativo e le proprie idee.

L’obiettivo primario del Presidente Neviani è continuare a garantire servizi sempre più efficienti per la massima soddisfazione degli iscritti Assidai, puntando anche ad aumentare la platea dei propri iscritti, in termini individuali e corporate. A questo si affiancano altri tre concetti chiave, da sempre molto cari ad Assidai:

  • copertura LTC, l’assistenza delle persone non autosufficienti;
  • prevenzione, cruciale per combattere la diffusione delle malattie croniche;
  • welfare aziendale, un segmento che dimostra la diffusione di un rapporto più evoluto ed efficiente tra azienda e dipendente, in cui Assidai si candida a giocare un ruolo di primo piano.

Ulteriore capitolo di estrema rilevanza si conferma la collaborazione con le Associazioni Territoriali Federmanager. Il Fondo considera infatti la ricchezza di esperienze presenti sul territorio come «un valore fondamentale, da consolidare e rafforzare ogni giorno» conclude Neviani.

Alla scoperta del diritto sanitario in Italia

Quando si parla di diritto sanitario si intende un particolare ramo della giurisprudenza italiana che si occupa di tutelare e fare funzionare nel modo corretto due aspetti cruciali del nostro Paese: il diritto alla salute e il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Sono due principi base scritti nella nostra Costituzione che, infatti, considera la salute come uno dei diritti fondamentali della persona, che lo Stato deve poter assicurare a tutti. E, al tempo stesso, rappresentano due valori chiave della filosofia di Assidai, che considera il Servizio Sanitario Nazionale un pilastro cruciale per gli equilibri del nostro Paese – grazie alle sue caratteristiche di universalità ed equità praticamente uniche al mondo – e pone al centro della propria mission la tutela della salute e l’assistenza sanitaria a 360 gradi dei propri iscritti.

Negli ultimi anni, tuttavia, la coesistenza tra diritto alla salute e sanità pubblica è diventata progressivamente più complessa a causa soprattutto della ristrettezza dei fondi a disposizione del Governo centrale. In estrema sintesi, la salute deve essere assicurata in maniera gratuita a tutti coloro che ne hanno bisogno, ma è necessario anche fare quadrare i conti dello Stato. È qui, appunto, che entrano in gioco le normative che lo Stato stesso ha dovuto predisporre per affrontare la situazione e che, in generale, hanno visto lo sviluppo del diritto sanitario.

La definizione di diritto sanitario

Nel dettaglio, il diritto sanitario si occupa anche di stabilire e fare rispettare gli aspetti organizzativi della sanità pubblica. Esistono, infatti, diversi enti con lo scopo di gestire al meglio tutte le attività connesse alla salute dei cittadini. Il Servizio Sanitario Nazionale, istituito dalla legge 833 del 1978, fornisce l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini:

Il servizio sanitario nazionale è costituito dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio.

Si basa su cinque principi:

  1. responsabilità pubblica della tutela della salute,
  2. universalità ed equità di accesso ai servizi sanitari,
  3. globalità di copertura in base alle necessità assistenziali di ciascuno,
  4. finanziamento pubblico attraverso la fiscalità generale,
  5. “portabilità” dei diritti in tutto il territorio nazionale e reciprocità di assistenza con le altre regioni.

Il SSN è composto da diversi enti: l’organo centrale è il Ministero della Salute, esistono poi le Aziende Sanitarie Locali, le cosiddette Asl, e gli ospedali controllati dalle Regioni.

Il Governo del sistema sanitario viene esercitato in misura prevalente da Stato e Regioni, secondo la distribuzione di competenze stabilita dalla Carta costituzionale e dalle norme in materia: alla legislazione statale spetta la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; la tutela della salute rientra invece nella competenza concorrente affidata alle Regioni, che possono legiferare in materia nel rispetto dei principi fondamentali posti dalla legislazione statale.

Riassumendo, il servizio sanitario è articolato secondo diversi livelli di responsabilità e di governo. C’è il livello centrale, cioè lo Stato, che deve assicurare a tutti i cittadini il diritto alla salute mediante un forte sistema di garanzie, attraverso i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). E c’è il livello delle Regioni, che hanno la responsabilità diretta della realizzazione del governo e della spesa per il raggiungimento degli obiettivi di salute del Paese. Inoltre, le Regioni stesse hanno competenza esclusiva nella regolamentazione e organizzazione di servizi e di attività destinate alla tutela della salute e dei criteri di finanziamento delle Aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere, che devono a loro volta gestire le situazioni nel loro territorio di competenza.

Inoltre, nella Costituzione italiana è scritto, all’articolo 32, che il diritto alla salute rappresenta uno dei diritti fondamentali della persona, dove per salute, si intende, il benessere psico-fisico di un individuo. In sostanza, non si tratta di prevenire o curare solamente le malattie in senso stretto: il raggio di azione è ben più allargato e fa anche riferimento al diritto a ricevere prestazioni sanitarie, a vivere in un ambiente salubre, e non ultimo alla libertà di cura, cioè alla possibilità di decidere se essere curato o meno.

Non solo: lo Stato ha anche il compito di tutelare tutti i diritti fondamentali dell’uomo, quindi anche la salute (a dirlo è l’articolo 2 della Costituzione). Da qui nasce la necessità di fornire assistenza gratuita agli indigenti, ovvero alle persone povere o con scarse possibilità economiche. Per tutti gli altri individui è prevista invece una compartecipazione alle spese sostenute dallo Stato, attraverso il pagamento del ticket.

Le ristrettezze di spesa dello Stato

Come detto, tuttavia, c’è anche la necessità da parte dello Stato di far quadrare i conti e, a volte, mettere in pratica quanto afferma la Costituzione in materia di tutela e diritto alla salute a volte non è semplice poiché ciò entra in conflitto con la sostenibilità finanziaria del sistema. Del resto, anche l’articolo 81 della nostra Carta parla chiaro: lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Tutto ciò, ogni anno, si sostanzia nella Legge di Bilancio, in cui vengono stanziati dei fondi a favore della sanità, nell’ambito di tutte le spese che deve sostenere lo Stato per garantire dei servizi ai propri cittadini. In pratica, il Governo da una parte cerca di mantenere i conti in ordine e dall’altra deve garantire tutti i diritti dei cittadini costituzionalmente protetti. Una questione decisamente delicata e complessa che, in ambito sanitario, viene appunto regolata dal cosiddetto diritto sanitario. E che, in prospettiva, potrebbe vedere i fondi sanitari integrativi giocare un ruolo cruciale, così come anticipato più volte da Assidai in un’ottica di collaborazione e complementarietà con l’obiettivo di rendere il SSN stesso sostenibile nel lungo periodo.

Welfare aziendale, la chiave per incrementare la produttività

Prima di tutti i numeri. Secondo l’OCSE – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che raggruppa i principali 36 Paesi industrializzati – l’Italia tra il 1995 e il 2017 ha registrato un incremento della produttività del lavoro dello 0,3% contro un aumento medio (sempre nell’OCSE) dell’1,47%.

Come colmare questo gap? Secondo gli esperti una delle leve possibili che possono essere sfruttate è sicuramente quella del welfare aziendale. Del resto, ed è questa una posizione sostenuta da diverso tempo anche da Assidai, il benessere personale e un corretto bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata (il cosiddetto work-life balance) fanno bene ai manager e ai dipendenti in generale, perché accrescono il benessere organizzativo all’interno di un’azienda e il livello di energia e motivazione dei singoli. Secondo Assidai, il welfare aziendale deve essere dunque visto come uno strumento da mettere a disposizione dei lavoratori e, in particolare, dei propri manager, quadri e professionisti iscritti che, alla luce dei gravosi impegni lavorativi e della scarsità di tempo libero a disposizione, dimostrano sempre più di apprezzare una struttura flessibile ed efficiente, come quella del nostro Fondo di assistenza sanitaria integrativa. Da svariati studi e ricerche emerge, peraltro, come proprio l’assistenza sanitaria sia tra i benefit più richiesti a livello di welfare aziendale.

L’Italia ultima in termini di produttività aziendale

Secondo l’OCSE, l’Italia è tra i fanalini di coda dell’Europa e tra i principali Stati industrializzati quanto a produttività del lavoro. Una debolezza che, tuttavia, rappresenta al tempo stesso una grande occasione, poiché il nostro Paese ha margini di crescita e miglioramento superiori rispetto a molti altri partner europei e mondiali. Nel dettaglio, sottolinea l’Organizzazione, tra il 1995 e il 2017 l’aumento della produttività del lavoro nel nostro Paese, ossia il Prodotto Interno Lordo per ore lavorate, è stato dello 0,3%, il più basso tra le 40 economie prese in considerazione (le 36 OCSE più alcuni Paesi partner), a fronte di un aumento medio OCSE dell’1,47%. Sempre considerando questi dati, presa come base 100 la produttività degli Stati Uniti, l’Italia si ferma a 78, la Germania è al 98, la Francia al 94, mentre Irlanda e Lussemburgo si collocano a 135 e la Norvegia a 112. Non solo: tra il 2010 e il 2016 la produttività italiana è aumentata solo dello 0,14% medio annuo, dato peggiore in assoluto dopo quello della Grecia (-1,09%). Ma prima della grande crisi, tra il 2001 e il 2007, il nostro Paese è risultato l’ultimo in assoluto, con una flessione dello 0,01% annuo, unico segno meno tra la quarantina di Paesi considerati dallo studio OCSE.

Nuove misure di potenziamento del welfare aziendale

Ecco perché il welfare aziendale, in Italia, potrebbe essere uno strumento utile per alleviare il cronico problema della produttività. Al proposito, secondo indiscrezioni, in un disegno di legge di imminente presentazione potrebbero essere introdotte nuove misure che puntano a potenziare le agevolazioni per il welfare aziendale. In particolare, potrebbe essere incrementato da 3mila a 5mila euro l’importo dei premi di risultato soggetto a detassazione, a fronte di un dimezzamento dell’imposta sostitutiva dal 10 al 5%. Va ricordato che la Legge di Bilancio 2019, approvata nei mesi scorsi, non aveva previsto nuovi incentivi in materia. Incentivi che invece erano stati lanciati con la Manovra del 2017 che, così come quella del 2016, era intervenuta principalmente in due direzioni. Da una parte aveva deciso per un “allargamento” del perimetro del welfare aziendale che non concorre al calcolo dell’Irpef. Dall’altra parte aveva ampliato, nei numeri, l’area della tassazione zero per i dipendenti che scelgono di convertire i premi di risultato del settore privato di ammontare variabile in benefit compresi nell’universo del welfare aziendale stesso. In alternativa, come già previsto, i benefit saranno soggetti a un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento.

Più nel dettaglio, il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata era stato aumentato da 50mila a 80mila euro, mentre gli importi dei premi erogabili erano passati da 2 mila a 3 mila euro nella generalità dei casi e da 2.500 a 4mila euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Numeri che, in assenza di provvedimenti ufficiali, valgono ovviamente ancora oggi.

Il ruolo del welfare nel Pilastro Europeo dei Diritti Sociali

Fornire un nuovo quadro di riferimento per i modelli di welfare nazionali chiamati a fronteggiare le nuove sfide globali (invecchiamento demografico, digitalizzazione, globalizzazione e automazione del lavoro) ma anche uno strumento per aggiornare la legislazione europea in tema di politiche sociali e del lavoro. È questo il principale obiettivo del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali (PEDS), una sorta di Costituzione del nuovo welfare del Terzo Millennio che stabilisce 20 principi e diritti fondamentali per sostenere il buon funzionamento e l’equità dei mercati del lavoro e dei sistemi di protezione sociale. Allo stesso tempo, nelle intenzioni dei Paesi membri, il PEDS – concepito principalmente per la zona euro ma applicabile a tutti gli Stati membri dell’Ue che desiderino aderirvi – dovrà essere bussola per un nuovo processo di convergenza verso migliori condizioni di vita e di lavoro in Europa.

Tra i principi chiave assistenza sanitaria e LTC

Va rilevato come tra i 20 principi del PEDS ce ne siano almeno due che fanno parte dei punti fermi della mission di Assidai. Il primo è quello dell’assistenza sanitaria: il nostro Fondo ritiene infatti essenziale il ruolo del Servizio Sanitario Nazionale come punto di riferimento per il Paese grazie alle sue caratteristiche, uniche al mondo, di universalità e gratuita. Al proposito, il documento ufficiale del PEDS sottoscritto congiuntamente dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione durante il vertice sociale per l’occupazione equa e la crescita, che si è tenuto il 17 novembre 2017 a Göteborg, in Svezia, recita molto chiaramente al principio numero 16:

Ogni persona ha il diritto di accedere tempestivamente a un’assistenza sanitaria preventiva e terapeutica di buona qualità e a costi accessibili.

Al punto 18 del PEDS c’è invece l’altro punto fermo di Assidai: la copertura per la non autosufficienza – Long Term Care, cioè l’assistenza degli individui non più autosufficienti.

Ogni persona ha diritto a servizi di assistenza a lungo termine di qualità e a prezzi accessibili, in particolare ai servizi di assistenza a domicilio e ai servizi locali”.

Più in generale, come detto, il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali identifica una lista di 20 principi e diritti, suddivisi sotto tre distinte aree (qui il link al sito dell’Unione Europea): uguali opportunità, pari condizioni lavorative, protezione e inclusione sociale. Tali principi e diritti coprono sia aree dove l’UE possiede un’esplicita competenza legislativa (per esempio le pari opportunità, l’uguaglianza di genere e la sicurezza sul posto di lavoro), sia aree dove l’UE ha finora esercitato una competenza limitata (per esempio il diritto a un’abitazione dignitosa e l’assistenza ai senza fissa dimora).

I 20 principi del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali

La proclamazione di Göteborg è arrivata dopo un lungo percorso iniziato nel settembre 2015, quando il presidente della Commissione UE, Jean Claude Junker, ha lanciato la nuova iniziativa, chiamandola appunto Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. Proprio la Commissione ha cercato di promuoverlo negli Stati membri durante i mesi successivi, avviando anche un ampio processo di consultazione con i governi nazionali, gli stakeholders e i cittadini, con l’obiettivo di raccogliere impressioni, suggerimenti e aspettative. Sulla scorta di questa consultazione, la Commissione UE ha pubblicato una serie di documenti arrivando poi alla stesura dei 20 principi e, appunto, al “sì” di Göteborg, che rappresenta uno dei primi passi formali verso l’effettiva creazione di un Pilastro Europeo dei Diritti Sociali.

La sua effettiva implementazione e messa a regime dipenderà da molti fattori ma, se tutto andrà per il verso giusto, potrà avere un ruolo cruciale nella creazione del welfare del Terzo Millennio, in cui anche i fondi integrativi saranno chiamati a fare la loro parte per garantire gli equilibri del sistema.

Anziani di oggi e di domani: LTC, welfare e rapporto tra generazioni

Ci sono diversi modi per valutare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, che rappresenta indubbiamente una delle più importanti trasformazioni sociali, economiche (e con significativi riflessi finanziari) del nostro tempo. Una lettura interessante è quella che prende in considerazione il rapporto tra generazioni, sicuramente un tema cruciale, che a sua volta si distingue in due approcci:

  • il primo analizza lo “scambio” tra generazioni – il più classico è quello tra anziani e figli adulti – e le relative diseguaglianze nell’accesso a risorse di cura formali e informali.
  • Il secondo approccio, invece, prende in considerazione le condizioni degli anziani appartenenti a diverse fasce d’età.

È proprio da quest’ultima analisi che emergono, secondo alcuni esperti, considerazioni e implicazioni cruciali per le politiche economiche di un Paese e, più in particolare, per quelle che dovrebbero essere le strategie in materia di LTC Long Term Care – prestazioni per la non autosufficienza. Un settore, quest’ultimo, su cui Assidai si è sempre mossa in prima linea, garantendo ai propri iscritti (e alle loro famiglie) tre miglioramenti della copertura in pochi anni.

Un futuro meno agevole per gli anziani

In particolare, emergerebbe una frattura molto chiara tra due classi di età: gli anziani di oggi, che hanno beneficiato di livelli crescenti di benessere di welfare, e quelli di domani (gli attuali adulti), per i quali si prospetta invece un invecchiamento con risorse ridotte e accresciute disuguaglianze. In Italia, in particolare, il nodo riguarda coloro che oggi hanno 40-50 anni: quando invecchieranno che tipo di società avranno intorno a loro? E su che tipo di potenziale assistenza potranno contare, anche alla luce delle loro future condizioni sociali e finanziarie? Ebbene, quando i nati negli anni Sessanta e Settanta varcheranno la soglia dei 75 anni, lo scenario sarà diverso rispetto ad oggi: avranno una speranza di vita più lunga ma in una società che, nel frattempo, sarà fortemente invecchiata. Le attuali dinamiche demografiche – molti futuri anziani avranno solo un figlio (o anche nessuno) – porteranno a una significativa restrizione del perimetro di potenziali “caregiver”, cioè di persone che potranno prendersi cura di loro.

In sostanza, gli anziani di domani saranno diversi e potenzialmente più deboli rispetto a quelli di oggi. In assenza di mutamenti profondi delle politiche sociali o di uno sviluppo importante di previdenza e sanità integrative, i nuovi anziani potranno così contare non solo su minori risorse di cure formali, ma anche su minori risorse economiche per acquistare cure sul mercato. Questi problemi riguarderanno la generazione nata tra il 1965 e il 1974 ma – secondo gli esperti – potrebbero sfiorare anche i nati tra il 1955 e il 1964.

I baby boomers e la sfida LTC Long Term Care

Il problema, insomma, è soprattutto sul futuro: bisognerà fare i conti con le sfide poste dall’invecchiamento dei cosiddetti baby boomer, cioè coloro che sono nati nel Secondo Dopoguerra (e fino a metà anni 60) e hanno contribuito alla fortissima ripresa economica dei Paesi occidentali nel secolo scorso.

In futuro, la sostenibilità economica dei sistemi di welfare chiamati a gestire questo passaggio generazionale rischia di andare in crisi sia per le caratteristiche demografiche (la numerosità e la presenza di molti grandi anziani) sia per quelle sociali (la minor ampiezza e disponibilità di reti informali di sostegno). Tutto ciò rischia così di avere importanti ripercussioni sia sul versante economico e finanziario, sia sull’organizzazione dei servizi. In questo contesto, la gestione della copertura LTC – attraverso il rilancio del secondo pilastro – assume un ruolo ancora più centrale, vista anche l’ingente mole di spesa out of pocket e l’enorme esercito di caregiver famigliari che già oggi si dedicano nel supporto dei propri cari non più autosufficienti.

L’esplosione dei centenari

C’è poi un ulteriore scenario, che meriterebbe di essere analizzato più ampiamente, che riguarda i bambini nati nell’ultimo decennio. Ebbene, costoro – secondo le ultime proiezioni demografiche – sono destinati a vivere ancora più a lungo: uno su due, in Italia come nei principali Paesi occidentali, avrebbe infatti buone possibilità di raggiungere 100 anni. Un’età inimmaginabile fino a qualche decennio fa, se non per poche eccezioni, che tuttavia implica profonde riflessioni non soltanto in ambito sociale, sanitario e previdenziale ma anche a livello politico, culturale e aziendale. A fronte di questo scenario, una scelta di investimento a lungo termine su un fondo sanitario integrativo destinato a erogare prestazioni nella terza età, che sarà ben più lunga rispetto ad oggi, diventa una componente imprescindibile per gli equilibri di un Paese.

Assidai e le politiche LTC Long Term Care  prestazioni per la non autosufficienza

Abbiamo parlato più volte delle politiche adottate da Assidai in termini di Long Term Care e Non autosufficienza. Assidai sin dal 2015 si spende per offrire ai propri iscritti una serie di vantaggi in termini di LTC. Inizialmente estendendo la copertura anche al coniuge o al convivente more uxorio dell’iscritto e poi ampliando ulteriormente la copertura dal 2017 per gli iscritti under 65, la cui copertura è ampliata a tutto il nucleo familiare dell’iscritto con aumento del 30% della rendita in caso di presenza di un figlio minore e fino alla sua maggiore età, e raddoppio della rendita in presenza di un figlio già non autosufficiente, e per gli iscritti over 65.

Nel 2019 è arrivata la svolta ulteriore: per gli iscritti sotto i 65 anni di età in caso di prestazioni per la non autosufficienza dedicate al caponucleo, il coniuge/convivente more uxorio e i figli risultanti dallo stato di famiglia fino al 26° anno di età, la rendita vitalizia aumenta; per gli iscritti con più di 65 anni di età per il caponucleo iscritto e il coniuge/convivente more uxorio è stata prevista l’estensione dell’assistenza infermieristica domiciliare. Per approfondire si può consultare Assidai: vantaggi LTC dal 2019.

Ricordiamo che da recenti studi è emerso che l’Italia è uno dei fanalini di coda europei in termini di Long Term Care. Nel 2030 in Italia potrebbe esserci 5 milioni di anziani, una percentuale dei quali sarà non autosufficiente. Con l’attuale gestione della spesa sanitaria (solo il 10% va in LTC) le famiglie potrebbero trovarsi fortemente in crisi, dovendosi sobbarcare quasi totalmente la gestione dell’invecchiamento della popolazione. Motivo per cui Assidai ha deciso di migliorare le tutele LTC per la terza volta in soli 5 anni, focalizzandosi sull’importanza che questa tematica ha per tutte le famiglie in generale e per quelle dei suoi iscritti in particolare.

La squadra di Assidai alla Maratona di Roma 2019

Generare un forte senso di appartenenza, sentirsi parte di una squadra aumentando la conoscenza tra gli individui, scaricare le tensioni accumulate sul luogo di lavoro e favorire il benessere fisico. Sono questi i quattro principali obiettivi che si è posto il Trofeo RunCorporate, tenutosi all’interno della Maratona di Roma lo scorso 7 aprile e al quale ha partecipato, con grande entusiasmo e partecipazione, anche Assidai. Del resto, i valori legati a questa iniziativa – cioè l’esercizio fisico come fattore di benessere e di prevenzione, il ruolo chiave del welfare aziendale come strumento per generare valore dentro e fuori l’impresa, e la solidarietà – rappresentano alcuni dei punti fermi del nostro Fondo e della sua filosofia d’azione sul mercato e nei confronti dei suoi iscritti.

Il trofeo RunCorporate 2019 e la solidarietà

Come funzionava l’iniziativa RunCorporate? In modo molto semplice: in un’ottica di team building e di rafforzamento aziendale proponeva, all’interno della Maratona di Roma, lo sviluppo di un Trofeo a sè stante su un tracciato di 5 km esclusivamente dedicato alle aziende. Aspetto cruciale è che partecipando alla gara, le imprese e i dipendenti hanno contribuito fattivamente alla raccolta fondi attraverso tutte le Onlus inserite nel Charity Program di Roma Marathon. Ogni pettorale acquistato sono stati devoluti 3 euro e ogni azienda ha potuto scegliere personalmente e liberamente la Onlus, tra quelle previste dal programma, a cui devolvere la somma derivante dai pettorali acquistati. Due i premi previsti: uno per l’azienda con il maggior numero di dipendenti iscritti e l’altro per quella con più donne partecipanti al Trofeo.

Non si è trattato dunque di una gara con una spiccata accezione competitiva, ma piuttosto di un’occasione finalizzata a costruire, attraverso la conoscenza delle dinamiche del running, una più solida coscienza di sè e dei propri obiettivi, oltre che dei colleghi con cui si lavora fianco al fianco tutti i giorni. Il tutto in un’ottica di work-life balance, cioè una cultura di conciliazione tra lavoro e vita privata finalizzata ad accrescere i livelli di soddisfazione delle persone con impatti significativi anche sulla produttività aziendale. È la filosofia che muove tutte le iniziative di welfare aziendale, strumento che si sta diffondendo sempre più in Italia grazie anche gli incentivi del Governo e la cui validità è sostenuta da Assidai.

La corsa medico-paziente che ha commosso tutti

Peraltro, quest’anno, la Maratona di Roma è stata anche teatro di una bellissima storia – raccontata dai quotidiani – che ha visto protagonisti un cardiochirurgo, Luca Di Marco di 44 anni, e il suo paziente, Massimiliano Ponzo, di 46 anni, che il 22 febbraio 2018 (ormai più di un anno fa) era in condizioni critiche prima di ricevere un nuovo cuore da un ragazzo parlemitano di 33 anni, mancato quel giorno e del quale la famiglia aveva deciso di donare gli organi. Ebbene, domenica scorsa, Massimiliano e Luca si sono ritrovati uno sottobraccio all’altro a tagliare il traguardo della stracittadina nell’ambito della Maratona di Roma. Il tutto è avvenuto grazie a un’iniziativa – su un percorso ridotto di 5 km dai Fori Imperiali al Circo Massimo – lanciata dalla fondazione “Cuore Domani” con l’obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca sulle malattie cardiovascolari. Per Di Marco, “è stata una gioia immensa vedere che, ad un anno dal trapianto, un tuo paziente può correre e va anche più forte di te”. “Marco è ormai il mio angelo custode: non solo per quello che ha fatto in sala operatoria ma per come mi è stato accanto prima e dopo il trapianto, sempre a farmi coraggio e darmi speranza”, ha sottolineato invece Massimiliano.

Il suo è stato un calvario lungo e doloroso: un uomo di sport al quale, a 38 anni, è stata diagnosticata una cardiomiopatia dilatativa. “Due anni dopo muore mia madre della stessa malattia. A quel punto facciamo un’indagine genetica e scopriamo che tutti i parenti per parte di madre sono morti per la stessa patologia tra i 40 e i 55 anni. La mia vita era segnata. Da quel momento è stata una discesa agli inferi fatta di ricoveri e arresti cardiaci”, ha raccontato lui. L’unica speranza: il trapianto atteso per anni. Fino a febbraio dello scorso anno, quando il cerchio si è chiuso e per Massimiliano è iniziata una nuova vita.