Lo storico premio a una immunologa e due immunologi che con le loro ricerche aprono il campo a nuove cure contro tumori e malattie autoimmuni
Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi. Sono loro la immunologa e i due immunologi che hanno ricevuto quest’anno il Premio Nobel per la Medicina.
Il motivo? Grazie alle loro ricerche hanno svelato uno dei meccanismi più affascinanti e delicati della biologia: la tolleranza immunitaria periferica, ovvero, semplificando, il freno che trattiene le nostre difese quando rischiano di colpire il bersaglio sbagliato.
In pratica si tratta di un piccolo gruppo di cellule che, nel nostro corpo, agiscono come guardie silenziose, distinguendo tra ciò che deve essere distrutto e ciò che deve essere salvato. In gergo tecnico si tratta delle cellule T regolatrici (T-reg), appunto le “guardie” che impediscono al sistema immunitario di impazzire e distruggere sé stesso.
In pratica, come fa il sistema immunitario a stabilire cosa attaccare e cosa difendere, visto che ci protegge da migliaia di microbi diversi che cercano di invadere il nostro corpo? È questo il nodo attorno al quale ha girato la scoperta dei tre vincitori. Del resto, i microbi hanno tutti un aspetto diverso e molti hanno addirittura sviluppato somiglianze con le cellule umane come forma di mimetizzazione.
L’americana Mary Brunkow, l’americano Fred Ramsdell e il giapponese Shimon Sakaguchi hanno “identificato le guardie di sicurezza del sistema immunitario, le cellule T regolatrici, che impediscono alle cellule immunitarie di attaccarci”, sottolinea a tal proposito il sito del premio Nobel.
“Le loro scoperte sono state decisive per comprendere il funzionamento del sistema immunitario e il motivo per cui non tutti sviluppiamo gravi malattie autoimmuni”, afferma Olle Kämpe, presidente del Comitato per il Nobel.
Ma qual è il significato della loro scoperta per la medicina in ottica futura?
“Innanzitutto ha trasformato il modo in cui comprendiamo la tolleranza del sistema immunitario. – ha spiegato il Comitato per il Nobel del Karolinska Institute – Inoltre, ha gettato le basi per trattamenti innovativi contro il cancro, le malattie autoimmuni e per rendere più sicuri i trapianti d’organo”.
Le cellule T-reg possono essere oggi viste come bersagli o strumenti terapeutici: molte linee di ricerca e sperimentazioni cliniche in corso esplorano come espandere, ingegnerizzare o reindirizzare le T-reg per questi fini. Ad esempio, la mappatura dei tumori mostra che essi possono attrarre un gran numero di cellule T regolatorie che li proteggono dal sistema immunitario. I ricercatori e le ricercatrici stanno quindi cercando di trovare il modo di smantellare questa barriera di cellule T regolatorie, in modo che il sistema immunitario possa accedere ai tumori e combatterli. È dunque evidente come solo con il passare degli anni si potrà capire appieno la portata della scoperta che ha portato all’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina a Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi.
I tre scienziati premiati

Mary E. Brunkow, 65 anni, ha conseguito il dottorato a Princeton ed è senior program manager all’Institute for systems biology di Seattle, un centro che studia le reti complesse dei sistemi viventi. È la quattordicesima donna a ricevere il Nobel per la Medicina. Ha saputo della vittoria in modo quasi cinematografico: «Ho visto un numero svedese sul telefono e ho pensato fosse spam», ha raccontato ridendo ai giornalisti.
Fred Ramsdell, 66 anni, dirige la ricerca al Parker Institute for cancer immunotherapy e collabora con la biotech privata Sonoma Biotherapeutics. È un ponte tra accademia e industria: per il secondo anno consecutivo un ricercatore con ruoli nel settore privato entra nella rosa dei Nobel. Ramsdell è convinto che «la frontiera dell’immunologia si giochi nella collaborazione tra scienza pubblica e ricerca applicata».
Shimon Sakaguchi, 74 anni, professore all’Immunology Frontier Research Center dell’Università di Osaka è considerato il padre spirituale delle cellule T regolatrici. Ai giornalisti giapponesi ha dichiarato: «È un grande onore, ma soprattutto una vittoria per tutti coloro che credono che il corpo umano sappia anche come fermarsi, non solo come attaccare».











