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Operatore sanitario visita l’addome di una donna sdraiata su un lettino ospedaliero, immagine illustrativa dell’endometriosi

Endometriosi, conoscerla per gestirla con efficacia

Pubblicato il 10 Giugno 2026 Assidai In Welfare24 /  

In Italia 3 milioni di donne soffrono di questa patologia. La comunità scientifica punta su diagnosi non invasive, cure personalizzate e attenzione specifica per le adolescenti. Il ruolo della prevenzione

Marzo è il mese mondiale dedicato alla consapevolezza dell’endometriosi, una patologia cronica diffusa, ma troppo spesso sottodiagnosticata. In Italia, si stima che colpisca circa 3 milioni di donne, con una prevalenza tra il 10% e il 15% della popolazione femminile in età fertile.

A livello globale, l’Oms indica che circa 190 milioni di donne convivono con questa condizione: il 10% della popolazione femminile mondiale. Questi dati rappresentano probabilmente solo una parte del fenomeno a causa di un ritardo diagnostico che, in Europa, si attesta tra i 7 e i 10 anni: un intervallo in cui la malattia può progredire, compromettendo seriamente la qualità della vita e la fertilità.

L’endometriosi è caratterizzata dalla presenza di tessuto simile all’endometrio al di fuori della cavità uterina. Questo tessuto reagisce agli stimoli ormonali del ciclo mestruale: si ispessisce, si sfalda e sanguina. Non potendo fuoriuscire dal corpo, causa infiammazioni croniche, aderenze e dolore pelvico acuto.

Per migliorare la gestione della patologia, la European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE) ha aggiornato le linee guida, pubblicate su Human Reproduction Open, introducendo punti chiave che ridefiniscono l’approccio clinico.

Per decenni, la laparoscopia è stata il “gold standard” diagnostico; oggi gli esperti suggeriscono un cambio di paradigma riservandola ai casi in cui le tecniche di imaging – come ecografia e risonanza magnetica – risultino negative ma i sintomi persistano, o qualora i trattamenti farmacologici non diano benefici.

Un esito negativo agli esami di imaging non esclude a priori la malattia, specialmente nelle forme iniziali. Allo stato attuale, non esistono biomarcatori ematici validi per una diagnosi certa, rendendo l’occhio del clinico ancora lo strumento più prezioso.

Sebbene il picco di diagnosi avvenga tra i 25 e i 35 anni, la malattia può manifestarsi già nelle giovanissime, subito dopo il primo ciclo mestruale. Nelle adolescenti, sintomi come dolore pelvico, nausea, disturbi urinari o intestinali e una familiarità sono campanelli d’allarme.

Spesso il dolore mestruale viene normalizzato, portando a trascurare segnali di una patologia organica. Intervenire tempestivamente è cruciale non solo per gestire il dolore, ma anche per prevenire danni permanenti e preservare la fertilità.

La prevenzione primaria resta complessa poiché le cause esatte sono ancora oggetto di studio. Una forte predisposizione genetica è certa: il rischio è significativamente più alto se si hanno parenti di primo grado affette. Nonostante ciò, si raccomanda di limitare i test genetici alla ricerca pura. Sulla prevenzione secondaria, la comunità scientifica consiglia stili di vita corretti e dieta antinfiammatoria che, pur non rappresentando una cura definitiva, aiutano a modulare la risposta dell’organismo alla malattia.

È necessario, infine, dissipare i timori eccessivi sul legame endometriosi-tumori. Esiste un lieve aumento del rischio relativo per alcune neoplasie, ma i valori assoluti rimangono contenuti. Ad esempio, il rischio di tumore all’ovaio passa dall’1,3% della popolazione generale al 2,5% nelle donne con endometriosi; dati simili si riscontrano per tiroide e seno. La raccomandazione è di garantire una corretta informazione e seguire i normali protocolli di prevenzione oncologica, con valutazioni personalizzate caso per caso.

Infine la cura. L’endometriosi non è una malattia fotocopia: il trattamento va adattato alla paziente, bilanciando efficacia e desideri riproduttivi. Le terapie ormonali (progestinici, contraccettivi combinati o agonisti del GnRH) sono la prima linea per controllare il dolore. Nelle donne resistenti ai farmaci, la chirurgia mininvasiva resta un’opzione fondamentale, mirata alla rimozione delle lesioni e al ripristino dell’anatomia pelvica.

In sintesi, la sfida si gioca sulla multidisciplinarità per restituire dignità e qualità di vita a milioni di donne.

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