Malattie cerebrovascolari: prevenzione fin da bambini

Le malattie cerebrovascolari sono la seconda causa di morte e la terza causa di disabilità a livello mondiale, oltre a essere responsabili di circa un decimo degli anni persi per morte prematura o disabilità e, di conseguenza, di un considerevole carico sociale per il paziente e per i familiari che lo assistono.

È partendo da questa e altre considerazioni che il Ministero della Salute ha messo a punto e pubblicato un approfondito protocollo finalizzato alla prevenzione delle malattie cerebrovascolari nel corso della vita. Del resto, si osserva nel documento, con l’invecchiamento della popolazione è possibile prevedere nel tempo un incremento sia dell’incidenza totale dell’ictus, che rappresenta la manifestazione clinica di gran lunga più̀ frequente, sia del carico sociale conseguente alla disabilità post ictus.

Ragionamenti che valgono a maggior ragione per l’Italia che, secondo le ultime proiezioni, al 2050 sarà il Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone: cosa che metterà ulteriormente sotto pressione il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e le sue caratteristiche uniche al mondo di universalità ed equità. Per questo, a maggior ragione, anche sul fronte delle malattie cerebrovascolari la prevenzione diventa fondamentale.

I numeri e il trend di lungo periodo

Ma quali sono i principali numeri delle malattie cerebrovascolari e il loro trend di lungo periodo? Tra il 1970 e il 2008, nei Paesi ad alto reddito l’incidenza dell’ictus cerebrale si è ridotta di oltre il 40%, passando da 163 a 94 casi per 100.000 abitanti per anno mentre nei Paesi a reddito medio o basso l’incidenza è più̀ che raddoppiata, con un incremento da 52 a 117 casi per 100.000 abitanti per anno. Contemporaneamente, la mortalità̀ precoce per ictus è diminuita sia nei Paesi ad alto reddito sia in quelli a reddito medio o basso. Peraltro, sottolinea il Ministero della Salute, il calo di incidenza dell’ictus cerebrale nei Paesi ad alto reddito contrasta con il continuo aumento dell’età̀ media della popolazione: ciò anche grazie all’efficace controllo di alcuni fattori di rischio che ha contribuito a prevenire l’insorgenza di nuovi ictus cerebrali.

Anche in Italia, nelle ultime due decadi, l’incidenza dell’ictus cerebrale si è ridotta da 293 a 143 casi per 100.000 abitanti per anno, risultando lievemente più̀ alta nelle donne rispetto agli uomini e con un incremento dal 35,7% al 47,8% negli ultra80enni. La mortalità̀ è del 20-30% a 30 giorni dall’evento e del 40-50% a distanza di un anno.

Fattori di rischio e prevenzione dell’ictus

Quali sono invece i principali fattori di rischio e come si può prevenire l’ictus?

I primi vanno distinti tra non modificabili e modificabili. Nella prima categoria rientrano sicuramente i fattori genetici, il genere (le donne sono meno a rischio rispetto agli uomini), l’età e l’etnia. Nella seconda categoria, cioè tra i principali fattori modificabili, ci sono tabagismo, scarsa attività fisica, consumo eccessivo di alcol, scorretta alimentazione, depressione, aritmie cardiache, ipertensione arteriosa, diabete e peso eccessivo.

Il tema della prevenzione primaria, che è l’altra faccia della medaglia, è altrettanto cruciale. Il Ministero della Salute, al proposito, è fin troppo chiaro: rappresenta la strategia più importante per contrastare le malattie cardio-cerebrovascolari. Come nello specifico?

“È indispensabile intervenire lungo tutto il corso dell’esistenza per assicurare a ogni bambino un buon inizio, per prevenire comportamenti non salutari durante l’infanzia e l’adolescenza, per ridurre il rischio di insorgenza delle citate patologie nell’adulto, nonché́ per arrivare a un invecchiamento sano e attivo”.

Serve dunque l’adozione di stili di vita salutari: non fumare o cessare il consumo di prodotti del tabacco ed evitare l’esposizione al fumo passivo; ridurre al minimo il consumo di alcol (mai più di due unità alcoliche al giorno per gli uomini e una per le donne); un’alimentazione corretta, varia ed equilibrata che prediliga il consumo di verdura e frutta, cereali, pesce, acidi grassi insaturi e limiti gli acidi grassi saturi; ridurre il consumo eccessivo di sale (meno di cinque grammi al giorno per gli adulti); svolgere attività fisica regolare e adeguata (almeno 30 minuti di attività fisica moderata aerobica come camminata, corsa, bicicletta o nuoto per 5-7 volte alla settimana o, alternativamente, esercizio fisico intenso 2-3 volte alla settimana). Tutti comportamenti che portano anche a un controllo significativo sul peso, cosa cruciale soprattutto per i bambini e gli adolescenti che gettano le basi per abitudini di vita e struttura corporea su cui svilupperanno l’età adulta.

Assidai e la prevenzione dell’ictus

Per Assidai la prevenzione è un valore fondamentale, in tutti i campi, tanto che ogni anno offre gratuitamente ai propri iscritti un esame in questa direzione, riscontrando adesioni in costante crescita.  L’anno scorso è stata la volta del melanoma, due anni fa proprio dell’ictus. Nel 2018, infatti, con il pacchetto “Healthy Manager”, Assidai e Federmanager hanno messo a disposizione dei propri iscritti la possibilità di svolgere un esame ecocolordoppler dei tronchi sovraortici per rilevare eventuali stenosi carotidee. Si tratta, secondo gli esperti, di uno degli screening più avanzati che possono aiutare a giocare d’anticipo sull’ictus, individuando possibili situazioni a rischio. Il modo migliore per prevenire una patologia che presenta enormi costi dal punto di vista umano, sociale ed economico. In Italia e nel mondo.

Screening e supporto del SSN per i malati di celiachia

“In Italia, nel 2018, il numero di celiaci ha raggiunto i 214.239 soggetti con un incremento di 7.500 diagnosi rispetto allo scorso anno”.

A fornire questo dato è stato il Ministro della Salute, l’Onorevole Roberto Speranza, nell’introduzione alla Relazione annuale sulla celiachia curata dal suo dicastero e destinata al Parlamento.

La celiachia, va ricordato, è una malattia infiammatoria permanente dell’intestino scatenata dal consumo di alimenti contenenti glutine in soggetti geneticamente predisposti. Può essere definita una patologia multifattoriale poiché per il suo sviluppo sono necessari due fattori: uno ambientale, il glutine nella dieta, e uno genetico, la presenza di determinate molecole sulla membrana delle cellule del sistema immunitario. Solo il 3% delle persone, geneticamente predisposte, che consumano glutine sviluppa, prima o poi, la celiachia.

“Il Ministero della Salute, garante del diritto alla salute, nell’ambito delle sue attività di prevenzione, promozione e assistenza sanitaria – precisa lo stesso Speranza – è impegnato da anni sul tema della celiachia e sulle necessità dei celiaci e delle loro famiglie”. Inoltre, “l’impegno istituzionale prevede l’accompagnamento dei pazienti nel percorso diagnostico e di follow-up e il sostegno alla dieta post diagnosi nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza a prescindere dalle provenienze territoriali e dalle condizioni di reddito e personali dei cittadini”.

Dal Servizio Sanitario Nazionale un sostegno chiave per i celiachi

Le parole del Ministro della Salute sono una premessa doverosa perché, anche nella cura della celiachia, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) dimostra le proprie caratteristiche di equità e universalità, praticamente uniche in tutto il mondo. Dal 2017, infatti, con la revisione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)  la celiachia è stata inserita infatti tra le malattie croniche invalidanti. Che cosa significa? Semplice: è previsto il regime di esenzione per tutte le prestazioni sanitarie successive alla diagnosi e il supporto economico alla dieta per l’acquisto degli alimenti senza glutine specificamente formulati per i celiaci (per esempio pane, pasta, biscotti, pizza, cereali per la prima colazione e alimenti similari) che, in una dieta sana ed equilibrata, rappresentano il 35% del fabbisogno energetico totale giornaliero da carboidrati.

Il celiaco, infatti, una volta ottenuta la diagnosi deve seguire una dieta varia e bilanciata (ma rigorosamente senza glutine), il cui apporto energetico giornaliero da carboidrati come per tutti deve essere di circa il 55%, di cui però solo il 35% deve derivare da alimenti senza glutine mentre il restante 20% deve provenire da alimenti naturalmente privi di glutine. A supporto della dieta senza glutine il Servizio Sanitario Nazionale nel 2018, secondo i dati pervenuti e le stime fatte, ha speso circa 250 milioni di euro, con una media annua nazionale di circa 1.200 euro pro capite.

I numeri della celiachia in Italia

In base ai dati presenti nella relazione al Parlamento, la celiachia è una patologia prettamente femminile, visto che due terzi dei malati sono donne, e si concentra in alcune regioni. Quelle con il maggior numero di residenti celiaci sono Lombardia, Lazio, Campania ed Emilia Romagna, mentre quelle che ne hanno meno sono Valle d’Aosta e Molise. Se si analizza invece la percentuale di persone celiache rispetto alla popolazione, allora il primato spetta alla Sardegna, seguita da Toscana e Provincia Autonoma di Trento. Questa la fotografica del 2018. Qual è invece il trend? Secondo i dati pubblicati dal Ministero, negli ultimi sei anni sono state registrate 57.899 nuove diagnosi, con una media di circa 10mila all’anno. Inoltre si evince che la tendenza è in aumento in tutte le realtà regionali, anche se nel 2018 spiccano la Lombardia con + 1.891 seguita da Emilia Romagna con + 1.234 e Piemonte con + 1.233. Peraltro, a distanza di ormai tre anni dall’entrata in vigore del nuovo protocollo diagnostico (realizzato dopo otto anni, nel 2015, con un accordo Stato-Regioni) emerge un incremento delle diagnosi molto più moderato, probabilmente dovuto ad indirizzi scientifici più mirati e procedure che permettono di ridurre gli esami superflui, sviluppare ipotesi diagnostiche più tempestive e limitare gli errori. Infine, la celiachia è una patologia che può manifestarsi in ogni periodo della vita: sempre considerando il triennio 2016-2018, la fascia di età in cui si registrano più celiaci è quella compresa tra i 19 e i 40 anni.

inserire nostro riferimento articolo fatto [MA1]

 

Retinopatia diabetica, batterla con la prevenzione

La retinopatia diabetica è una grave complicanza del diabete: colpisce la retina e, in età lavorativa, è la prima causa d’ipovisione e cecità nei Paesi sviluppati. Si calcola che venga diagnosticata una retinopatia a circa un terzo dei diabetici.

Numeri importanti: l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), infatti, stima che i diabetici nel mondo siano 422 milioni e, per guardare all’Italia, secondo l’Istat in Italia il diabete stesso colpisce il 5,3% della popolazione, vale a dire oltre 3,2 milioni di persone, in particolare gli anziani, ossia il 16,5% tra le persone dai 65 anni in su.

Come combattere la retinopatia? La prevenzione è fondamentale se si pensa che – secondo gli studi più aggiornati – può ridurre in misura significativa le probabilità che questa malattia diventi molto impattante, portando il paziente alla cecità. La prevenzione, dunque, si conferma ancora una volta come elemento cruciale per salvaguardare la salute della popolazione e per limitare, in prospettiva, le spese del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), già messo a dura prova dalle dinamiche demografiche. Un concetto, quest’ultimo, che Assidai considera centrale nella propria mission tanto che viene perseguito ogni anno promuovendo per esempio campagne di prevenzione gratuite a disposizione dei propri iscritti (nel 2019 contro il rischio melanoma).

I numeri della retinopatia in Italia

Gli ultimi dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) dicono che la retinopatia diabetica colpisce due diabetici su tre dopo 20 anni di malattia ed è, nel nostro Paese e nei Paesi industrializzati, la prima causa di cecità in età lavorativa. Se ne è parlato di recente al Senato della Repubblica, in occasione della presentazione della campagna informativa sulla retinopatia diabetica promossa dall’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità – IABP Italia onlus, in collaborazione con la Società italiana di medicina generale, l’Italian barometer diabetes observatory, Diabete Italia, l’Associazione parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla salute e il Censis.

Se generalmente il diabete di tipo 1 (il più grave) è diagnosticato dopo i 30 anni, indicativamente la prevalenza di retinopatia diabetica è del 20% dopo 5 anni di malattia, del 40-50% dopo 10 anni e di oltre 90% dopo 20 anni. Negli ultimi anni, tuttavia, c’è un nuovo trend – descritto dalla IAPB (l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità) – che dovrebbe indurre a riporre ulteriore attenzione nella prevenzione di questa malattia. Se infatti in passato erano colpiti soprattutto i Paesi più benestanti, oggi agli Stati a basso e medio reddito sono riconducibili il 75% dei diabetici. Con una differenza: molti di questi Paesi sono ancora poco attrezzati per diagnosticarla correttamente, per trattarla e per gestire le conseguenze varie e complesse di questa patologia. Ad oggi, in ogni caso, la zona del mondo dove si registra la maggiore prevalenza di diabetici è il Mediterraneo orientale (13,7% della popolazione maggiorenne), mentre complessivamente la regione europea si attesta al 7,3% (l’Africa è al 7,1%).

Anche l’OMS, al proposito, è molto chiaro. Sottolinea infatti che la retinopatia diabetica è un’importante causa di cecità e si verifica come risultato di un danno accumulato nel lungo periodo a carico dei piccoli vasi sanguigni della retina. Per questo, ha provocato in tutto il mondo l’1,9% della disabilità visiva (moderata o grave) e il 2,6% della cecità nel 2010.

Come combattere la retinopatia: prevenzione e screening

Come implementare una corretta prevenzione di questa malattia? Bisogna partire dal presupposto che i danni alla retina sono generalmente evitabili controllando bene il diabete. In particolare, è stato dimostrato che un attento controllo della pressione arteriosa in chi ha il diabete di tipo 2 riduce il rischio di malattia micro-vascolare del 37%, il tasso di progressione della retinopatia diabetica del 34% e il rischio di peggioramento dell’acuità visiva del 47%. Dunque, serve forte attenzione alla prevenzione primaria, il che significa controllare attentamente fattori di rischio quali la glicemia elevata e l’ipertensione arteriosa, e alla prevenzione secondaria, individuando tempestivamente la retinopatia diabetica e approntando i necessari trattamenti.

Detto in altre parole, se affrontata in tempo, con adeguati programmi di screening e di cura, la retinopatia diabetica è controllabile ed è possibile prevenire la cecità. Secondo gli specialisti, l’attenzione va aumentata quando il diabete è perdurante da più di vent’anni, quando le probabilità di malattia retinica aumentano esponenzialmente e due pazienti su tre rischiano la menomazione delle capacità visive con manifestazioni sia di ipovisione sia di totale perdita della vista nelle ipotesi peggiori.

Molto, nella prevenzione, dipende anche dai comportamenti personali: una dieta corretta, perlopiù vicina a quella mediterranea (che privilegia cioè frutta, verdura e pesce a zuccheri e grassi) e una attività fisica regolare sono la prima strategia da adottare. Senza dimenticare, per i diabetici, quanto sia fondamentale tenere sotto controllo i livelli di zuccheri nel sangue e sottoporsi a controlli oculistici periodici.

Assidai e la prevenzione

Per Assidai, come detto sopra, il valore della prevenzione è fondamentale. Il nostro Fondo la sostiene sia promuovendo campagne gratuite per i propri iscritti sia attraverso una informativa costante, che possa rappresentare un punto di riferimento per gli iscritti stessi. A tal proposito, visto che tra gli accorgimenti per prevenire la retinopatia diabetica c’è anche quello di evitare l’ipertensione arteriosa, è utile ricordare l’intervista rilasciata a Welfare 24 dal Dottor Bernhard Reimers, Responsabile dell’Unità Operativa Cardiologia clinica e interventistica dell’Humanitas Research Hospital di Milano, secondo il quale “per evitare l’insorgere di malattie cardiocircolatorie la regina della prevenzione è l’attività fisica aerobica”.

Un parere a dir poco autorevole, il suo: Reimers è considerato uno dei maggior esperti mondiali dell’angioplastica carotidea con più di 1.500 interventi eseguiti. Un consiglio pratico?

Una passeggiata di 20-30 minuti a passo veloce al giorno, lasciando a casa il cellulare per evitare stress e lasciare indietro tutti i pensieri e, a tavola, ovviamente dieta mediterranea.

Emergenza Coronavirus: come comunicare con Assidai

In questi giorni di emergenza Coronavirus, Assidai conferma la propria vicinanza a tutti gli iscritti con Piani Sanitari che tutelano le persone in ogni momento della loro vita.

Dopo la decisione del governo di estendere all’intero territorio nazionale fino al 3 aprile le misure straordinarie previste per contenere e gestire l’emergenza epidemiologica da COVID-19, il Fondo Assidai assicura la piena operatività di tutti i servizi erogati, senza soluzione di continuità.

Qualora vi fosse quindi la necessità di contattare il fondo, gli assistiti sono invitati a utilizzare il servizio “Comunica con Assidai”, presente all’interno dell’area riservata di questo sito, evitando, per quanto possibile, il canale telefonico.

Attraverso il servizio online il personale di Assidai potrà garantire le informazioni e le risposte necessarie anche da remoto, per ovviare alle restrizioni di accesso agli uffici.

Il Fondo di assistenza sanitaria integrativa Assidai, costituito da Federmanager, precisa che continuerà a rivolgersi agli oltre 120.000 assistiti nell’assoluto rispetto delle prescrizioni provenienti dalle istituzionali nazionali e locali.

Fondi per le terapie alternative rivolte ai più deboli

Quali sono le attività, da considerarsi anche forme di cura, che sono particolarmente raccomandate per alcune categorie di persone deboli o affette da specifiche patologie? Gli ultimi studi evidenziano come la pet therapy, intesa come interazione uomo-animale, la musicoterapia e la “horticultural therapy” risultano di grande aiuto e sostegno per molte persone.

Stiamo parlando, per esempio, di individui sottoposti a trattamenti terapeutici come anziani, affetti da malattie degenerative, da persone con disabilità o affette da autismo, ma anche di pazienti in recupero da stress post-traumatici, ictus e disordini alimentari. Non è un caso che, di recente, il Garante per la disabilità della Regione Puglia, Giuseppe Tulipani, abbia lanciato un avviso pubblico nei confronti di Enti no profit e del Terzo Settore da coinvolgere proprio in queste tre attività: per il primo esito, già messo a bando, erano disponibili 138mila euro e sono arrivate subito decine di richieste. L’obiettivo? Implementare azioni precise per nuovi progetti finalizzati alla sperimentazione per interventi socio-educativi e riabilitativi. L’ambito legislativo di riferimento è duplice: da una parte c’è quello tracciato dalla legge quadro 104/92 per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con handicap; dall’altra parte c’è la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la legge 3/2009.

Come funzionano pet therapy, musicoterapia e horticultural therapy

Il bando lanciato in Puglia è attinente nello specifico a tre ambiti.

Il primo è quello della pet therapy: cioè la promozione di esperienze significative nel percorso socio-educativo e terapeutico attraverso l’utilizzo di programmi educativi, ludico-ricreativi, di laboratorio, riabilitativi e di facilitazione sociale che utilizzano gli animali come parte integrata del programma stesso. Il termine pet-therapy, coniato nel 1964 dallo psichiatra infantile Boris M. Levinson, si riferisce all’impiego degli animali da compagnia per curare specifiche malattie. Numerose evidenze scientifiche dimostrano le potenzialità dell’impiego degli animali come strumento di cura in vari ambiti poiché rappresentano una sorta di “rompighiaccio” e stimolano la comunicazione e le relazioni sociali. Anche nel caso di persone affette da disturbi dello spettro autistico, che presentano difficoltà a comunicare e interagire con gli altri, l’introduzione di cani nelle sedute terapeutiche ha avuto effetti incoraggianti. In generale, un animale influisce positivamente sullo sviluppo della personalità dei bambini, aumentando l’autostima, la fiducia in se stessi e migliorando l’empatia e il senso di responsabilità. Scientificamente parlando, la sola presenza di un animale durante situazioni percepite come stressanti (per esempio, leggere ad alta voce in pubblico) riduce i livelli di ansia, la pressione sanguigna e il battito cardiaco. Al contrario, è stato dimostrato che il contatto fisico con un animale induce una riduzione, nel sangue, dei livelli degli ormoni responsabili della risposta allo stress (cortisolo) e causa un aumento delle quantità di ormoni e neurotrasmettitori in grado di determinare emozioni positive (endorfine e dopamina) e di ridurre l’ansia e lo stress.

Il secondo ambito è legato alla promozione delle attività che utilizzano la musica con un intento socio-educativo e terapeutico, sostenendo lo sviluppo neuro-psicomotorio e facilitando i rapporti interpersonali. La musica diventa così il canale comunicativo che permette al paziente di poter esprimere le proprie emozioni in maniera non verbale, instaurando un rapporto diverso con il terapista. Non è un caso che la musicoterapia si ritrova nelle più antiche società umane e si sia affermata agli inizi del XVIII secolo, quando il dottor Richard Brockiesby, musicista londinese, scrisse il primo trattato sull’argomento.

Infine, il terzo ambito del bando regionale è attinente alla valorizzazione di attività progettuali che favoriscano l’inclusione sociale, la relazione tra persone, la socializzazione ma anche l’inserimento lavorativo e la riabilitazione attraverso l’attività di orto e giardinaggio. La cosiddetta “horticultural therapy” è quell’insieme di attività di floricoltura e orticoltura, svolte con l’aiuto di un terapista specializzato, allo scopo di migliorare le condizioni di pazienti affetti da disabilità, malattie e traumi. Il suo segreto? Attraverso il contatto con la terra, lo specialista invita il paziente a rimettersi in gioco riconquistando la fiducia in se stesso: seminare, toccare la terra e coltivarla innesca infatti nel paziente senso di orgoglio e soddisfazione e al contempo stimola capacità cognitive e muscolari.

Solidarietà: un principio chiave anche per Assidai

Tra i pilastri dell’iniziativa c’è sicuramente la volontà di diffondere e promuovere una cultura dei diritti delle persone con disabilità nella prospettiva costituzionale della piena inclusione sociale, della qualità dell’assistenza e delle cure e del perseguimento possibile della vita indipendente. Sono tutti valori propri anche della mission di Assidai, che è diversa nei mezzi e nei destinatari ma, come ente non profit, ha tra i propri principi distintivi la mutualità e la solidarietà. Attorno ad essi si sviluppa tutta l’attività di Assidai, che ha come fulcro la salute e la tutela dei propri iscritti. Il Fondo di assistenza sanitaria integrativa è senza scopo di lucro e si prende cura di oltre 120.000 persone. Non ha limiti di età, di accesso e di permanenza; non opera la selezione del rischio, non può recedere dall’iscrizione e, quindi, tutela gli assistiti per tutta la durata della loro vita.

Welfare aziendale, il report del Ministero del Lavoro

Negli ultimi anni, in Italia, il welfare aziendale ha vissuto uno sviluppo importante. Grazie a diversi interventi legislativi da parte del Governo, quell’insieme di benefit e servizi forniti da un’azienda ai propri dipendenti (e talvolta anche ai loro familiari) come forma integrativa della normale retribuzione monetaria, è diventato ormai un punto fermo anche per il nostro Paese. Al riguardo, va precisato, ci sono diverse indagini che periodicamente scattano una fotografia dello stato dell’arte del settore, ma è ormai consolidato il fatto che il welfare aziendale sia diffuso in più di un’azienda su due.

Un punto di osservazione privilegiato del fenomeno, che ovviamente ha visto una fortissima accelerazione dal 2016 (quando il Governo, attraverso la Legge di Bilancio, ha inaugurato una serie di agevolazioni fiscali) è il report periodico del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sul deposito telematico dei contratti aziendali e territoriali che prevedono la detassazione dei premi o, in alternativa, l’erogazione di servizi di welfare aziendale. E anche questo documento conferma la significativa espansione del welfare stesso.

Il quadro normativo del welfare aziendale

Per inquadrare meglio la situazione è necessario fare il punto sull’attuale normativa. A seguito del Decreto Interministeriale del 25 marzo 2016, che disciplina l’erogazione dei premi di risultato, la partecipazione agli utili di impresa con tassazione agevolata e prevede misure di welfare aziendale, dal 29 aprile 2016 il deposito dei contratti aziendali e territoriali di secondo livello deve avvenire esclusivamente in modalità telematica, senza recarsi cioè presso gli Uffici Territoriali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. L’obiettivo? Monitorare le prassi attuate dalle singole imprese o a livello locale, verificandone la conformità alle norme di legge. Il regolare deposito, infatti, sarà necessario per poter usufruire della detassazione poiché i contratti aziendali e territoriali rappresentano uno strumento fondamentale per favorire nelle aziende gli incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione.

Altro caposaldo della normativa introdotta dalle Leggi di Stabilità 2016 e 2017 è stato il regime di tassazione zero per i dipendenti che scelgono di convertire i premi di risultato del settore privato di ammontare variabile in benefit compresi nell’universo del welfare aziendale stesso (con il perimetro di quest’ultimo che è stato via via esteso con ulteriori interventi legislativi allargandolo per esempio all’educazione, all’istruzione e alla copertura per la non autosufficienza – Long Term Care). In alternativa, come già previsto, i benefit saranno soggetti a un’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento.

I numeri: la crescita del welfare aziendale

Detto ciò, i numeri forniti dal Ministero del Lavoro danno uno spaccato interessante del fenomeno e dimostrano la diffusione sempre più significativa del welfare aziendale. Allo scorso 14 gennaio, infatti, 10.272 dichiarazioni di conformità si riferivano a contratti tuttora attivi: di queste 7.653 erano attinenti a contratti aziendali e 2.619 a contratti territoriali. Oltre la metà, inoltre, per l’esattezza 5.843 prevedevano misure di welfare aziendale, 7.901 si proponevano di raggiungere obiettivi di produttività, 6.075 di redditività, 4.705 di qualità e 1.222 contemplavano un piano di partecipazione. Ancora più significativa, tuttavia, è la scomposizione tra coloro che hanno scelto di vedersi corrispondere un premio di produttività (che già in passato prevedeva una tassazione agevolata del 10%) e chi invece ha scelto il welfare aziendale a tassazione zero. Ebbene, complessivamente hanno scelto la prima strada 1.719.346 lavoratori contro 1.673.307 che hanno optato per la seconda, di fatto percorribile solo da qualche anno. Il valore annuo medio del premio è stato di 1.293 euro per la prima categoria e di 1.342 euro per la seconda.

In generale, prendendo invece come riferimento tutti i 10.272 contratti tuttora attivi, la distribuzione geografica era per l’80% al Nord, per il 14% al centro e per il 6% al Sud. Inoltre, il 53% di essi era relativo ai servizi, il 46% all’industria e solo l’1% all’agricoltura. Infine, per quanto riguarda la dimensione aziendale, il 55% delle imprese aveva meno di 50 dipendenti, il 32% oltre 100 e il 13% tra 50 e 99.

Assidai e il welfare aziendale: un binomio vincente

L’ultimo studio presentato dall’ISTAT evidenzia come all’interno delle aziende il benessere personale e un corretto bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata rappresentano fattori positivi sia per i manager sia per i dipendenti in generale, perché accrescono il benessere organizzativo generale all’interno dell’azienda stessa e aumentano il livello di energia e motivazione dei singoli. E, di conseguenza, incrementano la produttività, aiutando anche ad affrontare i cambiamenti organizzativi necessari per tenere il passo della competitività. Dai dati emersi da numerose indagini di mercato sul tema del welfare aziendale, si evidenzia come l’assistenza sanitaria integrativa sia uno dei benefit maggiormente richiesti all’interno delle aziende.

In tale contesto, Assidai, Fondo di assistenza sanitaria integrativa, eroga i propri servizi in favore di manager, quadri e professionisti e delle loro famiglie mettendo loro a disposizione i migliori Piani Sanitari per le persone e utilizzando tecnologie avanzate per consentire l’accesso alla propria area riservata in assoluta sicurezza. Inoltre, il servizio di Customer Care Assidai è a completa disposizione degli iscritti dal lunedì al venerdì, dalle ore 8.00 alle ore 18.00, e risponde alle domande e richieste di supporto.

I Piani Sanitari Assidai riservati alle aziende sono diversi e i vantaggi sia per le aziende stesse che per i lavoratori sono numerosi. Inoltre, i decision maker delle aziende industriali possono valutare direttamente con Assidai la costruzione di Piani Sanitari ad hoc, personalizzabili proprio sulla base delle esigenze presentate al Fondo di assistenza sanitaria dalle aziende e dai lavoratori.

Conciliazione vita-lavoro e sgravi contributivi

Per il biennio 2017-2018, era stata avviata anche una sperimentazione per favorire la conciliazione dei tempi di vita e lavoro all’interno delle aziende: è lo sgravio contributivo previsto dall’articolo 25 del Decreto Legislativo n. 80/2015 e attuato secondo le modalità del Decreto Interministeriale del 12 settembre 2017.

L’agevolazione riguardava i contratti aziendali sottoscritti dal 1° gennaio 2017 al 31 agosto 2018 che promuovevano misure di conciliazione per i dipendenti, migliorative rispetto alle previsioni di legge o del CCNL di riferimento. In generale, le linee di intervento individuate dal Decreto erano tre: il sostegno alla genitorialità, la flessibilità organizzativa e l’erogazione di servizi di welfare aziendale a favore dei lavoratori.

I datori di lavoro che intendevano usufruire della decontribuzione dovevano inviare un’apposita istanza sul portale INPS e, preventivamente, effettuare il deposito telematico del contratto aziendale, anche qualora si trattasse del recepimento di un contratto territoriale di secondo livello.

Diamo anche in questo caso una breve scorsa ai numeri registrati. Allo scorso 14 gennaio erano state compilate 4.121 dichiarazioni di conformità, di cui 2.546 corrispondenti a depositi validi anche ai fini della detassazione e 1.575 solo a fini della decontribuzione. Inoltre, sono 1.706 le dichiarazioni che si riferiscono a contratti tuttora attivi.

Obesità e cambiamenti climatici: quale futuro per il mondo?

La malnutrizione non è più solo carenza di cibo, ma eccesso del cosiddetto “junk food”, cioè cibo di bassa qualità: il numero di bambini e adolescenti obesi nel mondo è così passato dagli 11 milioni del 1975 ai 124 milioni del 2016, vale a dire un aumento di 11 volte in circa 40 anni. A denunciarlo è un rapporto pubblicato proprio in questi giorni e realizzato da UNICEF, Organizzazione Mondiale della Sanità e Lancet – il suo titolo è “A Future for the World’s Children?” – che più in generale lancia un allarme ancora più forte: il mondo sta fallendo nel fornire ai bambini una vita sana e un clima adatto al loro futuro. L’obesità, peraltro, oltre a essere causa di forte sofferenza per chi ne è affetto, è legata a doppio filo a un altro concetto chiave in ottica prospettica: la sostenibilità e, più in generale, il futuro del pianeta. Un altro recente studio, pubblicato dalla rivista Obesity, sottolinea, infatti, come a livello globale l’obesità contribuisce a un eccesso di 700 mega-tonnellate (una mega tonnellata è un miliardo di chili) di emissioni di anidride carbonica l’anno, pari a circa l’1,6% di tutte le emissioni prodotte dall’uomo.

L’allarme di Lancet: il futuro dei bambini a rischio

Partiamo dall’analisi di Lancet, secondo cui inquinamento, cambiamenti climatici, obesità e strategie aziendali tese solo al raggiungimento del profitto “minacciano da vicino la salute e il futuro di ogni bambino e adolescente nel mondo” e 250 milioni sotto i 5 anni rischiano di non raggiungere il loro potenziale di sviluppo. Secondo Helen Clark, ex premier della Nuova Zelanda e copresidente della Commissione di esperti che ha redatto il rapporto il momento è cruciale: la salute dei bambini e degli adolescenti è migliorata negli ultimi 20 anni, ma i progressi si sono fermati, e sono addirittura destinati a tornare indietro. Il motivo? Circa 250 milioni di bambini sotto i cinque anni nei Paesi a medio e basso reddito rischiano di non raggiungere il loro potenziale di sviluppo. Inoltre, più di 2 miliardi di persone vivono in Paesi in cui lo sviluppo stesso è ostacolato da crisi umanitarie, conflitti, disastri naturali, tutti problemi sempre più legati al cambiamento climatico.

Poi c’è sicuramente il tema dell’obesità e della cattiva alimentazione: in alcuni Stati – sottolineano gli esperti – i bambini vedono fino a 30mila annunci pubblicitari in televisione ogni anno. Una delle responsabilità è legata a comunicazioni “aggressive” che spingono i piccoli da subito verso i cibi somministrati da fast food e incentivano l’uso di bevande zuccherate.

La classifica “sostenibile” di 180 Paesi

Alla luce di questa situazione, lo studio ha lanciato un nuovo indice globale di 180 Paesi, che valuta il benessere dei più piccoli in termine di salute, istruzione e nutrizione, con l’indice della sostenibilità, ovvero una misurazione indicativa delle emissioni di gas serra e i divari di reddito.

In questa speciale classifica l’Italia assicura una qualità di vita relativamente buona ai bambini e agli adolescenti, ma non pensa al loro futuro, visto che scivola nelle retrovie per la sostenibilità. Il nostro Paese si colloca infatti al 26esimo posto per l’indice di sopravvivenza e del benessere dei più piccoli mentre è solo al 134esimo posto per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica pro-capite. I cinque Paesi che assicurano ai bambini le migliori condizioni sono Norvegia, Repubblica coreana, Paesi Bassi, Francia e Irlanda mentre in coda alla classifica ci sono Repubblica Centrafricana, Ciad, Somalia, Niger e Mali. Inoltre, per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica pro-capite, gli Stati Uniti, l’Australia e l’Arabia Saudita sono tra i dieci Paesi con i dati peggiori.

Meno obesità e meno emissioni

Il tema delle emissioni viene collegato in maniera ancora più diretta all’obesità da un altro studio “The Environmental Foodprint of Obesity”, pubblicato su Obesity – l’organo ufficiale di The Obesity Society (TOS) – da esperti dell’Università di Copenaghen, dell’Alabama e dell’ateneo di Auckland in Nuova Zelanda. La loro tesi?

“Le dimensioni corporee medie degli esseri umani sono in aumento e insieme alla crescita della popolazione globale potrebbero ostacolare ulteriormente i tentativi di ridurre le emissioni di gas serra”.

Si sottolinea, infatti, come “tutti gli organismi dipendenti dall’ossigeno sul pianeta producono anidride carbonica a causa dei processi metabolici necessari per sostenere la vita. Quindi, la produzione totale di anidride carbonica di qualsiasi specie è collegata al tasso metabolico medio, alla dimensione corporea media e al numero totale di individui della specie”.

È logico dunque pensare, secondo i ricercatori, che le persone obese producono più anidride carbonica da metabolismo ossidativo rispetto agli individui con peso normale. Inoltre, per mantenere un fisico più pesante è necessario produrre e trasportare più alimenti e bevande per i consumatori e dunque si aumenta il consumo di combustibili fossili. Tradotto in numeri, a livello globale l’obesità contribuisce a un eccesso di 700 mega-tonnellate (una mega tonnellata è un miliardo di chili) di emissioni di CO2 l’anno, pari a circa l’1,6% di tutte le emissioni prodotte dall’uomo. Complessivamente l’obesità è risultata associata a un 20% in più di emissioni di gas serra se confrontata con le emissioni di persone normopeso. Ecco perché, secondo gli autori, questi dati non devono spingere a stigmatizzare le persone sovrappeso (“che soffrono già di atteggiamenti e discriminazioni negative”) ma piuttosto offrire ai Governi nazionali un motivo in più per sviluppare, finanziare e attuare strategie preventive e terapeutiche nella lotta all’obesità: il vantaggio oltre che in termini di salute e di risparmio sui costi sanitari sarebbe infatti anche per l’ambiente.

Obesità, un problema anche per l’Italia

Anche in Italia, il Paese che ha inventato la dieta mediterranea, il tema dell’obesità e degli individui in sovrappeso non è purtroppo da sottovalutare. Anzi, Assidai lo ha sempre evidenziato e descritto con approfondimenti e interviste sul proprio sito e nelle comunicazioni agli iscritti. Stando agli ultimi dati, nel nostro Paese è in sovrappeso oltre una persona su tre (il 36%, con preponderanza dei maschi, che arrivano al 45,5% contro il 26,8% tra le donne), obesa 1 su 10 (10%) e diabetica più di 1 su 20 (il 5,5% per l’esattezza). Una situazione preoccupante, alla quale se ne aggiunge una specifica che riguarda i più piccoli: in Italia la percentuale di bambini e adolescenti obesi è aumentata di quasi tre volte nel 2016 rispetto al 1975.

Lottare contro l’obesità significa anche diffondere una corretta educazione alimentare – è da preferire una dieta mediterranea che privilegia verdure e pesce riducendo al minimo grassi, zuccheri e alcol – ed evitare in tutti i modi la sedentarietà, puntando invece su un’attività fisica, anche moderata, da svolgere più volte a settimana. Tutti temi su cui Assidai ha da tempo preso posizione così come sul fatto che l’obesità possa rappresentare un fattore di rischio per la tenuta del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Le istituzioni più autorevoli stimano infatti che in Italia l’obesità colpisca 6 milioni di persone (22 milioni di persone nel nostro Paese sono da considerarsi sovrappeso) per un costo annuo stimato in 9 miliardi di euro che gravano sulla sanità pubblica, già provata dai noti trend demografici sfavorevoli. Ecco perché una lotta consapevole all’obesità può aiutare anche il nostro Servizio Sanitario Nazionale a conservare, con il supporto dei fondi sanitari integrativi, le proprie caratteristiche uniche di equità e universalità.

Decade Nutrizione ONU e impegno dell’Italia

Al proposito, va sottolineato, come il nostro Paese – attraverso il Ministero della Salute – ha adottato precisi impegni a livello nazionale e internazionale per raggiungere gli obiettivi ONU e garantire alla popolazione l’accesso a diete sane ed equilibrate. Questo tema è stato presentato da Assidai su un recente numero di Welfare 24, newsletter del Fondo di assistenza sanitaria integrativa realizzata in collaborazione con Il Sole 24 Ore, in un articolo dedicato alla Decade di azione sulla Nutrizione delle Nazioni Unite. L’Italia si è mossa nell’ambito di due documenti chiave “globali” in quanto approvati dalle Nazioni Unite. Stiamo parlando degli obiettivi dell’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, e della risoluzione “United Nations Decade of Action on Nutrition”, più nota come “Decade Nutrizione”. Quest’ultima è stata promossa nel 2016 e ha avviato azioni importanti per porre fine alla fame e alla malnutrizione a livello mondiale, assicurando l’accesso universale a regimi alimentari più sani e sostenibili, per tutte le persone, indistintamente e ovunque esse vivano.

In questo contesto l’Italia si è impegnata con i propri partner a seguire determinate linee d’azione. Tra queste c’è stato il lancio di campagne di promozione dell’allattamento al seno, che costituisce – secondo l’opinione di molti esperti – l’alimentazione migliore e più naturale per neonati e bambini, ma anche l’implementazione di azioni specifiche a tutela delle donne, spesso più vulnerabili alle carenze nutrizionali rispetto agli uomini. Inoltre, sono state avviate iniziative per la prevenzione del sovrappeso e dell’obesità infantili, su cui sono già stati stretti accordi con l’industria del settore alimentare per la riformulazione degli alimenti (soprattutto per i bambini) e il miglioramento delle loro caratteristiche nutrizionali; infine è stato dato il via a programmi di educazione alimentare all’interno delle scuole e delle comunità locali con interventi e studi pilota.

Rapporto CENSIS: welfare alla prova demografica

Le dinamiche demografiche, in particolare il graduale invecchiamento della popolazione, mettono a rischio il sistema di welfare italiano, soprattutto per quanto riguarda gli anziani non autosufficienti. Non solo: la sanità pubblica italiana resta un pilastro e un punto di riferimento ma viene sempre più “combinata” con quella privata. Sono questi alcuni dei principali messaggi contenuti nel 53esimo Rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese vista attraverso la lente degli indicatori demografici. Va ricordato che questo corposo studio, diffuso di recente, è uno dei documenti di indagine più accreditati sui significativi fenomeni socio-economici del nostro Paese, che da un decennio vive peraltro una forte trasformazione. Per questo il CENSIS affronta a 360 gradi il cruciale tema del “sentiment” dell’Italia, a partire dalla fiducia nel presente e nel futuro e dalla soddisfazione per la propria condizione economica e sociale, per arrivare poi alla formazione, al lavoro, alla rappresentanza, alla cittadinanza, al territorio, alle reti e appunto a welfare e sanità.

La flessione demografica: sempre più anziani

Partiamo dal nodo demografico, confermato di recente anche dall’ISTAT, che determinata una serie di effetti a catena rilevanti. Dal 2015, anno di inizio della prima flessione demografica, in Italia ci sono 436.066 cittadini in meno nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti.

Nel 2018 – rilevano dal CENSIS – i nuovi nati sono stati 439.747, cioè 18.404 in meno rispetto al 2017 e sempre nello stesso anno anche i figli nati da genitori stranieri sono stati 12.261 in meno rispetto a cinque anni fa. Gli effetti della caduta delle nascite si combinano con quelli dell’invecchiamento demografico, determinato dall’allungamento della vita media, fenomeno a sua volta legato al miglioramento delle cure e alle caratteristiche uniche di equità e universalità della nostra sanità pubblica. Non è un caso che l’Italia si contenda il primato di Paese europeo più longevo insieme con la Spagna. Vediamo i numeri, allargando la prospettiva al passato e al futuro: nel 1959 gli under 35 erano 27,9 milioni (il 56,3% della popolazione complessiva) e gli over 64 erano 4,5 milioni (il 9,1%). Tra vent’anni, su una popolazione ridotta a 59,7 milioni di abitanti, gli under 35 saranno 18,6 milioni (il 31,2%) e gli over 64 saranno 18,8 milioni (il 31,6%). Sul calo della popolazione giovanile, peraltro, hanno pesato anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400mila cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138mila giovani con meno di 18 anni.

Il rapporto degli italiani con la sanità

Il rapporto degli italiani con la sanità, secondo il Censis, è sempre più improntato a una logica combinatoria: per avere ciò di cui hanno bisogno per la propria salute, si rivolgono sia al Servizio Sanitario Nazionale, sia a operatori e strutture private a pagamento. Nel 2018, il 62% degli italiani che ha svolto almeno una prestazione nel pubblico ne ha fatta anche almeno una nella sanità a pagamento: il 56,7% di chi ha un reddito basso e il 68,9% di chi ha un reddito di oltre 50mila euro annui. Insomma, il Servizio Sanitario Nazionale resta sempre il punto di riferimento ma a volte – soprattutto per abbreviare i tempi, sottolinea il CENSIS – ci si rivolge al di fuori di esso. La riprova? Sempre nel 2018, secondo il CENSIS, su 100 prestazioni rientranti nei Livelli Essenziali di Assistenza che i cittadini hanno provato a prenotare nel pubblico, 27,9 sono transitate nella sanità a pagamento.

Ovviamente il fattore demografico, con l’aumento dell’età media e delle necessità di assistenza di soggetti anziani, rischia di aumentare la pressione sulla sanità pubblica. Questa dinamica determina la necessità di un’integrazione tra sanità pubblica e fondi integrativi mantenendo tuttavia alcuni punti fermi: la prima resta e deve restare il pilastro a livello nazionale e la seconda è chiamata a svolgere un ruolo complementare. Tutti questi sono temi da sempre sostenuti da Assidai. Così facendo infatti il Servizio Sanitario Nazionale potrà preservare in ottica futura le proprie prerogative, a vantaggio di tutta la popolazione, tenendo ferme le caratteristiche di universalità ed equità della sanità pubblica.

Il nodo della non autosufficienza

Infine, c’è il tema della non autosufficienza – Long Term Care che il CENSIS abbina al vocabolo “solitudine”. Il motivo? Oggi in Italia le persone non autosufficienti sono 3.510.000 (+25% dal 2008), in grande maggioranza anziani: l’80,8% ha più di 65 anni; il generale il 20,8% degli anziani non è autosufficiente e l’80,4% è affetto da almeno una malattia cronica. Secondo l’indagine le risposte pubbliche a questo fenomeno, destinato a crescere alla luce dell’invecchiamento della popolazione, sono insufficienti e inadeguate: solo il 3,2% degli anziani in situazione di parziale o totale non autosufficienza è assistito dalla rete pubblica. Il 56% degli italiani dichiara infatti di non essere soddisfatto dei principali servizi socio-sanitari per i non autosufficienti presenti nella propria regione. Inevitabilmente, l’onere dell’assistenza ricade direttamente sulle famiglie, chiamate a contare sulle proprie forze economiche e di cura. Per il 33,6% delle persone con un componente non autosufficiente in famiglia le spese di welfare pesano molto sul bilancio familiare, contro il 22,4% rilevato sul totale della popolazione. Forte è la richiesta delle famiglie di un supporto anche economico: il 75,6% degli italiani è favorevole ad aumentare le agevolazioni fiscali per le famiglie che assumono badanti.

Come detto, le dinamiche demografiche rischiano di spostare ulteriormente gli equilibri. L’aspettativa di vita alla nascita, nel 2018, era di 85,2 anni per le donne e 80,8 per gli uomini ma le previsioni al 2041 salgono rispettivamente a 88,1 e 83,9 anni. Oggi gli over 80 rappresentano già il 27,7% del totale degli over 64 e saranno il 32,4% nel 2041. Non solo, aggiunge il CENSIS, la moltitudine dei cosiddetti “caregiver” rischia di assottigliarsi perché la composizione familiare è da tempo in rapida trasformazione: aumentano i nuclei unipersonali e le famiglie monogenitoriali mentre si riducono le famiglie con figli, così come il numero medio di componenti familiari.

L’offerta Assidai per la Long Term Care

Anche sul tema della non autosufficienza Assidai si è sempre mosso con tempismo mettendo a disposizione dei propri iscritti e delle loro famiglie ampie coperture per la Long Term Care. Negli ultimi cinque anni, infatti, ha migliorato per tre volte le prestazioni offerte estendendo per esempio la copertura stessa al coniuge o al convivente more uxorio oppure ampliando la stessa nel caso di presenza di figli minori.

Tutti i vantaggi della Long Term Care Assidai sono consultabili sul nostro sito, a conferma di un impegno che come Fondo di assistenza sanitaria consideriamo fondamentale per il futuro della popolazione italiana e del nostro Paese.

Al via il nuovo Patto per la Salute 2019-2021

Un aumento dei finanziamenti al Servizio Sanitario Nazionale per 3,5 miliardi di euro, un potenziamento dei LEA (i Livelli Essenziali di Assistenza), una ulteriore spinta sulla prevenzione e un ammodernamento della normativa dei fondi sanitari integrativi. Sono questi alcuni dei capisaldi del “Patto per la Salute 2019-2021” approvato definitivamente dalla Conferenza Stato-Regioni lo scorso dicembre.

Un documento che rafforza la centralità e il ruolo della sanità pubblica italiana, nota in tutto il mondo per le caratteristiche di equità e universalità nell’accesso alle cure, che tuttavia oggi e soprattutto domani dovrà affrontare sfide cruciali, a partire dall’invecchiamento della popolazione, comuni a tutti i principali partner europei.

“Il Paese è più unito e vuole investire nuovamente, con tutta l’energia possibile, nel comparto salute”, ha dichiarato – commentando l’accordo – il Ministro della Salute, Roberto Speranza, sottolineando come l’obiettivo da qui alla fine della legislatura, annunciato insieme al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sia quello di dedicare altri 10 miliardi in più alla sanità.

“Proveremo ogni giorno a migliorare il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – ha aggiunto il Ministro –. Questa approvazione del Patto per la Salute è un fatto positivo e rilevante, ma è anch’esso un punto di partenza per costruire una sanità più in grado di rispondere alle domande dei cittadini”.

Più investimenti e spinta sui LEA

Vediamo allora che cosa prevede nel dettaglio il nuovo Patto per la Salute. A partire da un aumento delle risorse pubbliche destinate al SSN per il triennio 2019-2021: dai 114.474.000.000 euro del 2019 si passerà infatti ai 116.474.000.000 euro per il 2020 e ai 117.974.000.000 euro per il 2021. Complessivamente si tratta di 3,5 miliardi in più che verranno dunque investiti sulla sanità pubblica.

Un altro elemento cruciale riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza (i cosiddetti LEA), cioè le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket), con le risorse pubbliche raccolte attraverso la fiscalità generale (tasse). Su questo punto – si legge nel Patto per la Salute – Governo e Regioni convengono sulla necessità di completare al più presto il percorso di attuazione del Decreto del gennaio 2017, che fissava appunto i nuovi LEA, attraverso l’approvazione di un decreto che individui le tariffe per le prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale e di assistenza protesica, consentendo così l’entrata in vigore dei relativi Nomenclatori sull’intero territorio nazionale.

Non solo, Governo e Regioni – si aggiunge – “convengono sulla necessità di consolidare gli importanti risultati fino ad oggi ottenuti dalle politiche di risanamento economico finanziario perseguite negli anni passati considerando prioritario il rafforzamento della funzione universalistica e di garanzia dell’equità del Servizio Sanitario Nazionale”. Ciò verrà fatto “indirizzando le azioni e le politiche verso il recupero delle differenze che ancora oggi persistono tra le Regioni e all’interno delle Regioni stesse”.

Il ruolo chiave della prevenzione

Il nuovo Patto per la Salute punta anche sullo sviluppo dei servizi di tutela e di prevenzione della salute, che Assidai, nella propria attività, persegue con costanza e convinzione offrendo gratuitamente ai propri iscritti ogni anno un protocollo di prevenzione (l’ultimo è stato quello contro il melanoma). Recita il documento:

“Il mutato contesto socio-epidemiologico, l’allungamento medio della durata della vita e il progressivo invecchiamento della popolazione, con il costante incremento di situazioni di fragilità sanitaria e sociale, l’aumento della cronicità e la sempre più frequente insorgenza di multi-patologie sul singolo paziente, impongono una riorganizzazione dell’assistenza territoriale”.

Essa – si evidenzia nel documento pubblicato sul sito del Ministero della Salute – dovrà promuovere, attraverso modelli organizzativi integrati, attività di prevenzione e promozione della salute e percorsi di presa in carico della cronicità per favorire gli investimenti sull’assistenza socio-sanitaria e sanitaria domiciliare, lo sviluppo e l’innovazione dell’assistenza semiresidenziale e residenziale, in particolare per i soggetti non autosufficienti”.

Più in concreto, Governo e Regioni vogliono puntare, tra l’altro su “interventi basati su evidenze di costo, efficacia, equità e sostenibilità, finalizzati alla promozione di stili di vita sani e alla rimozione dei fattori di rischio correlati alle malattie croniche non trasmissibili”, che oggi sono i principali killer a livello mondiale, in particolare nei Paesi occidentali. Per scendere ancor più nello specifico, si concorda, per lo screening mammografico “sulla necessità di ampliare le fasce di età interessate nell’ambito delle risorse programmate per il Servizio Sanitario Nazionale” mentre le malattie croniche vanno contrastate attraverso “promozione della salute, diagnosi precoce e presa in carico, secondo un approccio integrato tra prevenzione e cura”.

Fondi sanitari integrativi, verso una revisione normativa

Un altro argomento chiave affrontato dal nuovo Patto per la Salute è quello dei fondi sanitari integrativi. Governo e Regioni convengono di “istituire un gruppo di lavoro con una rappresentanza paritetica delle Regioni rispetto a quella dei Ministeri, che, entro sei mesi dalla sottoscrizione del patto, concluda una proposta di provvedimento volta all’ammodernamento e alla revisione della normativa sui fondi sanitari ai sensi dell’articolo 9 del Dlgs 502/1992, e sugli altri enti e fondi aventi finalità assistenziali”. Ciò al fine di “tutelare l’appropriatezza dell’offerta assistenziale in coerenza con la normativa nazionale, di favorire la trasparenza del settore, di potenziare il sistema di vigilanza, con l‘obiettivo di aumentare l’efficienza complessiva del settore a beneficio dell’intera della popolazione e garantire un’effettiva integrazione dei fondi con il Servizio sanitario nazionale”, procedendo al contempo ad “un’analisi degli oneri a carico della finanza pubblica”.

La necessità di un’integrazione tra sanità pubblica e fondi integrativi, con la prima che resta il pilastro a livello nazionale e la seconda che svolge un ruolo complementare, così come la necessità di un’adeguata vigilanza, sono temi da sempre sostenuti da Assidai; in questo modo, il Servizio Sanitario Nazionale potrà conservare intatte in futuro le proprie prerogative, a vantaggio di tutta la popolazione, tenendo ferme le caratteristiche di universalità ed equità della sanità pubblica.

Legge di Bilancio 2020: restano gli incentivi per il welfare aziendale

La Legge di Bilancio 2020 non ha modificato gli attuali incentivi e agevolazioni fiscali in termini di welfare aziendale. Anche in quella del 2019 il Governo, dopo tre anni consecutivi di riforme con cui è stato creato un “ecosistema” normativo certamente favorevole, aveva deciso di lasciare in essere l’attuale struttura legislativa, introducendo con il Bonus famiglia soltanto alcune agevolazioni legate al welfare in senso lato.

Dunque, il quadro normativo resta valido e permetterà certamente un ulteriore sviluppo del welfare aziendale nei prossimi mesi, dopo i significativi risultati già ottenuti nell’ultimo triennio. È anche vero, tuttavia, che l’attuale trend demografico (l’Italia sarà il secondo Paese più vecchio del mondo nel 2050) e la dinamica della spesa sanitaria privata impongono riflessioni sulla necessità di fornire un supporto integrativo privato alle strutture pubbliche. E con esse l’opportunità di rafforzare ulteriormente le agevolazioni per il welfare aziendale, diventato ormai – con particolare riferimento alla sua componente sanitaria – una componente rilevante delle relazioni industriali, rafforzando al tempo stesso il suo ruolo di integrazione e complementarietà rispetto alle misure più classiche di welfare.

Le attuali agevolazioni fiscali per il welfare

È utile riepilogare, nel dettaglio, quali sono le attuali agevolazioni fiscali, che hanno comunque permesso al welfare aziendale di diffondersi a macchia d’olio (circa in un’azienda su due) con una forte preponderanza del ramo salute, consentendo al contempo all’Italia di avvicinarsi significativamente ai principali partner europei in questo settore. È utile partire da un concetto molto chiaro, che fa intuire l’importanza di questo strumento in un’ottica di cuneo fiscale: 100 euro investiti in welfare aziendale corrispondono a una spesa di 100 euro netti per l’azienda e a 100 euro spendibili per il dipendente.

La Manovra 2017, come quella del 2016, era intervenuta con misure ad hoc lavorando su due punti. Innanzitutto, aveva allargato il perimetro del welfare aziendale che non concorre al calcolo dell’Irpef. Aveva incluso infatti servizi come l’educazione, l’istruzione e ulteriori benefit, sempre erogati dal datore di lavoro, per poter fruire di servizi di assistenza destinati a familiari anziani o comunque non autosufficienti. In secondo luogo, aveva allargato, nei numeri, l’area della tassazione zero per i dipendenti che scelgono di convertire i premi di risultato del settore privato di ammontare variabile in benefit compresi nell’universo del welfare aziendale. In alternativa i benefit saranno soggetti a un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento. Nel dettaglio, il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata è di 80mila euro, mentre gli importi dei premi erogabili sono di 3mila euro nella generalità dei casi e di 4mila euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Infine, la sanità integrativa può andare oltre il limite di deducibilità previsto dalle norme fiscali utilizzando il premio di produttività.

Le novità 2020 nel welfare aziendale: buoni pasto e auto aziendali

Quanto illustrato fin qui resta valido anche nel 2020. L’ultima Manovra ha introdotto – sempre riguardo al welfare aziendale e affini – solo alcune piccole revisioni riguardanti l’articolo 51 del TUIR, la normativa che definisce la composizione del reddito da lavoro dipendente e il suo trattamento fiscale, agendo in particolare sulle auto a uso promiscuo (cioè i veicoli aziendali) e sui buoni pasto. Per quest’ultimi è stato deciso infatti un aumento del limite di esenzione fiscale del ticket elettronico da 7 a 8 euro e una contestuale riduzione della deducibilità del cartaceo (da 5,29 a 4 euro). Per quanto riguarda invece le cosiddette auto aziendali è stata introdotta una tassazione correlata e proporzionale ai valori di emissione di anidride carbonica. Va precisato, tuttavia, che le nuove regole si applicheranno dal primo luglio 2020 e solo ai veicoli di nuova immatricolazione.

Welfare aziendale, prospettive e margini di crescita

Quali sono invece oggi le prospettive per il welfare aziendale e su quali aspetti bisognerebbe incidere maggiormente per potenziarlo? Queste misure di agevolazione fiscale sono state utilizzate in maniera crescente per favorire la creazione di uno spazio complementare che affiancasse i tradizionali istituti del welfare. Per esempio, sullo sviluppo della previdenza e della sanità integrativa che interessano oggi milioni di lavoratori, allargando spesso i benefici anche ai familiari. È chiaro che le attuali dinamiche demografiche e di spesa pubblica rendono ancora più urgente questo processo, a maggior ragione per salvaguardare le caratteristiche uniche al mondo del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Ma c’è un altro aspetto: il welfare aziendale è il “ponte” che ha permesso di costruire negli anni un nuovo rapporto, non più antagonista, tra dipendente e datore di lavoro, laddove il dipendente può usufruire di alcuni benefit che lo mettono in condizioni migliori (fisiche e psicologiche) per offrire il proprio contributo all’azienda. Un ragionamento che vale anche per i manager: in quest’ottica i pacchetti di welfare, soprattutto sanitario, rappresentano per i responsabili del personale uno strumento in più per remunerare i dirigenti più meritevoli o per trattenere i talenti più richiesti sul mercato a costi più contenuti – grazie al cuneo fiscale – per ambo le parti. È ormai opinione condivisa che il benessere personale e un corretto bilanciamento tra vita lavorativa e privata generano benefici per i dipendenti, perché accrescono il benessere organizzativo generale all’interno di un’azienda e il livello di energia, di motivazione e di produttività dei singoli.

La posizione di Assidai

In quest’ottica Assidai ha sempre sostenuto il welfare aziendale come strumento da mettere a disposizione dei lavoratori e, in particolare, dei propri manager, quadri e professionisti iscritti che, alla luce dei gravosi impegni lavorativi e della scarsità di tempo libero a disposizione, dimostrano sempre più di apprezzare una struttura flessibile ed efficiente come quella del nostro Fondo di assistenza sanitaria integrativa. I Piani Sanitari Assidai riservati alle aziende sono vari e i vantaggi sia per aziende che per i lavoratori sono numerosi; inoltre, i decision maker possono valutare con Assidai la costruzione di Piani Sanitari ad hoc, personalizzati proprio sulla base delle caratteristiche richieste dalle aziende e dai lavoratori.