I danni del fumo nella Global Adult Tobacco Survey dell’OMS

Il 40% della popolazione è esposta al fumo passivo in luoghi pubblici, il 29% è un fumatore attivo, mentre solo il 6% ha provato a smettere negli ultimi 12 mesi (con un 8% che è intenzionato a farlo a breve). E ancora: meno di un quarto degli adulti in Cina è consapevole che la sigaretta causa l’infarto e il cancro al polmone e sia in India che in Indonesia oltre il 50% della popolazione non è conscio della correlazione tra fumo e ictus. Sono questi i principali risultati del Global Adult Tobacco Survey, uno studio condotto in 22 Paesi in via di sviluppo per complessivi 3 miliardi di persone e realizzato, tra gli altri, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ,dalla Cdc Foundation (finanziata dalla Bloomberg Philanthropies e dalla Bill & Melinda Gates Foundation). Tra gli Stati esaminati, oltre a quelli già citati, spiccano Brasile, Messico, Argentina, Nigeria, Etiopia, Russia, Indonesia, Grecia, Polonia, Turchia e Ucraina.

Un’indagine di ampio respiro, basata su interviste a oltre 380 mila famiglie, che ha evidenziato come il livello di consapevolezza dei danni causati dalle sigarette non sia ancora ai livelli sperati. Fumare e respirare il fumo passivo – sottolinea l’OMS – causa 7,1 milioni di morti l’anno, di cui, quasi la metà, circa 3 milioni, sono legate alle patologie cardiovascolari (compresi ictus e infarto), che a loro volta sono tra i primi fattori delle malattie non trasmissibili. Proprio questo è il rischio più subdolo del fumo: molte persone associano la sigaretta ai tumori e alle malattie polmonari e molte meno a ictus e malattie cerebrali, che invece – a dirlo sono i numeri – sono i principali “killer” a livello globale.

Gli obiettivi dell’OMS sul fumo ancora lontani

Nel 2000 l’OMS si era posta un obiettivo molto chiaro e ambizioso: ridurre del 30% entro il 2025 i fumatori adulti, cioè da 15 anni in su. Oggi centrarlo sembra difficile visto che, nel 2016, fumava il 20% della popolazione mondiale contro il 27% di inizio Millennio: oltre metà dei Paesi membri ha ridotto il numero di fumatori in questo lasso di tempo, ma solo uno su otto riuscirà a rispettare i target. Oltre l’80% dei fumatori vive in Paesi a medio e basso reddito, che sono anche quelli in cui il loro numero cala più lentamente con la Cina leader (oltre 307 milioni di tabagisti) seguita dall’India. Uno Stato su quattro, inoltre, non possiede neppure gli strumenti necessari per monitorare i consumi di tabacco dei propri abitanti.

Il fumo in Italia nell’indagine Doxa

A livello globale, oggi, ci sono 1,1 miliardi di fumatori adulti e almeno 367 milioni di consumatori di tabacco (senza fumo). Il numero di fumatori nel mondo è sostanzialmente invariato: era di 1,1 miliardi anche nel 2000. Un dato da attribuire alla crescita della popolazione, anche se i tassi di prevalenza diminuiscono. E l’Italia? In base alle indagini realizzate dalla Doxa, per l’Istituto Superiore di Sanità dal 28,9% del 2001 nel 2017 ci siamo attestati poco sopra il 22% con una riduzione dunque di circa il 24%. Sarebbe una buona notizia se non fosse che – sottolineano le stesse statistiche – da ormai nove anni il trend di calo si è fermato. In tutto, in Italia, i fumatori sono 11,5 milioni: 6,9 milioni di uomini (il 27,3%) e 4,6 milioni di donne (17,2%).

Costi sociali e finanziari del fumo

Senza calcolare i costi, da esaminare a 360 gradi. Un fumatore italiano in media consuma 5mila sigarette l’anno, pari a 250 pacchetti. Calcolando un costo medio di 5,5 euro a pacchetto in un anno spende in media 1.375 euro. In trent’anni di tabagismo spende oltre 41mila euro: smettendo si darebbe, da solo, un bell’aumento di stipendio senza contare ovviamente l’aspetto sanitario in termini di prevenzione primaria, un elemento – quest’ultimo – da sempre considerato cruciale da Assidai per la tutela della salute, ma anche degli equilibri economico-finanziari del Servizio Sanitario Nazionale. I costi del tabagismo per lo Stato sono infatti altissimi, stimati in circa 6,5 miliardi di euro l’anno per curare le malattie che derivano da esso, senza considerare i disagi sociali e famigliari. A livello globale, ovviamente, i numeri sono enormi: secondo l’OMS 422 miliardi di dollari l’anno (il 5,7% delle spese sanitarie globali), che con i costi indiretti (perdita di produttività per malattia o decessi) arrivano a 1.436 miliardi di dollari, pari all’1,8% del PIL mondiale.

 

 

 

 

Prevenzione primaria e morti evitabili: Italia campione d’Europa

Il dato più lampante è il seguente: nell’Unione Europea, nel 2015, circa 570mila morti (un terzo dei decessi complessivi) sarebbero state evitabili grazie alle conoscenze mediche e tecnologiche di cui si dispone attualmente. A riportarlo è un rapporto diffuso da Eurostat nei giorni scorsi, che analizza approfonditamente la condizione sanitaria del Vecchio Continente.  La prima causa di morte evitabile? L’infarto, che colpisce un terzo delle vittime, seguito dall’ictus (con il 16%) e dal tumore al colon e al retto (12%). A rimarcare la gravità della situazione, ma anche paradossalmente i possibili margini di miglioramento della stessa, c’è il fatto che circa un terzo delle vittime registrate ha un’età inferiore ai 75 anni.

Morti evitabili: Italia leggermente meglio della media UE

E l’Italia? Ricordando che con “morte evitabile” si intende “un decesso che sarebbe potuto non avvenire in un dato momento se ci fosse stata una assistenza sanitaria adeguata in atto, dal punto di vista della tempestività o del livello tecnologico”, il nostro Paese si attesta a poco più di 52mila morti per il 2015, cioè il 32% del totale. Parliamo di una percentuale leggermente inferiore alla media UE che è il 33,1%, ma più alta di Paesi come la Francia, che è l’unica sotto il 25%,, oppure la Spagna, la Norvegia o la Svizzera. Nella classifica di Eurostat, Romania e Lettonia sono le peggiori: rispettivamente con il 49,4% e il 48,5% delle morti evitabili. Subito dopo ci sono Lituania (45,4%) e Slovacchia (44,6%), mentre i migliori, al di là della già citata Francia, sono Danimarca (27,1%), Belgio (27,5%) e Olanda (29,1%). Il nostro Paese è sì poco sopra la media europea, ma fa comunque meglio rispetto al Regno Unito, altro Stato con un sistema sanitario storicamente universalistico ed efficiente, che, a sorpresa, raggiunge un 34,2% di morti evitabili.

Italia leader nella prevenzione primaria

In realtà, il nostro Paese primeggia nell’altra classifica stilata da Eurostat, che è quella relativa alle morti “prevenibili”, che sono oltre 1 milione in Europa e comprendono, oltre alle evitabili, anche quelle legate a carenza di prevenzione primaria, cioè causate per esempio da alimentazione scorretta, fumo e abuso di alcol. Sicuramente, sostengono infatti gli esperti, è importante abbassare il preoccupante dato dei decessi “evitabili”, ma è altrettanto cruciale lavorare sulla prevenzione –un fronte sul quale Assidai è attivo da tempo, sotto vari punti di vista e linee di azione – trasmettendo ai cittadini stili di vita attenti e sani e rendendoli consapevoli che la loro salute dipende anche e soprattutto da scelte di carattere privato. Ebbene, nella classifica dei Paesi che prevengono le morti evitabili per carenza di prevenzione primaria l’Italia brilla decisamente: è al secondo posto, con 151 decessi su 100mila abitanti, dietro soltanto al Liechtenstein (123), ma decisamente davanti a tutti gli altri partner europei come Francia (184) e Germania (214); Cipro (155)  e Spagna (158) ci arrivano dietro per un’incollatura come la Svizzera (163), mentre la Gran Bretagna si attesta a quota 213, a fronte di una media europea di 216.

Cosa significa tutto ciò? Che la tanto bistrattata Italia, sul fronte del Servizio Sanitario Nazionale, offre comunque un’assistenza leggermente sopra la media del Vecchio Continente, mentre per quanto riguarda la prevenzione primaria – nonostante la crescente diffusione di alcuni trend e abitudini preoccupanti (vedi bambini e adolescenti sovrappeso) – siamo tra i primi in Europa e praticamente leader incontrastati tra i Paesi più grandi.

La Corte dei Conti promuove il SSN

La notizia positiva è tutta in una parola: resilienza, cioè la capacità di adattarsi a un cambiamento (molto spesso negativo). Nel caso specifico, il Servizio Sanitario Nazionale, nonostante i numerosi interventi in tema di razionalizzazione della spesa che si sono abbattuti sul comparto sanitario con tagli “spesso troppo lineari”, ha saputo proporre “scelte e metodologie organizzative profondamente innovatrici, in grado di preservare i livelli qualitativi dei servizi resi ai cittadini”.

A dirlo è niente meno che la Corte dei Conti, ovvero la magistratura contabile, per bocca del procuratore generale Alberto Avoli, nella propria memoria orale in occasione della presentazione del “Giudizio di parificazione sul rendiconto generale  dello Stato per l’esercizio finanziario 2017″, avvenuta nei giorni scorsi. In sintesi, la sanità italiana conferma il trend degli ultimi anni: a fronte delle persistenti difficoltà a far quadrare i conti pubblici, che inevitabilmente si riflettono anche sulle risorse a disposizione, continua a fare di necessità virtù garantendo comunque ai cittadini un servizio universalistico, gratuito (ticket permettendo) e di qualità. Caratteristiche che fanno del Servizio Sanitario Nazionale un caso quasi unico al mondo, ma pongono anche un tema di sostenibilità futura, che – a fronte anche dell’invecchiamento della popolazione – non potrà prescindere dallo sviluppo di una “stampella” privata (non alternativa ma complementare al pubblico) con fondi integrativi, come Assidai, pronti a fare la propria parte.

Sistema Sanitario Nazionale: in calo gli investimenti e disparità territoriali

Torniamo ai numeri della Corte dei Conti. Nel corso del 2017, la spesa sostenuta dal SSN è stata pari a 117,472 miliardi di euro, in crescita dell’1,34 per cento rispetto all’esercizio precedente. E come è stata finanziata? Quasi interamente dal gettito tributario (Iva e accise in primo luogo e quindi Irap e addizionale regionale Irpef), con una incidenza del 6,85% sul prodotto interno lordo. Inevitabilmente anche la spesa pro capite è salita a 1.939 € rispetto ai 1.912 € del 2016.

Qui, tuttavia, arriva una notizia meno positiva. Separando, infatti, le varie voci di spesa si scopre che, a fronte di un costo complessivo del personale praticamente stabile, “si registra una contrazione della spesa per investimenti infrastrutturali e tecnologici, il che determina e aggrava il significativo tasso di obsolescenza delle tecnologie a disposizione delle strutture”, sottolinea la Corte dei Conti. Più nello specifico: stando ai dati del Ministero della Salute, circa un terzo delle apparecchiature è operativo da più di 10 anni ed ha bisogno di frequenti interventi di manutenzione che le rendono indisponibili per lungo tempo”.

C’è poi il tema, sempre presente, purtroppo, delle disparità territoriali. Secondo la magistratura contabile permangono, infatti, significative differenze nella qualità e nella disponibilità dei servizi fra le varie Regioni: una situazione di diseguaglianza la cui prova lampante è la crescente incidenza della mobilità sanitaria, cioè il fatto che sempre più persone si spostano dalla terra d’origine per curarsi. Qualche esempio? La Calabria ha una mobilità passiva in uscita del 21,3% (a fronte di una mobilità attiva del 2,5%), la Sicilia ha rispettivamente percentuali del 7,1% e dell’1,8%. E chi attira i cittadini che decidono di ricevere le cure in aree diverse da quelle di residenza? Lombardia e Veneto al Nord, Emilia Romagna, Toscana e Umbria al centro.

Corte dei Conti: il nostro SSN resta tra i migliori e i meno costosi

In realtà già a marzo la Corte dei Conti si era espressa sulla sanità italiana, basandosi su alcuni numeri del 2016, nel “Referto al Parlamento” sulla gestione dei servizi sanitari regionali. La magistratura contabile, in quell’occasione, aveva confermato come “il sistema sanitario italiano, a confronto con quelli dei maggiori Paesi europei, resta tra i (relativamente) meno costosi, pur garantendo, nel complesso, l’erogazione di buoni servizi” anche se “deve essere attenzionata, peraltro, la tendenza ad un maggior ricorso a prestazioni svolte da privati, integralmente a carico dei cittadini”, cioè la cosiddetta spesa out of pocket. Altri elementi positivi? Il calo del deficit (ridotto a 1 mliardo dai 6 miliardi di 10 anni prima e con buone prospettive di rientro) e l’abbattimento del debito verso i fornitori (-40% tra il 2012 e il 2016), anche se la massa resta ancor importante, con oltre 20 miliardi.

Inoltre, il SSN, negli ultimi anni, non ha contribuito a far lievitare la spesa pubblica: rispetto al 2013, nel triennio 2014/2016 la spesa primaria corrente è aumentata di circa 21 miliardi, di cui 3 attribuibili alla spesa sanitaria e 17 alla spesa pensionistica e altre prestazioni sociali in denaro. Inoltre, la spesa sanitaria stessa, sempre nello stesso periodo, è cresciuta (+0,9%) meno della restante spesa corrente primaria (+1,0%), mentre spesa pensionistica e altre prestazioni sociali in denaro hanno registrato un tasso medio circa doppio (+1,8%). È la prova che è stata innescata una spirale virtuosa di controllo dei conti che tuttavia, a fronte delle sfide demografiche dei prossimi anni, potrebbe non essere sufficiente a mantenere gli attuali ed elevati standard della sanità pubblica italiana.

L’attività fisica allunga la vita

Il 42% degli italiani segue uno stile di vita completamente sedentario, cioè non svolge alcuna attività fisica, né tantomeno sportiva. Tra gli over 65 si sale al 60,7% (il 51,3% degli uomini e il 67,7% delle italiane), vale a dire oltre 7 milioni e mezzo di anziani. Bastano questi numeri per intuire come, nel nostro Paese la prevenzione primaria, identificata in quei comportamenti e stili di vita finalizzati a evitare l’insorgere di gravi malattie come quelle cardiovascolari e tumorali, debba ancora compiere numerosi passi in avanti: un percorso al quale Assidai, da anni, fornisce il proprio contributo informando ed “educando” i propri iscritti. Ogni anno, in tutta Europa si verificano un milione di decessi (il 10% circa del totale) causati proprio dalla mancanza di attività fisica. Inoltre, quest’ultima, ha un pesante impatto negativo in forma di costi diretti per il sistema sanitario, ma anche indiretti in termini di aumento dei congedi per malattia, delle inabilità al lavoro e delle morti precoci.

Attività fisica nella terza età

Il valore dell’attività fisica in età avanzata, che non vuol dire diventare degli “Ironman”, ma semplicemente tenere il proprio corpo in attività con semplici e sane abitudini di movimento, è dimostrato anche da una recente ricerca pubblicata dal “British Journal of Sports Medicine” e realizzata dai ricercatori della Norwegian School of Sports Sciences di Oslo (Norvegia). Il suo risultato? Nella cosiddetta terza età, praticare tre ore di esercizio fisico a settimana potrebbe allungare la vita di cinque anni. Detto più scientificamente, allenarsi mezz’ora al giorno, sei giorni su sette, riduce del 40% il rischio di mortalità.

Nel dettaglio, lo studio è stato condotto per circa 12 anni su 5.738 norvegesi nati tra il 1923 e il 1932 e il loro stato di salute è stato monitorato per un periodo di 12 anni. Ecco i risultati: praticare mezz’ora di attività fisica di qualsivoglia intensità, per sei giorni a settimana, significa ridurre del 40% la mortalità, mentre svolgere attività di lieve intensità per meno di un’ora a settimana non porta ad alcuna riduzione del rischio; superare invece i 60 minuti permette di ridurlo dal 32% al 56%. Il discorso cambia quando l’attività è intensa: in questo caso basta meno di un’ora a settimana per centrare una riduzione importante del rischio (27-37%).

Per essere ancora più espliciti, i ricercatori sottolineano un ulteriore concetto, peraltro provato dalle analisi statistiche svolte: quando si è avanti negli anni, allenarsi riduce il rischio di mortalità quanto smettere di fumare. Dunque, concludono gli esperti della Norwegian School of Sports Sciences di Oslo, le politiche di sanità pubblica dovrebbero promuovere l’attività fisica come la lotta al fumo. Del resto, dal loro studio è emerso anche un altro concetto da non sottovalutare: per gli anziani, mantenere un livello sufficiente di fitness ha benefici non soltanto sul sistema cardiocircolatorio, ma su molti altri organi e in definitiva protegge gli individui da morte prematura.

Per concludere, dopo tanta teoria un pochino di pratica con le raccomandazioni dell’OMS, che ultimamente ha ribadito come l’inattività fisica sia il quarto più importante fattore di rischio per la mortalità. Laddove, per attività fisica, non si intende solo lo sport ma “qualunque movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici utilizzando energia; quindi anche giocare, camminare, dedicarsi ai lavori domestici o al giardinaggio”. Ebbene, per gli adulti e gli anziani il livello minimo è costituito da almeno 150 minuti alla settimana di attività aerobica di intensità moderata o 75 minuti se l’intensità è vigorosa (o una combinazione equivalente di attività con intensità moderata e vigorosa), in sessioni comunque non più brevi di 10 minuti. Per i bambini, il livello minimo settimanale è invece di 60 minuti.

 

Se il timing del pasto fa la differenza

Nel giornalismo c’è la regola delle cinque W: who, what, when, where, why (chi, cosa, quando, dove e perché). Vengono considerate informazioni che devono essere presenti nella prima frase di ogni articolo come risposta alle possibili domande del lettore che inizia a leggere il testo. Anche una dieta dovrebbe rispondere a queste domande, tra cui – stando agli ultimi studi in materia – il “quando” sarebbe più importante di quanto si pensi. Detto in altre parole, correre alle 11 di sera non è la stessa cosa che farlo alle 7 del mattino: il nostro corpo deve mettersi in moto e, soprattutto, dopo è molto più difficile prendere sonno. Ecco, per lo stesso motivo consumare un panino con la nutella o la marmellata in tarda serata è un conto e mangiarlo a colazione un altro.

La corretta alimentazione come prevenzione primaria

Certo, il “non mangiare mai la pasta o la pizza la sera” – affermazione basata certamene più sul sentito dire che su reali fondamentali scientifici – lo abbiamo ascoltato decine di volte ma il concetto è molto più ampio e ha un nome ben preciso: crononutrizione. Il suo obiettivo? Sincronizzare i pasti col nostro orologio interno, a cominciare dal ciclo sonno-veglia. In altre parole si cerca di adattare la dieta al nostro metabolismo per assumere gli alimenti giusti al momento giusto. Del resto, una corretta alimentazione è uno dei pilastri della cosiddetta prevenzione primaria. Una strategia, quest’ultima, che Assidai ha sempre sostenuto con costanti informative agli iscritti perché riguarda i soggetti sani e punta mantenerli tali evitando la comparsa di malattie.

Essa si concretizza in molti comportamenti, tra cui l’adozione di stili di vita corretti: dormendo il giusto numero di ore oppure evitando appunto l’eccessivo aumento di peso o della circonferenza vita. Essere sovrappeso, infatti, non è soltanto un tema estetico ma soprattutto può rivelarsi dannoso nel medio e lungo termine, accelerando l’invecchiamento e creando uno squilibrio ormonale consistente. E, in alcuni casi, può aumentare il rischio delle cosiddette Malattie Non Trasmissibili (infarto, ictus, tumori e diabete) che uccidono 40 milioni di persone ogni anno, pari a circa il 70% di tutti i decessi a livello mondiale.

Alla luce di queste considerazioni risulta rilevante riportare i risultati di uno studio pubblicato su Diabetic Medicine, secondo il quale – a parità di calorie assunte – le persone con diabete di tipo 2 che fanno colazione tardi, hanno probabilità più elevate di avere un indice di massa corporea superiore rispetto a chi ha l’abitudine di anticipare il primo pasto della giornata. È la prova che il momento in cui si assumono determinati cibi è fondamentale e che, dunque, va scelto in modo da assecondare il nostro metabolismo.

Il timing dei pasti in tre fasce orarie

La crononutrizione è una scienza che il medico francese Alain Delabos ha iniziato a sviluppare nel 1986. Ovviamente, come in molti casi, ci sono svariate “imitazioni” da cui diffidare e affidarsi al “fai da te” non è mai raccomandabile. In ogni caso, secondo i principali esperti, ci sono tre fasce orarie che non possiamo mancare se vogliamo gettare le basi di una dieta basata sulla crononutrizione.

  • La mattina tra le 7 e le 8: l’attività metabolica è al massimo e tutto ciò che mangiamo viene digerito molto bene. Questo è il motivo per cui bisogna fare presto colazione e soprattutto non saltarla: in quel momento l’insulina è al massimo e controlla con efficienza il livello degli zuccheri assunti.
  • A metà giornata, tra le 12 e le 13: aumentano gli ormoni tiroidei che accelerano il metabolismo del nostro corpo e impediscono ai grassi di accumularsi: è il momento del pranzo.
  • La “prima” serata, tra le 19 e le 20, e comunque sempre entro le 22 bisogna cenare. Questo, infatti è il momento in cui si registra un aumento dell’ormone della crescita e della somatostatina che stimolano la formazione del tessuto muscolare e dunque favoriscono l’aumento della massa magra.

Tiroide, come preservare il nostro “termostato”

Chi soffre di tiroide può andare al mare?

Vero: l’ipertiroideo in teoria soffre il caldo e per questo gli sembra di star male ma, se segue le terapie con regolarità, può andare al mare e in montagna e in ogni caso dove vuole senza alcuna limitazione.

Chi soffre di tiroide ingrassa?

Falso: un ipotiroideo che sta male da tempo e non si cura può sì avere un aumento del peso corporeo ma anche una serie di sintomi molto più complessi come un cuore che batte male, perdita di capelli e pelle secca.

Chi soffre di tiroide ha un metabolismo lento?

Falso: l’introito e il dispendio calorico di una persona sono geneticamente predeterminati.

Sono soltanto tre (forse i più comuni) dei falsi miti che circolano riguardo le malattie della tiroide. Un organo cruciale per il nostro corpo poiché produce un ormone chiamato a regolare importanti processi durante tutto l’arco della vita. Nella fase evolutiva l’ormone tiroideo è infatti importante per lo sviluppo neuropsichico e l’accrescimento somatico, mentre in tutte le età gioca un ruolo centrale per il buon funzionamento del muscolo cardiaco e scheletrico e per il metabolismo osseo. Inoltre regola la temperatura corporea e, insieme da altri ormoni, ci consente di immagazzinare “scorte” – ovviamente in presenza di un bilancio energetico positivo – e di utilizzarle in caso di necessità.

Insomma, la tiroide è una delle principali fonti di energia del nostro organismo: per questo se produce poco ormone (ipotiroidismo) o troppo (ipertiroidismo) altera tutti questi processi e siamo in presenza di una malattia che, per fortuna, può essere diagnosticata e curata nelle fasi iniziali senza conseguenze sulla salute.

Numeri e prevenzione per la tiroide

Ecco perché, a fine maggio, si è celebrata la Settimana Mondiale della Tiroide, patrocinata dall’Istituto Superiore di Sanità, che ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e il mondo scientifico appunto sui crescenti problemi legati alle malattie della tiroide, con un particolare focus sulla prevenzione.

Il valore di quest’ultima, a livello generale, è sempre stato sottolineato da Assidai come doppia arma dal punto di vista sanitario (diagnosticare in tempo determinate malattie dà maggiori possibilità di sconfiggerle) e finanziario, poiché permette di evitare ingenti spese al Sistema Sanitario Nazionale. Nello specifico della tiroide l’Osservatorio nazionale per il monitoraggio della iodoprofilassi in Italia (Osnami) dell’Istituto Superiore di Sanità sta portando avanti da anni con il Ministero della Salute un programma di screening neonatale dell’ipotiroidismo congenito che indica lo stato nutrizionale iodico della popolazione dei neonati e, indirettamente, delle loro madri.

Del resto, la causa più frequente della patologia tiroidea è la carenza di iodio, che è il costituente essenziale dell’ormone tiroideo. L’uomo introduce lo iodio solamente con gli alimenti : la carenza iodica può provocare, a seconda dell’età della vita in cui si verifica e dell’entità, riduzione del quoziente intellettivo, deficit neurologici “minori”, gozzo, formazione di noduli o ipertiroidismo. Per prevenirla è necessario che l’alimentazione quotidiana sia quanto più possibile varia e preveda il consumo di cibi a più alto contenuto del micronutriente quali pesce, latte e formaggi e soprattutto seguendo la famosa regola “poco sale ma iodato”.

Le categorie a rischio tiroide

Quali sono le categorie più a rischio e da sorvegliare con maggiore attenzione? Sicuramente gli anziani e le donne in gravidanza, che hanno maggiore bisogno di iodio e sono quindi maggiormente esposte a possibili problemi. Qualche numero, fornito dal Ministero della Sanità: in Italia si ammalano di gozzo circa 6 milioni di persone (oltre il 10% della popolazione totale e il 20% dei giovani) con impatto economico stimato in oltre 150 milioni di euro l’anno. Secondo le ultime stime un neonato su 3mila nasce con una forma di malattia tiroidea. In età adulta, inoltre, le donne sono molto più soggette alle malattie tiroidee rispetto agli uomini: una donna ha il 20% di possibilità di sviluppare problemi alla tiroide nel corso della sua vita.

Dieta contro il gozzo tiroideo

Per chiudere, sempre in tema di prevenzione, ecco qualche indicazione sull’alimentazione, suggerita dal Ministero della Sanità, per evitare possibili criticità di carenza iodica. Una dieta con 2 porzioni di pesce a settimana, latte tutti i giorni e un po’ di formaggio garantisce il 50% del fabbisogno giornaliero di iodio (90 microgrammi nei bambini fino a 6 anni, 120 microgrammi in età scolare (7-12 anni) e 150 microgrammi negli adulti.

Durante la gravidanza e l’allattamento il fabbisogno aumenta a 250-300 microgrammi al giorno per una corretta funzione tiroidea materna e fetale, indispensabili per lo sviluppo del sistema nervoso centrale del feto. Per questo è necessario che l’assunzione quotidiana di iodio con l’alimentazione venga integrata: l’utilizzo di sale iodato consente di coprire il fabbisogno giornaliero fornendo 30 microgrammi di iodio per grammo di sale, anche se l’Oms caldeggia di mantenere il consumo giornaliero di sale sui 3-5 grammi per il rischio di malattie cardiovascolari. Mantenendo dunque il consumo del sale entro i 3-5 raccomandati si raggiunge una quantità al giorno di iodio pari a 90-150 microgrammi e in definitiva sufficiente a garantire un adeguato apporto iodico.

Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR)

Il nuovo Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) comporta una maggiore trasparenza nel trattamento dei dati personali ed una maggiore tutela dei Suoi diritti. Assidai ha da tempo avviato tutte le attività propedeutiche all’adeguamento alla nuova normativa proprio nell’ottica di rafforzare ulteriormente i diritti in materia di protezione dei dati. Tale elemento rientra pienamente nella filosofia di Assidai che è volta all’erogazione di servizi ai propri iscritti salvaguardandone i diritti in piena conformità con le leggi applicabili.

In questo contesto abbiamo modificato l’informativa sul trattamento dei dati personali della quale ne potrà prendere visione cliccando di seguito.

A giugno 2018 Assidai e Federmanager insieme per la campagna di prevenzione dell’ictus

Giugno è il mese della prevenzione contro l’ictus: Assidai e Federmanager agiscono in prima linea su questo fronte, offrendo agli iscritti Assidai il nuovo pacchetto “Healthy Manager”.

Grazie a Healthy Manager gli iscritti potranno effettuare gratuitamente l’esame ecocolordoppler dei tronchi sovraortici per rilevare eventuali stenosi carotidee, prenotandolo a partire dal 1° giugno ed entro il 30 del mese presso le strutture convenzionate che aderiscono all’iniziativa.

Quest’ultime, infatti, possono impedire l’afflusso di sangue al cervello e causare appunto un ictus. Il protocollo di prevenzione è finalizzato a diminuire il rischio di una patologia che può essere definita una vera e propria calamità per gli impatti sanitari, economici e sociali.

“L’ecocolordoppler è uno degli screening più avanzati che possono aiutare a giocare d’anticipo sull’ictus, che rappresenta la terza causa di morte, in Italia, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, nonché la patologia a causare il più alto numero di disabili”, sottolinea al proposito il Presidente di Assidai, Tiziano Neviani.

Qualche numero? Nel nostro Paese, ogni anno, ci sono oltre 200mila nuovi casi di ictus, in Europa il numero dei soggetti colpiti si attesta attorno a 2 milioni. Numeri che fanno intuire gli effetti devastanti di questa patologia sotto il profilo sanitario a cui sono legati anche pesantissimi oneri finanziari per le famiglie quando uno dei componenti viene colpito da una lesione cerebrovascolare. 

Il parere degli esperti: l’importanza della prevenzione

“Si tratta, per dimensioni epidemiologiche e rilievo sociale, uno dei più gravi problemi sanitari e assistenziali. Rappresenta la prima causa d’invalidità permanente e la seconda causa di demenza, nonché la terza causa di morte”, chiarisce al proposito Roberto Leo, cardiologo ed internista, Professore aggregato del Dipartimento di Medicina Interna, dell’Università di Roma Tor Vergata. “Di quanti sono stati colpiti da ictus, il 20-30% muore entro tre mesi, il 40-50% perde in modo definitivo la propria autonomia, mentre il 10% presenta una recidiva severa entro 12 mesi, con costi sociali difficilmente sostenibili”. Per questo, aggiunge, “è indispensabile potenziare l’impegno per un’efficace prevenzione e per rendere disponibili a tutta la popolazione i trattamenti che si sono dimostrati più vantaggiosi”.

Per esempio, oltre agli screening, anche agendo sui principali fattori di rischio cardiovascolare. Sono sette, secondo l’autorevole American Heart Association, ovvero: ipertensione, colesterolo, iperglicemia, obesità, fumo di sigaretta, inattività fisica e dieta non equilibrata, ai quali si aggiunge lo stress. Alcuni di questi comportamenti, purtroppo, riguardano proprio i manager, categoria che comprende gli iscritti di Assidai e Federmanager, che condivide con un forte sostegno la strategia della prevenzione.

Ecocolordoppler: istruzioni per l’uso

Ma come funziona esattamente l’ecocolordoppler? Si effettua con una sonda a ultrasuoni cosparsa di gel trasparente come una qualsiasi ecografia. Il medico appoggia la sonda ai lati del collo del paziente e la muove per esplorare la zona, osservando le immagini in tempo reale su un monitor. L’esame non è né invasivo né fastidioso per il paziente e gli ultrasuoni non comportano alcun rischio per l’organismo.

Come è possibile aderire invece all’iniziativa Assidai-Federmanager ed effettuare gratuitamente l’esame? Sono necessari tre passaggi:

  • nel corso del mese di giugno 2018 è possibile consultare le strutture sanitarie aderenti all’iniziativa in questa pagina del nostro sito
  • è sufficiente prenotare, sempre nel mese di giugno, l’accertamento contattando la centrale operativa al Numero Verde 800 855 888
  • si può usufruire gratuitamente dell’esame da giugno fino al 31 dicembre 2018.

 

DayTwo, un’app per battere la glicemia

Personalizzare la nutrizione è uno dei concetti alla base di ogni dieta. Un conto, tuttavia, è agire in modo empirico oppure in base a schemi ormai consolidati nel tempo (e forse per questo anche un pochino da rivedere alla luce delle nuove scoperte in questi campi), altro discorso è creare un vero e proprio “algoritmo dello zucchero” che misura in modo preciso e puntuale il suo effetto sul corpo di ciascun individuo.

A metterlo a punto sono stati due studiosi saliti alla ribalta nelle ultime settimane: il Professor Eran Segal e il Dottor Eran Elinav del Weizmann Intitute of Science di Rehovot, in Israele.

In realtà, le loro ricerche hanno dimostrato anche un altro concetto, molto più ampio: ogni persona reagisce in modo diverso alle abitudini alimentari considerate “sane”. Il motivo? Il microbioma intestinale, che contiene circa 100.000 miliardi di microbi che aiutano a digerire, è unico per ogni essere umano. Insomma, secondo questa teoria, la dietetica non è una scienza esatta ma ci sono tante possibili diete che possono rispondere alle specifiche esigenze dei singoli individui, il tema vero è scoprirle e metterle a fuoco. In questa cornice si inquadra la realizzazione dell’algoritmo dello zucchero, che utilizzando dati clinici e informazioni sul microbioma dei singoli pazienti, riesce a pronosticare con una buona approssimazione la risposta individuale all’assunzione di glucosio.

Segal ed Elinav non si sono fermati alla teoria, cioè la realizzazione dell’algoritmo dello zucchero ma sono arrivati alla pratica, realizzando un’app, chiamata DayTwo, che analizza l’impatto dello zucchero sull’organismo e, più in generale, fornisce varie raccomandazioni per adottare una dieta personalizzata realmente più sana e per prevenire varie malattie legate alla glicemia alta come diabete, ictus e patologie cardiache di vario genere.

Ma come si procede nel dettaglio? Bisogna prima registrarsi online e rispondere ad alcune domande relative alla propria storia medica, alle caratteristiche fisiche, allo stile di vita o alla eventuale dieta. Successivamente,  l’utente è chiamato a inviare un campione di feci: i risultati verranno poi analizzati nel laboratorio di DayTwo, che principalmente fornirà il sequenziamento del Dna. Infine – ed è questo il passaggio chiave – tutte le informazioni ottenute vengono inserite in un complesso algoritmo che in massimo due mesi “sputa” fuori una relazione dettagliata sul microbioma intestinale. A questo punto il passo finale: l’app è pronta per consigliare pasti personalizzati per bilanciare lo zucchero nel sangue nel corso dei successivi mesi e gli utenti possono anche creare menu alternativi per variare le proprie abitudini alimentari e non stancarsi troppo in fretta della dieta prevista.

Quella messa a punto dai ricercatori del Weizmann Institute è una semplice app ma il concetto che c’è dietro, quello di un algoritmo che misura la risposta di ciascun individuo al consumo di zucchero, è un modello predittivo dall’altissimo valore, soprattutto nell’ottica della prevenzione. Un giorno potrebbe anche diventare uno degli esami di screening più utilizzati se si pensa ai rischi e alle malattie che possono derivare da un eccesso di glucosio nel sangue. Come noto, gli screening al seno e alla cervice uterina sono il modo più efficace per intervenire e fermare per tempo determinati tumori – Assidai sostiene da sempre la necessità di effettuare periodicamente questi esami in termini di prevenzione – e in futuro, chissà, anche un test sulla reazione del nostro organismo allo zucchero potrebbe giocare un ruolo rilevante nel prevenire la diffusione di determinate cronicità, diabete in primis, tra la popolazione.

Incentivi alla sanità per favorire la prevenzione

Analisi dello studio pubblicato dalla rivista di politica sanitaria “Health Affairs”

Essere pagati per andare dalla medico. Oppure per sostenere visite e esami di carattere preventivo. Quello che oggi, messo in questi termini, potrebbe sembrare irrealizzabile o quanto meno utopistico, un domani potrebbe anche diventare realtà. Con obiettivi di fondo diversi a seconda del contesto in cui si applicherebbe questa sorta di “incentivo alla salute”. Nei Paesi in via di sviluppo, dove paradossalmente queste politiche (in particolare in America Latina) vengono già perseguite, l’intenzione è anche quella di spezzare la catena di povertà che condanna determinate fasce della popolazione a non uscire mai dalla propria condizione di indigenza. Nei Paesi occidentali, invece, il tema è un altro: attraverso la prevenzione (in parte sussidiata dallo Stato) si punterebbe a evitare l’insorgere di malattie che costerebbero poi allo Stato stesso, in termini di cure, somme decisamente più elevate. Insomma, la prevenzione – un tema molto importante per Assidai – promossa con un duplice obiettivo: tutelare la salute dei singoli cittadini e preservare la sostenibilità finanziaria del Servizio Sanitario Nazionale, già messo a dura prova dal graduale invecchiamento della popolazione e dalle costanti ristrettezze dei bilanci pubblici.

L’esperimento di New York: incentivi per le famiglie a basso reddito

In questo quadro si colloca un interessante studio, pubblicato recentemente dalla rivista di politica sanitaria “Health Affairs” e coordinato dall’Imperial College di Londra, che in sostanza ha testato il modello degli incentivi sanitari su 2.377 famiglie a basso reddito di New York (l’80.9% monoreddito e praticamente tutte ispaniche o di colore), alle quali per tre anni sono stati corrisposti poco meno di settemila euro. La condizione per ricevere questa somma era quella di garantire per sé e per i propri familiari la frequenza scolastica, l’utilizzo dei servizi sanitari a scopo preventivo (vaccinazioni) e l’impegno dal punto di vista lavorativo da parte dei genitori.

I risultati? Molto interessanti. Innanzitutto – elaborando un confronto statistico con un “gruppo di controllo” di altre 2.377 famiglie a basso reddito della Grande Mela che non hanno goduto degli incentivi – emerge un maggior ricorso alla prevenzione; in secondo luogo, tra gli adulti è migliorata la percezione di essere in salute; infine, aspetto non secondario, sempre tra i genitori c’è un’accresciuta speranza di migliorare la propria condizione finanziaria e sociale. Insomma, è la dimostrazione che il modello degli incentivi alla salute può essere esportato anche nei Paesi occidentali, anche se dallo studio su New York emergono riscontri più deboli rispetto a quelli ottenuti in alcuni Paesi dell’America Latina.

La rinuncia alle cure, anche in Italia

A spiccare, in particolare, è il significativo miglioramento nell’accesso alle cure dentistiche e odontoiatriche, che come risultato del programma sono aumentate tra l’11% e il 14%. Un elemento da non sottovalutare visto che negli Stati Uniti sono una delle cure a cui si rinuncia più spesso (in particolare per quanto riguarda i bambini) considerati i costi elevati della sanità privata in quella nazione.

Va ricordato, sempre nell’ottica di un’eventuale applicazione di questo modello nei Paesi industrializzati, che il fenomeno della rinuncia alle cure si sta diffondendo sempre di più anche in Italia, soprattutto per quanto riguarda accertamenti diagnostici e cure odontoiatriche. Prestazioni, quest’ultime, che evidentemente non vengono percepite come indispensabili, perlomeno nell’immediato, quando una famiglia deve fare i conti con le ristrettezze economiche.

Gli ultimi rapporti eleaborati dal Censis sulla Sanità Pubblica, Privata e Intermediata rivelano che nel 2017 sono stati 12,2 milioni gli italiani che hanno rinunciato a una prestazione sanitaria (o l’hanno rinviata) per ragioni economiche: 1,2 milioni in più, ovvero il 10,9%, rispetto al 2016. Secondo queste ricerche, “si tratta ormai di un comportamento stabile, consolidato e ordinario delle famiglie italiane, una sorta di sanità negata non più eccezionale o legata a difficoltà congiunturali, ma stabilmente presente nella società, i cui effetti nel lungo periodo potrebbero toccare lo stato di salute medio dei cittadini”. Un motivo in più, stante la situazione attuale, per guardare con interesse all’ipotesi degli incentivi alla sanità in termini di prevenzione.